“Quando pensi ai più grandi momenti di un film, credo che quasi sempre sceglierai quelli che hanno a che fare con le immagini piuttosto che con le scene, e di certo mai quelli incentrati sulle parole. Ciò che un film fa meglio è utilizzare le immagini con la musica, e credo che questi siano i momenti che si ricorderanno.” Stanley Kubrick
N.B. Quella che segue non è una top10. E’ da considerarsi il frutto di una raccolta: una collezione di frammenti audiovisivi. I primi 10 che consapevolmente affiorano alla memoria e si offrono alla catalogazione. Scelti quindi in base a criteri di pura persistenza. E se a resistere è sempre e solo quello che si ama di più probabilmente si tratta di 10 frammenti d’amore.
Una delle prime immagini di “J. Edgar” è il calco di gesso del volto di John Dillinger, conservato sotto una teca di vetro in un ufficio dell’FBI. La maschera pietrificata di un cadavere, realizzata al momento dell’uccisione del criminale più ricercato d’America. Se il cinema è l’arte di scolpire il tempo c’è una dichiarazione subliminale dentro quella visione appena sorvolata, che prelude alla comparsa dei volti invecchiati dal make-up di Hoover e degli altri protagonisti del film. Il trucco nell’ultimo film di Clint Eastwood costituisce un elemento fondamentale: le maschere del tempo sui volti degli attori principali rivelano chiaramente il loro essere estensione artificiale di resina e silicone, eppure lasciano trapelare una inconsueta sincerità, un perfetto e calzante realismo visionario. Ed è un magnifico trucco anche il geniale utilizzo che Eastwood fa del mezzo cinematografico: per approdare alle verità più profonde sulla identità nazionale americana occorre sfrondare la storia dai cascami della mitologia, e nessun mezzo come il cinema offre l’opportunità di costruire meglio abbaglianti distorsioni agiografiche e opposte scarnificazioni anti-retoriche. Dopo “Changeling” ,“Flags of our fathers” e “Gran Torino” in “J. Edgar” si configura il nuovo capitolo di un articolato percorso di desaturazione di un intero immaginario collettivo, che attraverso la cruda elisione di tutto ciò che è artefatto, posticcio, retorico e adulterato mira ad individuare i nuclei primari e fondanti della identità nazionale americana. Per farlo, dipingendo la vicenda umana di un personaggio caleidoscopico come Hoover, Eastwood utilizza il grande artificio cinematografico al massimo delle sue potenzialità mistificatorie. La scansione temporale subisce una continua frammentazione, portando a risultati ancora più estremi la rapsodica struttura narrativa a mosaico già utilizzata in “Bird”, il film della filmografia eastwoodiana forse più simile a “J. Edgar” nel suo andamento e nella sua scansione cronologica. Come Kurosawa in “Rashomon”, Eastwood racconta e ritratta, osserva e rilegge le vicende personali di J. Edgar Hoover muovendo il cursore dello spazio-tempo lungo cinquanta anni di storia americana, e vagliando un altro tassello di una filmografia che nelle sue pieghe più profonde affonda dentro le radici del sistema valoriale statunitense e della sua storia nazionale. Trasversale uomo di potere, capace di attraversare da capo dell’FBI una guerra mondiale e otto presidenze di vario colore, Hoover in “J. Edgar” è un personaggio analizzato nella sua estrema complessità, umana e politica. La delicatezza con cui viene raccontata la sua vita privata pone ancora una volta in rilievo l’assoluta maestria di Clint Eastwood nel tratteggiare la pienezza e l’insondabile ricchezza delle relazioni umane. E sul piano politico la figura del capo storico del Bureau non esce di certo sconfitta dal confronto tanto con il fronte democratico quanto, ed è l’aspetto più interessante, con figure della destra nazionalista e populista americana. Il nome del senatore McCarthy affiora durante una intervista, e viene subito etichettato da Hoover come “opportunista” e come soggetto che non ha mai avuto a cuore i destini del suo paese. E Richard Nixon sarà per Hoover un subdolo oppositore, nonché il presidente dello scacco definitivo e della avanzata inarrestabile del male dentro i palazzi del potere. Nel ritratto di Eastwood l’uomo che è stato uno dei più acerrimi anticomunisti della storia americana, feroce antagonista dei movimenti per i diritti delle minoranze, appare legittimato da una statura etica e morale che lo distingue dai suoi oppositori e rivali. Mai Hoover, a differenza di Nixon, piega i meccanismi del potere al suo interesse personale: la bussola che orienta il suo agire è il bene della nazione. Un imperativo manicheo, semplicistico ma profondamente sincero ricevuto in dote, insieme ad una educazione sentimentale repressiva e castrante, da sua madre. Ed è singolare che questo personaggio così controverso, ennesima reincarnazione di un Leviatano che si rigenera continuamente nell’esercizio autarchico del potere, come il Divo andreottiano, instauri una peculiare rete di rapporti interni con altri mondi paralleli di celluloide, coevi o tangenziali rispetto al “tempo” del racconto del film di Eastwood. Il modello archetipico del cittadino Kane wellesiano, i tic e le nevrosi di Howard Hughes, la balbuzie di re Giorgio, l’epopea di celluloide del nemico pubblico manniano e la sua antitesi bifronte incarnata dal “G-Man” di James Cagney. Fino a suggerire un ipotetico corollario della tetralogia sul potere di Aleksandr Sokurov: J. Edgar salvato e redento, emendato dalle sue colpe in extremis grazie ad un vincolo scritto di appartenenza, espressione finalmente libera di un sentimento ineludibile eppure mai confessato.
Con questo post su Cinedrome si torna a parlare di film “vecchi”. Antichi, anagraficamente datati, che non sono in questo momento nelle sale nè lo sono stati in tempi recenti. A questo proposito è utile e importante mettere in chiaro, ancora una volta, magari una volta per tutte, una cosa: da queste parti si continua a ritenere che non esistono film vecchi, ma solo spettatori vecchi. Un film di Mamoulian può essere nuovo quanto l’ultimo film di Clint Eastwood, se lo guardiamo con gli occhi giusti. Meliès può essere molto più nuovo di Scola, è così via. Fatta questa banalissima ma doverosa premessa, e posto che il primo vagito di questo reincarnato Cinedrome è stato benedetto da un fotogramma di “Marnie”, ripartiamo da Sir Alfred. Incastrato nell’ultimissimo scampolo della sua filmografia, tra “Topaz” e il conclusivo “Complotto di Famiglia”, “Frenzy” è un oggetto tra i più insoliti di tutta la produzione hitchcockiana. Prima di tutto perchè rinuncia completamente all’ambientazione chic e glamour di tanti suoi capolavori. La Londra popolare di Covent Garden e dei mercati della frutta, è molto lontana dal lusso sfrenato, per esempio, della Costa Azzurra di “Caccia al Ladro”. Di pari passo con questo tipo di scelta, c’è quella, nella stessa direzione, di rinunciare per la prima volta a qualsiasi star o vedette nella scelta del cast. In apparenza dimesso, tanto da poter apparire inadeguato, il cast di “Frenzy” almeno nei ruoli chiave in realtà si rivela essere dotato di una specie di azzeccatissimo e insolito magnetismo. Come ci rivela Truffaut, “Frenzy” fu girato da un settuagenario Alfred Hitchcock in un’atmosfera di piena euforia. Dopo l’insuccesso commerciale (e secondo il regista anche artistico) di “Topaz”, Hitch dimostrò di gradire moltissimo il ritorno in patria e la possibilità di girare un film più piccolo, per ambizioni e budget, rispetto alla super-produzione internazionale di “Topaz”. “Certi registi filmano dei tranches de vie, io filmo dei tranches de gateau“, affermava il regista. Ed in effetti “Frenzy” tradisce da subito una sapida e accorta preparazione artigianale, come un manicaretto ben cucinato. Forse non è un caso se uno dei momenti topici del film, quello della ricapitolazione che precede la risoluzione finale, si svolge a tavola: il delizioso dialogo tra l’ispettore di polizia e sua moglie è contrappuntato da stacchi di montaggio che creano ben delineati giochi di “attrazione” tra i piatti di portata e i protagonisti della vicenda evocati nel dialogo. Sono tocchi come questi a rendere prezioso “Frenzy”. Insieme ad alcune soluzioni stilistiche davvero sorprendenti ed originali, che si inseriscono a sorpresa nel flusso di una messa in scena di grande rigore ed efficacia narrativa. Lo snodo sommamente hitchcockiano dell’innocente su cui si proietta l’ombra di una identità adulterata e criminale in “Frenzy” conosce una declinazione singolare. E un film che, con coraggio inusitato, dopo soli 15 minuti svela l’identità dell’assassino riesce comunque a reggere molto bene in termini di suspance fino al finale. Perchè la curiosità dello spettatore è portata altrove, condotta con mano sapiente dove lo sguardo non è ancora arrivato, dove il cineocchio della macchina da presa può solo “immaginare” di essere, sottraendosi alla necessità di far vedere, arretrando lentamente e fermandosi sulla soglia. Affidando ancora una volta ad un suono, o ad un silenzio, il compito di raccontare una immagine assente.
