
E veniamo al vilipeso e tartassato "Bacio Romantico" di Wong Kar-Wai, "Le notti mirtillose" secondo la traduzione a cui noi ci atteniamo e nella accezione ontologica più essenziale e corretta dell’opera. Un film che ha appassionato, deluso, sollevato perplessità, irritato persino. Di certo una piccola svolta nella filmografia di questo singolare regista. Un regista cosmopolita e contaminato come pochi altri, che ha trovato soprattutto nella musica l’ingrediente perfetto per rendere i suoi film una fascinosa mistura di oriente e occidente, profumata di legni resinosi e incensi orientali. "Un bacio romantico" sposta l’ambientazione dalle fumose terre del Sol Levante all’America notturna da road-movie degli autogrill e delle luci al neon (con qualche evidente eco "wendersiano", secondo me), e tuttavia la sostanza della poetica e dei temi cari al regista non cambia. Al centro il tema dell’impossibilità "a comunicare" (e per riflesso, ad "amare", atto che presuppone la più totale delle comunicazioni interiori), del blocco emotivo, della diffidenza e della distanza che possono separare due persone nel momento in cui porte troppo spesse si frappongono tra interiorità disgiunte, della lontananza temporale misurata in chilometri (come se per sfuggire ad un tempo dell’anima che ci ossessiona bastasse percorrere uno spazio fisico), delle solitudini e dei silenzi carichi di rimorso. Sceneggiatura a mio parere abbastanza valida, che inscrive nella cornice della più classica struttura circolare ad anello il percorso (anche e soprattutto di "formazione") di una ragazza alla ricerca di un modo per relazionarsi con un passato doloroso. Sulla sua strada la bella (ma un pochino spaesata) Norah Jones avrà modo di imbattersi in superfici che "separano" (ma che sono anche in grado di riflettere e far riflettere, come l’argentea nitidezza di uno specchio o l’intangibile spessore di una lastra di vetro) e in personaggi che "uniscono" (o meglio che "si uniscono" a lei, e solo a lei, in una rinnovata forma di condivisione del loro vissuto). Tre personaggi, grazie a tre meravigliose interpretazioni hanno subito fatto breccia nel mio cuore: l’ottimo Jude Law, la splendida Natalie Portman e il meraviglioso David Strathairn. Tutti e tre memorabili. Grande lavoro di regia e fotografia nel tipico stile wong-kar-waiano, qua e là non troppo dissimile dalla "maniera", forse (anzi: senza forse) soltanto un po’ troppo eccessivo in un uso afinalistico e indiscriminato del ralenty. Fotogrammi saturi e colori caldi dominati dalle tonalità del giallo ocra, del rosso velluto e dell’azzurro delle luci notturne. Grande cura (come era lecito aspettarsi da questo regista) nelle scelte musicali, sempre improntate alla succitata "contaminazione" tra generi e continenti musicali diversi: qui si spazia dalla bella voce di Norah Jones, che apre e chiude il film sulle splendide note dal sapore vintage di "The story", alle composizioni originali del (sempre grande) Ry Cooder. Un cinema concepito e costruito per essere bello, piacevole ai sensi, esteticamente appagante quello di Wong Kar-Wai. Qui probabilmente all’inizio di una nuova fase, una fase che visto questo inizio non può che promettere bene. Siamo curiosi di vedere il resto.
[***1/2]