Due fotogrammi, due film. Associabili in base a più o meno misteriose, non definite, affinità interne. Si parte con qualcosa di molto facile. 10 punti in palio per questo primo round di prova!
Per Woody Allen l’Europa è qualcosa di più di un luogo geografico. E’ un mood, un’idea, una divagazione. Una grande cartolina illustrata popolata da infinite “proiezioni” (Fellini, Bergman, Bunuel) che affondano le loro radici in terreni di cultura stratificati in secoli di storia: la grande matrice della tragedia greca e il riferimento centrale della letteratura russa in primis. Dopo il sole di Barcellona (“Vicky Cristina Barcelona”) e il grigiore londinese (“Match Point”, “Sogni e delitti”, “You will meet a tall dark stranger”), e prima che sia la volta della città eterna, tocca alla Ville Lumiere. La Parigi immaginata da Allen è una città notturna, romantica, un po’ patinata nella riproposizione di qualche abusata veduta turistica. E’ però soprattutto il luogo dove si materializzano incontri ideali con spiriti illustri, appartenuti al passato ma ancora vivi nella memoria di chi ne ammira le opere: Scott Fitzgerald, Hemingway, Picasso, Gertrude Stein. Ogni fantasma è genius loci, testimonianza parlante di un glorioso ed eccitante vissuto metropolitano, monumento al grande momento della Parigi degli anni ’20 o della Belle Epoque. Tra i tanti incontri illustri il più memorabile è quello con la coppia surrealista Dalì – Bunuel, colmo di affettuosa riconoscenza verso la visionarietà dell’uno e la sovversiva potenza registica del secondo. A distanza di molti anni dalla leggendaria materializzazione di Humphrey Bogart (“Provaci ancora Sam”) o del (con)fondersi di piani dentro e fuori lo schermo (“La Rosa Purpurea del Cairo”), Allen torna ad utilizzare lo stilema caro al suo cinema dell’inserimento di personaggi appartenenti a contesti o immaginari “altri” dentro le trame dei suoi film. Fatta salva una morale di fondo su cui riflettere (quando siamo insoddisfatti del nostro presente troveremo sempre un passato in cui rifugiarci) questo gustoso espediente narrativo costituisce il principale motivo di interesse ed apprezzamento per un film che, altrimenti, sarebbe risultato abbastanza povero. La pecca principale dell’ultimissimo Allen sta forse proprio nell’arma che ha fatto grande il suo cinema: la scrittura dei dialoghi sembra molto lontana dalla brillantezza e dalla freschezza dei tempi migliori, e appare opaca e appesantita da qualche tempo morto di troppo. In attesa di “Nero Fiddled”, in cui Woody (e non è notizia da poco) tornerà ad apparire anche davanti alla macchina da presa, per questo appuntamento annuale con il cinema Alleniano ci possiamo ritenere quindi moderatamente soddisfatti. Consapevoli che, come ad un vaccino salvavita, alla dose annuale di allenianità non si può e non si deve rinunciare. Comunque.
In occasione della proiezione televisiva di “Turin Horse”, di cui a breve si parlerà in un nuovo post, la redazione di Cinedrome ripropone uno scritto di qualche tempo fa (4 Agosto 2008 per l’esattezza) dedicato ad un altro capolavoro di Bela Tarr. Curiosamente il post all’epoca si apriva con una citazione di Friederich Nietzsche. Chi ha visto “Turin Horse” proverà più di un brivido accorgendosi della cosa. Buona (ri)lettura.
<<Avete sentito di quel folle uomo che accese una lanterna alla chiara luce del mattino, corse al mercato e si mise a gridare incessantemente: “Cerco Dio! Cerco Dio!”. E poiché proprio là si trovavano raccolti molti di quelli che non credevano in Dio, suscitò grandi risa. ”E’ forse perduto?” disse uno. “Si è perduto come un bambino?” fece un altro. “Oppure sta ben nascosto? Ha paura di noi? Si è imbarcato? E’ emigrato?”. Gridavano e ridevano in una gran confusione.
Il folle uomo balzò in mezzo a loro e li trapassò con i suoi sguardi: “Dove se n’è andato Dio? – gridò – ve lo voglio dire! Siamo stati noi ad ucciderlo: voi e io! Siamo noi tutti i suoi assassini! Ma come abbiamo fatto questo? Come potemmo vuotare il mare bevendolo fino all’ultima goccia? Chi ci dette la spugna per cancellare l’intero orizzonte? Che mai facemmo, a sciogliere questa terra dalla catena del suo sole? Dov’è che si muove ora? Dov’è che ci muoviamo noi? Via da tutti i soli? Non è il nostro un eterno precipitare? E all’indietro, di fianco, in avanti, da tutti i lati? Esiste ancora un alto e un basso? Non stiamo forse vagando come attraverso un infinito nulla? Non alita su di noi lo spazio vuoto? Non si è fatto più freddo? Non seguita a venire notte, sempre più notte? Non dobbiamo accendere lanterne la mattina? Dello strepito che fanno i becchini mentre seppelliscono Dio, non udiamo dunque nulla? Non fiutiamo ancora il lezzo della divina putrefazione? Anche gli dèi si decompongono! Dio è morto! Dio resta morto! E noi lo abbiamo ucciso! >> (F. Nietzsche, “La gaia scienza”)
“In cielo qualcosa si è rotto”. Prime avvisaglie di un’apocalisse vitrea. Di una esplosione silenziosa. Di una drammatica frantumazione di sistemi solari e teorie musicali. Il sonno delle coscienze partorisce mostri. E Principi. E balene. E filo spinato. E’ la fine del mondo secondo Bela Tarr, profeta che vive dentro questo film. Che questo film abita e percorre con la sua presenza gentile e con il suo sguardo totale, magneticamente attratto dai corpi (scrutati, illuminati, accarezzati) contenuti in ognuno dei piani-sequenza che (cifra, cardine, noema) compongono il film. Continuità nello spazio e nel tempo, riduzione al minimo indispensabile del raccordo di montaggio (cesura violenta “come un taglio”, esito sanguinoso “come una ferita”), tentativo disperato e definitivo di sutura della dieresi tra immagine e senso. Recupero di quanto si è perduto nel tragico regredire verso la barbarie di una (in)civiltà che ha scelto come suo unico sole il freddo monitor di un televisore: la capacità di com-prendere, unire, abbracciare. Virtù sepolte sotto pesanti lamiere di indifferenza, nei cuori induriti di uomini che non sono più in grado di (ri)conoscere ed amare la semplicità arcaica, lo stupore figlio del mistero inaccessibile, la spaventosa vertigine nascosta nel segreto dell’intimo di ogni creatura.
Un segreto piccolo come una balena, also sprach Bela Tarr. Verità impossibile da nascondere eppure ignorata (e schernita, assalita, calpestata) da molti. Sacra perchè umana, troppo umana. In risposta al disorientamento della violenza figlia dell’incomprensione un lento scandagliare in ricerca, peripatetico ed estremo come mai prima al cinema (e nel cinema). Ricerca testarda di una traccia, di uno spiraglio, di una infinitesima scintilla di luce in un quadro di indistinta e annichilente ombra. Eclissi di corpi, sottrazione di luce, ostacoli al movimento. Chiaroscuri di penetrante bellezza necessari per catturare nella loro perentoria fissità l’assenza/essenza metafisica del trascendente. Significazione estrema, percezione ontologica, chiave di volta che si agita nello spettro delle ombre riflesse sul muro della caverna. Pienezza e purezza di immagini e suoni: sinestesie dilatate a dismisura nella ipnotica persistenza dello sguardo di Bela Tarr. Cine-occhio in costante rotazione intorno al suo centro: un’armonia naturale che faccia a meno di compromessi e semitoni. E che come la più necessaria delle illusioni riesca ancora, per una volta a riscaldare il cuore degli uomini.
Pick:Innanzitutto grazie per la disponibilità. E’ un onore averti come ospite su Cinedrome.
Cinemasema: L’onore di essere intervistato da Cinedrome è tutto mio, anche se spero di non rivelare troppi segreti imbarazzanti.
Pick:Comincerei chiedendoti subito di dirci qualcosa del tuo blog. Come è nato? Perché è nato? Perché un titolo come “Cinemasema”?
Cinemasema: Cinemasema è nato per sbaglio in un assolato pomeriggio d’estate. Ero davanti al computer non ricordo a fare cosa con gli occhi che non volevano stare aperti dal sonno (come al solito la notte precedente avevo dormito pochissimo). Quasi senza rendermene conto, navigando su Google, ho notato che potevo creare un blog tutto mio, gratis e con estrema facilità. Pochi minuti e il mio blog era già pronto (ovviamente non con la stessa veste grafica che conoscete), ma a questo punto è sorta spontanea una domanda: “cosa scrivere?”. In un attimo mi è passata davanti agli occhi una lunga sequenza di immagini: ricette di cucina (ma non so cucinare, ahimé, o almeno quando ci provo combino solo guai), poesie (Le mie? Ne ho scritte a centinaia ma un blog di poesia non mi appassionava più di tanto), letteratura (Ero quasi deciso a pubblicare recensioni di romanzi e saggi, ma… per scrivere una recensione su un romanzo di solito impiego un mese… troppo tempo…), pittura (Stupendo! Sì pittura! Pittura! Avrei trattato di pittura!…. Ma… no… l’analisi di un quadro mi porta via un tempo infinito, peggio che nel caso del romanzo…). Spensi il computer nel momento in cui mi ricordai di una relazione su Mulholland Drive scritta dopo una discussione entusiasmante con un’amica cinefila. Qualche mese prima gliel’avevo spedita e avevo intavolato un discorso molto interessante via mail. Avrei potuto pubblicare quella. E così è stato. Senza Mulholland Drive probabilmente non avrei mai aperto un blog sul cinema. All’inizio decisi di nominare il blog “Sul cinema” non perché mi sembrasse un nome pertinente, ma perché non mi ero reso conto che quello sarebbe stato proprio il nome del mio blog. La dimostrazione di questa mia indecisione è d’altronde davanti agli occhi di tutti: il blog è “cinemasema” ma l’url è “cinemante”. Non avevo ancora capito nulla su come si costruisce un blog. Solo dopo alcuni giorni ho sostituito “Sul cinema” con “cinemasema”. Il nome mi è venuto in mente d’improvviso e subito mi sono detto che questo sarebbe stato il nome adatto per due motivi e mezzo: 1) potrei considerare il lemma “sema” nel senso di “segno linguistico” (de Saussure), e infatti era mia intenzione fondare un blog che trattasse di segni; 2) il nome è nato come sorta di epitesi per formare una semplice rima a causa della ripetizione di “ema” in fine parola, un doppione accovacciato all’interno: cinEMAsEMA; 2,5) questo ti sconvolgerà, ma te l’ho detto, non sono del tutto lucido: l’Ema è un torrente che scorre a sud di Firenze e poiché trascorro (per lavoro e altri motivi) gran parte della giornata in Val d’Ema… ehm…ecco… insomma l’ultimo è davvero un motivo senza senso.
Pick:Le strade che esplori con la tua scrittura portano in direzioni spesso “difficili”, poco esplorate dal cineblogging. Cosa in particolare ti stimola a percorrere un sentiero così impegnativo?
Cinemasema: È solo l’impostazione che ho sempre dato ai miei lavori sin dai tempi dell’università. Cercando di semplificare (altrimenti mi dilungherei troppo) non ho mai dato importanza al racconto (nel senso di mero fatto che accade), perché ho sempre ritenuto che non è il fatto in sé a determinare la qualità del testo, anche se vi è una certa tendenza di “cadere” nella tela del “fatto”. Con questo non intendo dire che la storia non sia importante, anzi, proprio perché la storia “è importante” deve essere lasciata “riposare” nella mente di chi la apprende. Avrai notato che nelle mie recensioni tratto spesso “degli eventi che accadono”, ma è un limite che mi sono posto per non correre il rischio di diventare criptico. La parte che mi piace più di un film è quella “bellezza” che esce fuori da ogni aspetto del lavoro. Ad esempio l’aspetto che mi colpisce di più dei giorni della mia infanzia, e che affiora prepotentemente nel ricordo, è il profumo dell’aria delle mie estati di bambino, un profumo che non sento più e che quando raramente riesco a percepire mi trasforma in un cane da tartufo: trascorro quegli attimi annusando intensamente l’aria (ma il profumo non è nell’aria, bensì nel ricordo del profumo di quei giorni). In questo ovviamente non c’è nessuna originalità, perché sappiamo benissimo che il problema è stato sollevato un secolo fa da Proust. Insomma la bellezza della mia infanzia non è nella storia di un bambino ma nel profumo estivo dell’aria respirata. Inoltre poiché qualsiasi cosa con cui veniamo in contatto ci influenza e non siamo una tabula rasa, anche il gusto, che si forma davanti ad un’opera d’arte o un film, si trascina dietro tutto ciò che siamo (esperienze personali, cultura, genoma, ecc.). Ecco, nelle mie recensioni cerco di tirare fuori tutto quello che ho provato durante la visione del film. Infatti ho sempre ribadito che le mie non sono recensioni semiotiche ma estetiche (giudizio di gusto) perché secondo me la bellezza deve uscire dal testo e attestarsi nel connubio testo-fruitore. L’arte è fatta per essere goduta altrimenti non sarebbe niente.
Pick:Quali pensi che dovrebbero essere le caratteristiche ideali di un cineblog? Quali sono gli elementi che ti appassionano alla lettura di un determinato blog?
Cinemasema: Mi piacciono le idee e soprattutto quelle che a me non sarebbero mai venute in mente. Una frase che mi stupisce (anche solo una in un post lunghissimo) è per me sufficiente a giustificare il tempo impiegato per leggere una recensione. Sento che leggere gli altri cineblog mi influenza, mi trasforma. Sono convinto che non potrei più scrivere recensioni uguali a quelle di due anni fa (o anche solo alcuni mesi fa) e che quelle che scriverò domani non saranno simili a quelle attuali. Il confronto mi arricchisce e cerco di leggere più recensioni possibili su un film. I punti di vista degli altri entrano a far parte del mio background e diventano parte di me, come qualsiasi altra esperienza. Pertanto mi rimane difficile definire le caratteristiche ideali di un cineblog. Ovviamente se un cineblog vuole essere letto da molti ed essere sempre al top ritengo che i post debbano essere sintetici e capaci di “catturare” l’attenzione. Sono d’accordo con chi pensa che chi cerca una recensione di un film sul web non ha molto tempo e tende a chiudere il collegamento con pagine simili.. ehm… alle mie. Scrivo soprattutto per divertirmi e leggo soprattutto per conoscere altri punti di vista: per questo mi appassiono quando leggo recensioni che mi aprono porte su orizzonti sconosciuti. E blog del genere ne conosco tanti. Peccato di non avere il tempo di leggere tutto e fare amicizia con tutti.
Pick:Leggi molti altri cineblog?
Cinemasema: Sì. E mi rammarico per il poco tempo di cui dispongo in questo periodo particolarmente “impegnativo” e purtroppo lungo.
Cinemasema: Ho ricominciato. Anni fa leggevo di tutto. Poi mi sono stancato. Leggevo moltissime riviste tra cui Cinema e cinema del compianto Adelio Ferrero, i Cahiers, Segnocinema, Close up, Filmcritica. Adesso leggo Drammaturgia (on-line), ma soprattutto Filmcritica di Edoardo Bruno. Molti anni fa ho seguito un suo corso.
Pick:Sulla base di quali elementi scegli di parlare di certi film piuttosto che di altri?
Cinemasema: Innanzi tutto tendo a parlare dei film che mi sono piaciuti. Di solito non riesco a “distruggere” un film “brutto” perché secondo me girare un film presuppone comunque una certa organizzazione e un certo impegno. Il cinema è arte d’equipe e il regista spesso non può controllare tutti gli aspetti connessi alla produzione di un film. Qualcosa sfugge sempre e magari può capitare che il prodotto finito non sia proprio quello che si sarebbe aspettato. Senza tener conto delle pressioni che un regista deve subire da parte di produttori saccenti, attori isterici, collaboratori intraprendenti. Insomma tendo a giustificare comunque anche i peggiori film ma di solito preferisco non scriverne. Questo non mi capita con i romanzi, ecco in questo caso divento davvero cattivo. Se avessi aperto un blog di letteratura avrei trascorso molto tempo a polemizzare con amici e conoscenti. Lo so che pure allo scrittore può capitare (e molto spesso) di ritrovarsi un prodotto diverso dalle aspettative, e questo potrebbe essere anche positivo, ma nel caso di un brutto romanzo la colpa sarebbe unicamente sua (a meno che non scriva su commissione). Di solito do la precedenza al film d’autore, ossia a registi che conosco già o di cui ho letto bene, ma a volte ho visto anche dei film che non avrei voluto vedere ma che mi hanno impressionato facendomi ricredere. Da circa un anno ho deciso invece di creare una struttura più organica, ossia ho cercato di approfondire un regista pubblicando recensioni su alcuni suoi film. Così ho fatto per Van Sant, per Kaurismaki e stavo iniziando a fare per Ophuls. Purtroppo “problemi” molto importanti mi hanno allontanato dal web e il mio progetto si è arenato. Avrei intenzione di scrivere post su Pasolini, Carmelo Bene, Antonioni, De Oliveira e molti altri. Avevo anche intenzione di scrivere qualcosa su Godard (recensioni di film “attraversate” dai suoi scritti, ad esempio). Ma non so se riuscirò a sviluppare queste idee.
Pick:Siamo in molti a ritenere che i tuoi post meriterebbero la “canonizzazione” della carta stampata. Hai qualche progetto o idea in merito?
Cinemasema: Nessun progetto. Ti confido un segreto. Su carta vorrei veder pubblicati i mie racconti e i miei romanzi. Attualmente ne sto scrivendo uno… be’… ma non dovrei parlare di questo. In fondo, ho notato, pubblicare un romanzo, e magari anche di successo, è il sogno di molti cineblogging. Le mie recensioni su carta sarebbero lette da pochi. Almeno sul blog sono gratis e probabilmente hanno più chance che rilegate in un libro.
Pick:I tuoi scritti evidenziano un solidissimo e ampio background culturale, che spazia attraverso discipline e contesti diversi. Quali pensi che dovrebbero essere gli strumenti intellettuali “di base” necessari per favorire un approccio proficuo e stimolante al cinema e alla scrittura di cinema?
Cinemasema: Per vedere un film basta uno sguardo e per avere un gusto una passione. Credo che gli appassionati posseggano già tutto quello di cui hanno bisogno. Diverso è il discorso per chi va al cinema con lo stesso spirito con cui andrebbe al bingo (mi scusino i giocatori di bingo, non ce l’ho con loro, tra l’altro mia nonna era un’abile e capacissima giocatrice: vinceva sempre). Ovviamente quando vado al cinema con queste persone non tendo ad isolarmi nella mia torre d’avorio, ma cerco di stimolare la loro curiosità tentando timidamente di instillare in loro il dubbio. La critica più frequente che sento da questi amici è: “ma non è verosimile” e l’elogio più gratificante: “un filmone perché racconta la verità”. Ecco, cerco di far capire a costoro che le cose non stanno proprio così, ma se vogliono continuare a bere un Sassicaia del ‘97 come fosse un vino da tavola qualsiasi (magari pure annacquandolo) facciano pure. A parte questo e con le dovute cautele (perché ognuno si porta dietro le sue esperienze culturali) ritengo che un appassionato di cinema dovrebbe almeno interessarsi anche di pittura. Dovrebbe tener presente che l’occhio può essere ingannato, eppure quest’occhio “aggirabile” influenza notevolmente il cervello, sicuramente più del gusto, del tatto e dell’olfatto. Allenare lo sguardo (come fa qualsiasi atleta allenando i muscoli) è propedeutico alla visione del film, ma il primo esercizio di questo allenamento dovrebbe essere una semplice infarinatura di un po’ di storia dell’arte e della fotografia. Per quanto riguarda pittura e fotografia potrebbe essere sufficiente aver sfogliato almeno un libro oppure avere visitato alcuni musei (almeno uno di arte contemporanea). Ad ogni modo sono convinto che oggi chiunque abbia acquisito conoscenze inerenti a queste due arti. Poi volendo si potrebbero seguire altre esperienze legate al fatto che il cinema è un sistema di segni, quindi secondo me sarebbe importante possedere conoscenze relative alla Linguistica. Non disprezzerei inoltre l’importanza di “certa” filosofia del linguaggio. Ovviamente non ho intenzione di dettare delle regole anche perché certe affinità, certe sensibilità, sono personali e può capitare di leggere ottime frasi scritte da persone che non hanno frequentato “certe fatiche”. Altri ingredienti: la curiosità e soprattutto la capacità di non farsi invischiare nella pseudobellezza del luogo comune e del cliché (mostri che purtroppo di sovente infestano il cinema odierno).
Pick:Quali sono i tuoi principali referenti teorici, gli autori che più hanno segnato il tuo modo di “leggere” un testo-film?
Cinemasema: Sono quelli che di solito cito nelle note dei miei post. Sempre i soliti “noti”: Deleuze, Barthes, Jakobson, Goodman, Gadamer, Chatman, Derrida, Blanchot, Eco, Searle, e molti altri. Metterei anche testi di registi e appassionati di cinema come Bazin, Godard, Truffaut, Pasolini, Tarkovskij ed altri. Inoltre aggiungerei studiosi e ricercatori quali Aumont, Comolli, Amiens, Chion, Chateau, Cremonini, De Vincenti, Bruno, Bernardi, Sainati ed altri. Mi devo fermare altrimenti stilerei un elenco lunghissimo.
Pick:Abbiamo un piccolo contributo filmato preparato dalla redazione.
Cinemasema: Meraviglioso! Il caro “antipatico” Greenaway ha le idee chiare, non vi sono dubbi.
Pick:Peter Greenaway afferma che il cinema è morto definitivamente nel momento in cui il telecomando ha rotto il modo di controllare lo schermo televisivo. Cosa ne pensi?
Cinemasema: Sinceramente non lo so. Anche Godard in un certo senso dice la stessa cosa. Cinema significa alzare la testa per vedere lo schermo e non abbassarla come si fa con la tv (sempre che non si agganci lo schermo al soffitto). Comunque sono d’accordo se per “morto” si intende non più riproponibile come in passato. Il cinema forse non è morto ma è un baco che sta per uscire dal bozzolo: forse uscirà una bellissima farfalla ma poi quanto vivrà questa farfalla?
Pick:Hai avuto la fortuna di incontrare personalmente Peter Greenaway. Che ricordi conservi di quell’esperienza?
Cinemasema: Emozioni intense. Mi ha affascinato la sicurezza con cui l’artista espone le sue idee e l’arroganza con cui si rivolge agli interlocutori. Per lui siamo analfabeti della visione. Dobbiamo imparare a guardare il mondo. Il mondo è davanti ai nostri occhi ma ancora fuori fuoco. Anche per lui bisogna studiare la storia dell’arte, ma è troppo settario: solo gli studiosi d’arte (credo metta tra gli eletti anche i pittori) possono vedere un film e in fondo “ogni paese ha il cinema che si merita” (nel dire questa frase mi pare di aver scorto sul suo volto una sorta di compiacimento come se si fosse mentalmente complimentato con se stesso). Un uomo detestabile e sono convinto che se fosse un mio amico faremmo lunghissimi e violentissimi litigi. Ma non rinuncerei mai all’opportunità di sedere in sala con lui.
Pick:Apprezzi il cinema di Greenaway?
Cinemasema: Lo adoro anche se non ho ancora capito dove vuole arrivare. Sono d’accordo quando dice che non bisogna alzare steccati tra le arti (riferendosi alla video-arte e che solo gli “stupidi” creano steccati nelle proprie menti), ma non condivido molto la sua tesi che la narrazione debba riguardare il romanzo e non il cinema. Greenaway dimentica l’esperienza di scrittori quali Proust, Joyce, Virginia Woolf, dimentica l’esperienza del Nouveau Roman, per non parlare delle esperienze contemporanee di Pynchon e David Foster Wallace (due autori che purtroppo ancora non conosco bene). Ormai gli steccati stanno cadendo anche nel romanzo e se il suo ragionamento deve valere per il cinema (sempre che uno sia d’accordo) perché non dovrebbe valere per il romanzo? Caso mai farei un altro discorso (ma non è il caso di approfondire) relativo alla forza della funzione poetica intrinseca alle varie arti. La poesia ad esempio non ha mai avuto problemi con la narrazione perché la crea e la distrugge in ogni verso.
Pick: Ti citerò alcune possibili “intersezioni” del cinema con altri terreni di espressione artistica. Dovrai ipotizzare il film che pensi possa rappresentare meglio questo incrocio, e perché. Cominciamo: cinema e pittura.
Cinemasema: “Passion” di Godard. Molti pensando a Godard e al suo cinema pensano al saggio; ed è vero (Pierrot le fou ad esempio è un film-saggio). Ma sono d’accordo con Aumont quando definisce Godard un pittore. Già dai primi film il regista di À bout de souffle compone l’immagine con segni e colori, per lui il sangue “non è sangue ma del rosso”, scompone le sequenze e le ricompone “sbagliate” come fossero immagini cubiste, si pone il problema della luce, ecc. Passion è un film sulla pittura (Tableaux vivants) e sulla luce. E’ vero, l’idea (per Passion) l’ha ripresa dalla Ricotta di Pasolini, ma merito di Godard è avere trasferito la pittura nel cinema e nella vita e Passion è l’atto stesso di dipingere un film tramite i colori della vita.
Pick:Cinema e teatro.
Cinemasema: Innumerevoli film ma mi viene in mente Smoking (legato ovviamente a No smoking) di Resnais. Teatro al cinema? No, vero e proprio cinema-teatro, ossia cinema girato teatralmente: pochi cambi di scena, addirittura due soli attori che interpretano molti personaggi, ma soprattutto la vita del teatro, difficilmente riproducibile al cinema se non metaforicamente e infatti riprodotta da Resnais tramite le conseguenze che potrebbe avere il semplice gesto di accendere o meno una sigaretta.
Pick:Cinema e fumetto.
Cinemasema: Film tratti da fumetti ne sono stati girati tanti e potrei citarne molti, ma stranamente niente più di Dogville mi fa pensare al fumetto. Sarà perché lo spazio del paese visto dall’alto con i confini dei muri e dei giardini disegnati e i pochi mobili posizionati in questi spazi “liberi” mi rammenta la suddivisione della pagina in celle. È vero, mancano le nuvolette dove scrivere i dialoghi, ma in fondo l’assenza delle pareti e la macchina che danza intorno ai personaggi possono benissimo restituire il ritmo “aperto” sconfinato delle nuvole che nel fumetto sono spazio ulteriore che occupa altri spazi, una sorta di extraspazio.
Pick:Cinema e musica.
Cinemasema: Mi vengono in mente tanti musical e molti film sulla vita di musicisti famosi, eppure mi sento di scegliere un film che forse non sarà il più rappresentativo ma che unisce, informa, fonde immagine e suono. Mi verrebbe da dire West Side Story o The Rocky Horror Picture Show, i miei due musical preferiti. Potrei affermare che la musica è parte integrante del cinema, è una sua componente essenziale anche quando non c’è o anche quando sembra rumore (molti “suoni strani” non sono rumore ma è musica contemporanea). Pertanto un film è anche musica. Però in fondo forse l’opera che mi ha fatto amare la musica è “Fantasia” di James Algar. “Fantasia” è la massima espressione musicale, il tripudio del suono legato all’immagin(e)azione. “Fantasia” è quando il cinema si trasferisce definitivamente nel suono e nell’armonia. Lo so, è anche un film di animazione, e c’è Topolino, ma questo non fa che sottolineare la forza fantastica della musica nel film, sottolinea quanto in un film sia importante la musica (e con essa l’intera colonna sonora).
Pick:Cinema e fotografia.
Cinemasema: Anche qui numerosissimi film (Ad esempio La jetée di Marker) ma mi viene in mente Blow-Up di Antonioni, non perché il personaggio principale è un fotografo (e molte scene sono state girate nello studio di un fotografo), ma perché Blow-Up è un film sulla fotografia, sull’importanza del fermo immagine nella ricostruzione di un evento. Un oggetto infinitesimale appena percepibile non è visibile per uno sguardo adattatosi all’immagine in movimento, ma appena viene mostrata la foto, l’immagine viene congelata, l’occhio non si lascia ingannare dal sintagma, la mente non cuce storie nel flusso della pellicola, ma si adagia, si riposiziona cercando di costruire dentro l’immagine sapendo che nessun fuori verrà mostrato e che dovrà accontentarsi di un fuori dedotto. La fotografia è un indizio. A questo punto l’iconico prende il sopravvento sul diegetico e nell’iconico l’occhio, piano piano, riesce a scorgere particolari prima nascosti nell’invisibile. Di questo narra Blow-Up.
Pick:Quali sono i 5 registi che consideri in assoluto “intoccabili”, che più di altri si sono radicati nella tua memoria e nel tuo sguardo?
Cinemasema: Anche qui sono prevedibile. Premetto che adoro moltissimi registi, assai più dei cinque che sto per citare, ed elencarli è per me una grande fatica. Comunque in questo momento sono: Cukor, Godard, Lang, Tarkovskji, Ozu.
Pick:Le 10 pellicole che salveresti da una distruzione atomica planetaria e porteresti con te su un altro pianeta.
Cinemasema: Qui è ancora peggio che per i registi. Ne salverei diecimila. Ma non avendo tempo ed essendo obbligato perché l’astronave sta per partire (se partisse oggi) prenderei (in ordine di preferenza):
Ale55andra: Per me non ci sono problemi. Cominciamo pure. Farà male? Mi sembra di stare dal dentista.
Pick: Ma no… stai tranquilla. Le telecamere sono già accese. Sei in onda.
Ale: Oddio, ma avvisarmi cinque minuti prima no? Almeno mi davo una sistematina ai capelli.
Pick: Va benissimo così. Grazie per aver accettato di sottoporti a questo supplizio, prima di tutto.
Ale: Bè, ultimamente sto notando una crescita di istinti masochistici, soprattutto in campo cinematografico. Mi guardo le peggio schifezze, anche se so che ci sarebbe un mondo di film da recuperare. Comunque il supplizio più che altro risiede nel fatto che sento quasi una sorta di senso di inadeguatezza in confronto con i precedenti intervistati, ma me ne farò una ragione.
Pick: Ma figurati…
Ale: Bè sai, non è da tutti avere un socio che ama Ozpetek o farsi intervistare in mutande, sono confronti che non riesco a reggere…
Pick: Su questo non posso darti torto. Io comincerei subito con una domanda che credo interessi molto ai nostri lettori. Quante persone scrivono per il tuo blog? Sono tutte munite di regolare permesso di soggiorno?
Ale: A dire il vero ho tentato di tenere nascosta questa cosa, ma a quanto pare qualcuno ha fatto la spia o si è venduto per ottenere il permesso di soggiorno che ovviamente nessuno dei miei “collaboratori” ha. Comunque più che altro, sono tutte “persone” che albergano nella mia mente, molte delle quali non perfettamente sane, un po’ come il protagonista di “Doppia personalità” di De Palma che ne aveva un bel po’ di “gemellini” insani.
Pick: Tipo i nanetti di “Brood la covata malefica”.
Ale: Bè, l’unica differenza è che i miei “nanetti” sono tutti molto belli da guardare, niente a che vedere con quei mostriciattoli deformi e dispettosi. Ah, e hanno anche l’ombelico eh?
Pick: Parlando seriamente, riesci a tenere un ritmo incredibile nella scrittura dei post. Come ci riesci?
Ale: In effetti mi rendo conto che possa sembrare un’impresa quasi impossibile. Il mio problema, o forse non è un problema, è che ho sempre avuto questa sorta di capacità di svolgere “compiti” in maniera veloce ed efficace, solo se questi compiti sono di mio gradimento. Che ne so, se tu mi chiedessi di fare un’altra cosa con la velocità e la costanza con cui aggiorno il mio blog non ci riuscirei affatto, perchè non lo vorrei in effetti. Quando invece una cosa mi soddisfa, mi appassiona e soprattutto riesce a placare la mia voglia di esprimermi, allora diciamo che non mi rendo neanche conto di sostenere ritmi serrati. A volte però la stanchezza si fa sentire e ci sono dei periodi in cui non ne voglio sapere per niente di recensioni e blog. In quei momenti ricarico il desiderio per ricominciare. Un po’ come una storia d’amore no? Se non si litiga, come si fa poi a fare pace?
Pick: Quale pensi che possa essere l’apporto (o la differenza) di una esponente del sesso femminile nel fare cineblogging?
Ale: In realtà a questa domanda si dovrebbe rispondere che le donne sono più sensibili ed emotive degli uomini e dunque possono riuscire a cogliere gli aspetti più emozionali delle pellicole. Ma in realtà a questa domanda non posso rispondere in questa maniera, se vogliamo anche retorica e superata, proprio perchè nella mia “carriera” da cineblogger, ho avuto modo di visitare una miriade di blog maschili che non hanno nulla da invidiare in quanto a sensibilità, cinematografica e non, rispetto a quelli femminili. Sinceramente, però, in alcuni casi mi è capitato di notare la differenza, ma sono solo eccezioni. Ci sono blog maschili per esempio dedicati completamente ai film d’azione, ai serie B di Van Damme o Schwarzenegger per fare dei nomi e blog femminili che si concentrano più sul glamour, sul gossip o roba di questo tipo. Fatto sta però che a mio modo di vedere le cose, il cinema non ha sesso, nè età. E’ questa la sua grande magia e il suo maggior pregio, quello di riuscire a comunicare lo stesso ventaglio di emozioni anche ad essere così differenti come possono essere un uomo e una donna o magari ad infondere sensazioni diverse indipendentemente da questa differenza. Insomma, per dirla in parole semplici, una delle più grandi potenzialità del cinema è che è davvero democratico. Per cui molto spesso io non mi rendo davvero conto se quello che sto leggendo l’ha scritto un uomo o una donna e la cosa mi fa piacere, perchè penso che anche chi dovesse leggermi senza conoscere il mio nome, non si renderebbe conto del fatto che sono una donna.
Pick: Su questo non sono molto d’accordo con te. Penso che il genere influenzi soprattutto, al di là delle “costruzioni” di gusto e attitudini, proprio il modo di scrivere.
Ale: In tutto questo ho dimenticato di dire la cosa più divertente, e cioè che ho letto anche blog femminili dedicati ai vari Rambo e company e blog maschili sul glamour, ahah.
Pick: Segui molti cineblog “rosa” ?
Ale: In effetti, e di questo me ne rammarico più che altro perchè mi sento in difetto, il numero di blog che seguo, ed è altissimo, ha un’altissima componente maschile. Ma in fin dei conti ne seguo anche parecchi di blog al femminile, alcuni dei quali non hanno davvero nulla da invidiare a quelli dei colleghi di genere opposto.
Pick: Qual’è il tuo rapporto con la tua (nostra) terra di Puglia?
Ale: Mi hai fatto una domanda molto difficile, un argomento tra l’altro sul quale sempre più spesso ultimamente, aiutata anche da alcune visioni cinematografiche illuminanti al riguardo, mi sto interrogando. Per lungo tempo ho pensato di odiare la mia terra, di volerne fuggire al più presto possibile, per evitare quelli che sono gli aspetti negativi che la contraddistinguono, ed entrambi sappiamo che non sono pochi. Crescendo e imparando a fondere la razionalizzazione con l’emozionalità ho capito che c’è un legame, magari involontario, che mi lega alla mia terra dal quale non riuscirò mai a liberarmi. Una sorta di cordone ombelicale mai reciso e mai recidibile che mi farà sempre sentire una parte, a volte attiva, a volte passiva, di questa terra.
Pick: Pensi che, tra le altre questioni irrisolte, ci sia anche un problema di distribuzione cinematografica al Sud?
Ale: Questa è una delle tante questioni scottanti che mi spingono a desiderare di voler “fuggire”. Sicuramente ci sono problemi molto più urgenti di questo, ma per chi come noi “vive” di cinema è comunque un peso non indifferente il fatto di non riuscire ad accedere a molte delle pellicole che si vorrebbero vedere o di poterlo fare solo a costo di lunghi spostamenti tra l’altro onerosi anche a livello economico. Senza contare il fatto che chi come me spera, magari inutilmente (non mi faccio illusioni) di entrare in qualche maniera a far parte del giornalismo cinematografico, l’impossibilità di accedere ad eventi come le anteprime è un grosso deficit. Fatto sta che qualcosa si sta muovendo da queste parti, come ha dimostrato per esempio il festival del cinema tenutosi a Bari qualche mese fa.
Pick: Quella dello scorso anno era l’edizione “numero zero”, se non sbaglio. L’anno prossimo dovrebbe muoversi qualcosa di più.
Ale: Si, è nato da poco, ma mi è sembrato (pur non avendovi potuto partecipare) che abbia grossi margini di crescita e di sviluppo.
Pick: Ci speriamo… Salvo qualche piccola cosa (penso a Taormina) finora il giro dei festival cinematografici in Italia è pesantemente spostato sul centro-nord.
Ale: Roma, Torino, Udine, Venezia… il sud anche in questo è sempre lasciato indietro. Ma le responsabilità a chi vanno imputate? E’ questo che a volte mi chiedo quando mi fermo a pensare sul fatto che in effetti il Sud è poco competitivo sotto questo punto di vista. Bisogna capire che questo genere di manifestazioni, se così vogliamo chiamarle, sono anche un espediente, non solo per diffondere la passione per il cinema, ma anche per incrementare l’economia, il turismo, ecc.. purtroppo sembra quasi un’eresia parlare di festival cinematografici come possibilità per fare soldi ed espandersi, ma se questo è l’unico modo a disposizione per avere la possibilità di accedere a quel genere di manifestazioni anche dalle nostre parti, allora ben venga. Una sorta di do ut des, tanto per far vedere che sappiamo due parole di latino. Per quel po’ che ho potuto constatare in prima persona, la Festa del cinema di Roma per esempio con il fatto che accoglie artisti, attori, registi e via discorrendo, attira anche chi del cinema, inteso come arte, magari non se ne frega assolutamente nulla.
Pick: Invece a noi del cinema frega parecchio. E a questo proposito la redazione ha preparato un piccolo contributo filmato.
Ale: Ti ringrazio infinitamente per avermi riportato alla mente uno dei momenti più emozionanti della mia vita, e non è un modo di dire. Questo è l’incontro che Cronenberg ha tenuto col pubblico, io purtroppo non sono riuscita ad accedervi, ma ho assistito all’incontro con la stampa, ed ero proprio lì a due tre metri di distanza da lui. Non sono mai stata vittima del “divismo”, non ho mai sognato di avere l’autografo dei miei artisti preferiti o cose di questo genere. Ma quando sono andata a Roma e mi sono trovata a pochi passi da alcuni dei miei miti come appunto Cronenberg, e anche Al Pacino in egual misura, ho sentito proprio il cuore salirmi in gola. Un’esperienza, anche perchè è la prima forse, che rimarrà per sempre tra i miei migliori ricordi, non ci sono dubbi al riguardo. E comunque al di là del livello emotivo che accompagna questi ricordi, c’è anche un’ampia dose di considerazioni illuminate e illuminanti che Cronenberg, ma non solo, hanno regalato a noi che eravamo lì ad ascoltare.
Pick: Cosa ricordi di quell’incontro e come lo ricordi?
Ale: Ricordo che non appena entrai nella sala e presi posto mi resi conto di essere quasi in un limbo emotivo. Cioè non provavo niente, ero lì che aspettavo semplicemente che arrivasse un regista di cui ero praticamente “innamorata” e che parlasse dei suoi film e del suo lavoro. Quando entrò e prese posto ero sempre in quel limbo, quasi preoccupata del fatto che non provassi nulla. Poi non appena aprì bocca e cominciò a parlare di come lavora, del perchè attua certe scelte e via dicendo, cominciai a sentire quello che avrei voluto sentire sin dall’inizio e cioè una sorta di coinvolgimento intellettuale ed emotivo, che ho provato raramente in vita mia.
Pick: Nel complesso come hai trovato l’esperienza della Festa del Cinema di Roma?
Ale: Checchè se ne dica, a mio modo di pensare la Festa del Cinema di Roma, polemiche dovute o meno a parte, non è poi così male. Sicuramente non posso giudicare pienamente l’esperienza, perchè per mia sfortuna non sono mai stata a Venezia o a Cannes o anche solo a Torino. Però io ho respirato cinema per dieci giorni consecutivi, ho conosciuto un sacco di appassionati e di addetti ai lavori, ho avuto modo di visionare un numero spropositato di pellicole (e avrei potuto vederne anche di più se ne avessi avuto la possibilità “logistica” in quanto a spostamenti e cose del genere), la maggior parte delle quali sicuramente non capolavori, ma comunque film apprezzabili. Ho storto il naso solo di fronte ad un numero ridotto di pellicole rispetto al totale, ho assistito ad alcuni dei più illuminanti incontri con registi e attori della Festa (ricordo ancora Wim Wenders, Cronenberg appunto, Al Pacino, ma soprattutto il grandissimo Viggo Mortensen e tantissimi altri, se li elenco tutti non finisco più). Nel mezzo ho anche assistito alla “rivolta” studentesca contro i tagli alla cultura del nostro Governo, cosa vogliamo di più dalla vita? Purtroppo, per mio grandissimo rammarico, mi sono persa l’incontro con Cimino e anche quello con Toni Servillo, se ci penso mi mangio ancora le mani. Ma è andata così…
Pick: Cosa pensi dei registi della “Nouvelle Vague” pugliese (Piva, Winspeare, Rubini…)?
Ale: C’è da essere orgogliosi di certi nostri conterranei, visto che sono riusciti ad emergere anche senza ricorrere a facili mezzi come la commedia giovanilistica, il cinepanettone e cose di questo genere, che hanno come primo vantaggio quello di farti conoscere al grande pubblico e dunque di darti la possibilità di proseguire la tua carriera nel modo che preferisci. I registi che hai citato, invece, hanno saputo crearsi un proprio stile, farsi strada nel panorama succitato senza amalgamarsi alla “massa”, entrare nel cuore di molti appassionati con il loro stile personale, le tematiche a loro care, delle cose da dire e da raccontare, oltre che da mostrare. Rifacendomi ad esempio alla tua domanda sul mio rapporto con la nostra terra, Rubini è riuscito a conquistarmi con il suo “La terra”, proprio perchè, al di là della componente giallistica del film e di vari elementi che magari non mi hanno del tutto convinta, è riuscito a coinvolgermi enormemente con quella sorta di discorso antropologico sul rapporto uomo-terra madre.
Pick: Che visione hai del panorama giornalistico in Italia?
Ale: Questa è una domanda alla quale rispondo quasi sempre con dolore, oltre che con perplessità. Perchè giustamente mi sembra di essere incoerente dato il fatto che studio giornalismo e ambisco ad entrare a far parte della “casta”. Ma il fatto stesso che si parli di casta a volte genera in me qualche fastidio pruriginoso. L’attuale stato dell’informazione italiana non gode di ottima salute e la cosa è sotto gli occhi di tutti. L’informazione è controllata, molto spesso censurata, il più delle volte inesatta e imprecisa. Per renderci conto della realtà di un fatto si dovrebbe far ricorso ad un numero spropositato di media, dal tg, al giornale, ad internet e via dicendo e non sempre è detto che si raggiunga il risultato, visto che ad ogni passo la versione di un fatto cambia. In più, se ci mettiamo che l’influenza politica, sia di destra che di sinistra, aleggia come un enorme nuvolone nero sulla nostra informazione e la frittata è fatta. Un ottimo esempio di quanto la realtà sia distorta dall’informazione è dato dal capolavoro depalmiano “Redacted” che bene fotografa il panorama desolante dell’informazione. (E sono due volte che cito De Palma…)
Pick: E in tutto questo la critica cinematografica come (e dove) pensi si collochi?
Ale: Bisogna capire di cosa parliamo oggi quando ci riferiamo alla critica cinematografica. Perchè la critica cinematografica cosiddetta cartacea, quella dei “matusalemme” senza offesa per nessuno, ma solo per riferirci al fatto che si sta parlando di “veterani”, a volte mi sembra anch’essa alquanto veicolata, come se chi stesse scrivendo non abbia affatto visto la pellicola in questione o l’abbia poi descritta seguendo determinate direttive imposte da qualcuno, e non voglio fare ipotesi perchè ce ne sarebbero troppe. Senza contare il fatto che stiamo parlando di una realtà sicuramente importante (non sono moltissimi i veri e propri teorici e studiosi del cinema di cui possiamo fidarci) che però rimane chiusa in sè stessa, senza aprirsi alle naturali e inevitabili trasformazioni che la critica cinematografica ha subito e sta subendo con la nascita appunto del fenomeno del cineblogging. E quello che a volte fa più rabbia è il fatto di leggere recensioni di critici imbolsiti e blasonati che sono di gran lunga inferiori a quelle scritte da qualche cineblogger decisamente valente che però non ha il giusto spazio che merita.
Pick: Le scuole e le università pensi facciano bene la loro parte?
Ale: Purtroppo, per mia disgrazia, non sono molto vicina alla realtà delle scuole e delle università di cinema, ma per quello che posso dire rifacendomi alle persone che conosco e che hanno studiato o studiano cinema, in effetti non è che vengano aiutati moltissimo, visto che ci si rifà ad insegnamenti ormai desueti a teorie preimpostate che non tengono conto dei cambiamenti e dei progressi, alla “venerazione” di figure giornalistiche il più delle volte ormai “morte” o superate e cose di questo genere. Ci sarebbe bisogno di uno svecchiamento anche in quel senso, ma non mi sento in grado di giudicare nella totalità l’apporto di scuole e università di cinema, visto che non ne frequento nessuna.
Pick: Non parlo solo dei corsi di cinema, ma anche di giornalismo e comunicazione in generale.
Ale: Non avendo terminato il mio corso di studi, non posso essere del tutto certa del fatto che l’università possa o meno aiutarmi nell’inserimento nel mondo del giornalismo. Ma un’idea me la sono sicuramente fatta e non è delle più allettanti, come ben puoi immaginare. Il fatto è che i piani di studi non sono affatto specifici, non si parla di giornalismo nemmeno a pagare, non si fanno esami pratici e ci si deve accontentare di qualche laboratorio o di qualche stage saltuario qui e lì. Senza contare il fatto che chiunque, almeno fin’ora, studente di giornalismo o meno, può conseguire il cartellino da pubblicista e cominciare a fare carriera se ci riesce. Non c’è esclusività nel nostro campo, la qual cosa ha i suoi pregi e i suoi difetti, considerata dal punto di vista di uno studente iscritto alla facoltà di Giornalismo ed editoria.
Pick: Cambiamo argomento passando a qualcosa di più leggero. Come è andata l’esperienza del round dei Trivia Award?
Ale: Ah, non pensavo che saresti andato a parare proprio qui. Che dire, io con i quiz, i test, i giochi, gli enigmi, soprattutto se di stampo cinematografico, mi diverto in una maniera incredibile. Fatto è che nel mentre mi diverto, comincio anche ad incazzarmi di brutto se non riesco a pervenire alla soluzione prima degli altri, per esempio. Con la tua tappa soprattutto, ma anche con quella di Losteyeways credo di aver acquisito un bel numero di rughe prima assenti sul mio volto. Ma al di là di questo, credo che l’idea del Trivia Awards sia anche un’ottima occasione di “unione” tra i vari cineblogger che hanno modo di correlarsi tra loro in maniera diversa dai soliti commenti tra i vari blog. E poi ho la fortuna di essere nella rosa degli organizzatori e dunque di potermi vendicare a dovere quando arriva il mio turno di gestire i giochi e a dire il vero mi sono divertita moltissimo a stuzzicare le vostre menti e i vostri intelletti, oltre che i vostri nervi.
Pick:Crudele!
Ale: Tutte le donne sono crudeli, l’ha detto anche Von Trier nel suo ultimo film a quanto pare…
Pick: Siamo quasi alla fine. Ora c’è il giochino dei 10 registi.
Ale: Ah, ecco! Non vedevo l’ora!
Pick: Sei pronta? Sai come funziona, credo.
Ale: Sono nata pronta… Sì, dovrei aver capito come funziona.
Pick: Ok. Ti dirò un regista, mi dovrai dire il film e l’aggettivo che credi lo rappresentino meglio. Cominciamo: Howard Hawks.
Ale: Poliedrico, “Scarface”.
Pick: John Carpenter.
Ale: Filosofico, “Il signore del male”.
Pick: David Fincher.
Ale: Schizofrenico, “Fight club”.
Pick: Frank Capra.
Ale: Svitato, “Arsenico e vecchi merletti”.
Pick: Gus Van Sant.
Ale: Metaforico, “Gerry”.
Pick: George Cukor
Ale: Illuminante, “A che prezzo Hollywood”.
Pick: Quentin Tarantino.
Ale: Citazionistico, “A prova di morte”.
Pick: Orson Welles.
Ale: Monumentale, “Quarto potere”.
Pick: Robert Altman.
Ale: Corale, “I protagonisti”.
Pick: Woody Allen.
Ale: Sofisticato, “Io e Annie”.
Pick: Ok…. direi che può bastare.
Ale: Su Carpenter volevo dire metafisico invece che filosofico, ma va bene lo stesso.
Pick: Va bene lo stesso. Un saluto e un ringraziamento a nome di tutta la redazione di Cinedrome.
Ale: Poi mi farai conoscere gli altri componenti, vero? Comunque grazie alla redazione, altrochè. Ci terrei particolarmente a ringraziare la mia famiglia che mi ha sempre sostenuto anche nei momenti più difficili, ma soprattutto i miei fan senza i quali non avrei raggiunto la posizione in cui mi trovo ora.
Pick: I ringraziamenti alla famiglia in genere vengono cestinati dai montatori.
Ale: Posso anche diventare come Welles con tutti sti tagli al montaggio eh?
Pickpocket83: Siamo in onda, Chimy. Sei a tuo agio?
Chimy: Moltissimo.
Pick: Perfetto. Per cominciare con qualcosa di interessante partirei dalla frase che per molto tempo è apparsa sul tuo/vostro blog. “Il cinema è l’arte di scolpire il tempo”.
Chimy : Ok, si parte subito forte.
Pick: E’ una frase importante.
Chimy: Estremamente importante.. come sai, è un frase del nume tutelare di Cineroom, Andrej Tarkovskij, ed esprime perfettamente cosa lui intende col fare del cinema. Per la maggior parte dei teorici il cinema aveva come arti-sorelle la pittura e il teatro. Per Tarkovskij invece il cinema si doveva paragonare alla musica, per le scelte legate ai tempi musicali, e alla scultura. Da qui deriva “L’arte di scolpire il tempo”.
Pick: Credi che Tarkovskij, sulla base di queste premesse teoriche, sia riuscito nel suo cinema a “plasmare” il tempo?
Chimy: Credo che in diversi momenti dei suoi film Tarkovskij porti lo spettatore a perdere le proprie coordinate spaziali, immergendoti in un flusso temporale dove non diventa più importante dove ti trovi (e vale sia per i personaggi dei suoi film che per gli spettatori) ma quanto tempo passi in quello spazio e come lo passi. Per spiegarmi meglio… consiglio di vedere, e rivedere, il momento in “Solaris” in cui la macchina da presa gira seguendo il corridoio circolare dell’astronave. Le immagini spiegano sempre meglio il cinema delle parole.
Pick: Qualcosa di simile accade anche in “Arca russa” di Sokurov.
Chimy: Verissimo, ed è interessantissimo il parallelo perché “Arca russa” fa esattamente la stessa cosa. Ci si muove in uno spazio fisso, definito, concreto, dove però la cinepresa ci “invita” a muoverci all’interno di tempi differenti, astratti e mentali. Questo almeno è quello che ho provato io. Su questo però vorrei sapere se sei d’accordo…
Pick: Assolutamente d’accordo.
Chimy: Perfetto.
Pick: Quali sono i tuoi “punti di riferimento” teorici? Gli scritti che più consideri importanti e che più hanno influito sul tuo rapporto con il cinema e la scrittura di cinema?
Chimy: Sicuramente il primo nome che mi viene da fare è Bazin. L’unico, o uno dei pochissimi, che faceva teoria che si collegava direttamente a come andare a valutare i film. Trovo molto più moderne le sue idee scritte negli anni ’50 di quelle uscite invece negli ultimi 25 anni.
Pick : Lo consideri quindi più importante della teoria degli anni più recenti. Molti invece vedono Bazin come un teorico storicamente superato.
Chimy: Io non sono d’accordo e anzi ribatto che per tornare a far sì che le teorie sul cinema abbiano ancora un senso bisogna riprendere l’approccio di Bazin di applicare direttamente le idee teoriche ad esempi di film o a “scelte cinematografiche” dei registi. Molte teorie più odierne sono, a mio parere, troppo incentrate sul voler seguire approcci metodologici, extra-cinematografici, e spesso si vanno a dimenticare di parlare dei film veri e propri.
Pick: Ti riferisci all’approccio strutturalista, o cosiddetto “post-strutturalista”?
Chimy: Anche, ma non solo… a quasi tutti gli approcci che si sono sviluppati negli anni ’70 manca quel contatto diretto con l’opera che Bazin aveva. E quel contatto diretto si può anche definire “passione” per il cinema… che anche negli approcci teorici non dovrebbe comunque mai mancare.
Pick: A questo punto è doveroso spendere qualche parola su una vera e propria istituzione cinebloggara come Cineroom.
Chimy: L’idea per Cineroom è nata quasi per gioco. Al festival di Udine di due anni fa, quando parlando con Murda (blog Murdamoviez) ci ha parlato del suo blog, a me e al Para è venuta voglia di provarci. Il giorno dopo che eravamo tornati da Udine, il Para mi ha chiamato e mi ha detto che voleva subito impostare il blog e che dovevamo trovargli un nome. Così è nato Cineroom… che in questi due anni ci ha dato davvero grandi soddisfazioni.
Pick: Quanto è difficile gestire un blog a 2? E quanto è difficile gestirlo con uno come il Para?
Chimy: Haha… allora per la prima domanda, io ho sempre pensato che avere un blog in due fosse una grande comodità, così ci si divide un po’ il “lavoro”… sulla seconda: ecco il problema è che mi è capitato di gestirlo con il Para.. haha.
Pick: E’ dura?
Chimy: Durissima. Anzi guarda, senza farci sentire da lui, cosa dici se ne apriamo uno io e te?
Pick: Lui ci ascolta, segue questa rubrica. Potrebbe vendicarsi. Lo invitiamo ufficialmente per una delle prossime puntate, anzi. Così avrà modo di replicare.
Chimy: Perfetto. Aggiungo soltanto che la “convivenza” funziona molto bene anche perché siamo quasi sempre d’accordo sui film… perché quando non lo siamo volano parole grosse. E qui vorrei rendere pubblico che al Torino Film Festival del 2007, con Honeyboy testimone, stavamo quasi arrivando alle mani per “La promessa dell’assassino” di Cronenberg. Ed eravamo soltanto a mezzo voto (in scala Cineroom) di differenza
Pick: Ma quello era un mezzo voto rilevante, visto il film.
Chimy: Decisamente.
Pick: Visto che hai nominato il TFF passiamo all’argomento festival. Voi due ne avete vissuti parecchi.
Chimy: Sì, personalmente i festival di cinema li amo moltissimo… forse addirittura più che per i film, per l’atmosfera che c’è attorno in cui si respira cinema.
Pick: Sei soddisfatto dei premi assegnati all’ultimo festival di Cannes?
Chimy: Sono rimasto molto stupito che diversi premi siano andati a film che erano stati “bastonati” dalla critica. Il premio alla regia a Brillante Mendoza in particolare. Sono molto contento per Haneke che è un regista essenziale per il cinema odierno.
Pick: Perché lo ritieni tale?
Chimy: Perchè è un regista che ancora vuole colpire e sperimentare lavorando sul linguaggio cinematografico. E ancor di più perché è uno dei pochissimi registi odierni che inserisce lo spettatore direttamente nel film. Lo spettatore fa parte del testo… partecipa insieme ai personaggi… e questa era una delle basi anche del cinema di Hitchcock, che (ti anticipo se magari volevi chiedermelo successivamente) è in assoluto il mio regista preferito.
Pick: Però rimandendo su Haneke, non ti sembra che nei suoi film dia l’impressione di trattare lo spettatore, in un certo senso, come una specie di cavia da esperimento? Io vedendo il secondo “Funny Games” ho sperimentato questa sensazione.
Chimy: He he… Haneke, seppure a vederlo non sembra, è (secondo me) un grandissimo burlone… e spesso va a giocare con lo spettatore, arrivando anche a “prenderlo un po’ in giro” come ha fatto col nuovo Funny Games. Sul quale, se ben ricordo, abbiamo due opinioni molto diverse..
Pick: Molto molto diverse, ricordi bene. Spostiamoci su Venezia. Cosa ricorderai dell’edizione dello scorso anno?
Chimy: La prima cosa che mi viene in mente pensando a Venezia è quanto noi ci siamo divertiti in quei giorni.. al di là dei film che metto in secondo piano nella memoria.
Pick: Quale dei film visti ti è più “rimasto”?
Chimy: Sicuramente “Ponyo sulla scogliera” di Miyazaki, che per me è, indubbiamente, il miglior film uscito fin’ora nel 2009.
Pick: Proiettiamoci un po’ sulla prossima edizione della Mostra, aperta da Tornatore. Sai qualcos’altro sui film della selezione?
Chimy: Purtroppo nulla di certo… qualche rumor magari.
Pick: Ci va bene lo stesso.
Chimy: Credo che ci possano essere Clint Eastwood con “Invictus” (del quale si parlava anche come possibile apertura), Todd Solondz con “Life During Wartime”… magari Scorsese, visto che il suo film esce ad ottobre… poi ho sentito parlare di Herzog, con il remake de “Il cattivo tenente” e avevo anche sentito parlare di Malick, anche se visti i suoi tempi abituali di montaggio ho qualche dubbio.
Pick: Beh, non male.
Chimy: Speriamo che poi siano confermati
Pick: Ci fossero tutti questi registi ci sarebbe da andarci in pellegrinaggio.
Chimy: Assolutamente. Aggiungo anche che mi piacerebbe molto vedere “White Material”, il nuovo film della purtroppo poco nota in Italia Claire Denis, che dovrebbe essere pronto in tempo perla Mostra. Isuoi film, non arrivando in sala, è sempre meglio beccarli nei festival.
Pick: Ti riposi un attimo con un filmato che la redazione ha preparato per te.
Chimy: Ottimo.
Chimy: Straordinario. Avrò rivisto questo incipit almeno 200 volte e ogni volta è un’esperienza incredibile. Come tutto il film, dall’inizio alla fine, del resto.
Pick: Ci dai una definizione di campo lungo?
Chimy: Haha. Argomento che è stato molto dibattuto… La vuoi davvero?
Pick: Certo! La più chiara possibile.
Chimy: Allora diciamo così… Nel campo lunghissimo i soggetti (se ci sono) che vengono inquadrati sono ridotti a semplici puntini-silhouette e ogni azione che compiono è impercettibile. Nel campo lungo, pur se lo spazio è rappresentato ancora in tutta la sua estensione, i soggetti sono ad una distanza che permette di capire le azioni che stanno facendo, anche se non riesci ancora a riconoscere i volti degli attori-personaggi. Anche qui le immagini spiegano meglio delle parole… E’ stata faticosa questa domanda.
Pick : E se, poniamo, non ci sono esseri umani o animati nell’inquadratura?
Chimy: Dipende. Se inquadri il mare al tramonto è un campo lunghissimo. Se c’è un albero che “blocca l’orizzonte” (che brutta frase)… quell’albero può essere in campo medio, in campo lungo etc etc. O anche in dettaglio su una foglia.
Pick: Ok… mi accontento.
Chimy: Meno male.
Pick: Qualche altro dubbio me lo tengo per i commenti al post.
Chimy: Haha.. va bene.
Pick: Cosa pensi della critica cinematografica “cartacea” italiana? Segui qualche critico in particolare?
Chimy: Il mio pensiero sulla critica dei quotidiani in Italia è pessimo. Non faccio nomi, ma la maggior parte sono persone senza vere basi cinematografiche (e passione che ribadisco essere la cosa più importante!) e che spesso danno “aiutini” a film che non li meriterebbero. Nel complesso, leggo le recensioni dei quotidiani ma con poco interesse e ancor meno fiducia. Preferisco di gran lunga quelle delle riviste, dei siti e anche dei blog.
Pick: Cosa pensi di Pino Farinotti?
Chimy: He he.. seguo la bellissima frase usata dal caro Lost la volta scorsa: un compilatore di dizionari.
Pick: Non va bene. Vogliamo sapere qualcosa di più sul tuo rapporto con lui. Possiedi il suo dizionario?
Chimy: No, assolutamente. Leggo ogni tanto su Mymovies quello che scrive, quando scrive. Mi sembra che sia uno che giudica il film dal “soggetto”, se gli interessa o meno, o dal nome del regista…ed è un qualcosa che a me non va troppo a genio.
Pick: Cosa pensa il Para di Ferzan Ozpetek?
Chimy: Haha. Finge di deriderlo in pubblico, ma lo esalta nel privato… Quando leggerà questa frase mi ucciderà… haha.
Pick: Lo penso anch’io. Quando caspita esce “The limits of control” in Italia? Dacci una parola di conforto.
Chimy: Bella domanda.. purtroppo non lo so.
Pick: Un tuo parere sull’ultimo film di Marco Bellocchio.
Chimy: Allora.. è un film che mi ha convinto a metà… E semplicemente per il motivo che la prima parte mi è piaciuta decisamente… mentre la seconda purtroppo no. Il motivo è che la prima parte ragiona magnificamente sul cinema.. su quello degli anni ’10 italiano (epoca in cui è ambientato) in particolare… il futurismo e il melodramma su tutti. Mentre nella seconda la regia di Bellocchio si adagia su standard molto convenzionali, concentrandosi unicamente sul raccontare la storia di Ida Dalser senza interessarsi più del tutto alle immagini e al linguaggio su come farlo.
Pick: Uno sguardo al cinema d’animazione, e alle nuove frontiere tecnologiche che il futuro ci riserva. Qualche anticipazione o suggerimento?
Chimy: Domanda interessante anche perché proprio ieri stavo parlando di come, a mio parere, nelle ultime stagioni i film più importanti usciti in sala fossero opere d’animazione. Se partiamo da settembre2008 aoggi, i due film migliori che ho visto sono “Wall-e” e il già citato “Ponyo sulla scogliera”. Adesso non vedo l’ora di vedere “Coraline e la porta magica”… stop-motion e 3d assieme, potrei impazzire. E naturalmente “Up”, che dovrebbe essere proiettato a Venezia nei giorni dedicati alla Pixar, in cui ci saranno anche “Toy Story” e “Toy Story2”in 3D.
Pick: Gioco regista/aggettivo/film.
Chimy: Ahia.. questo è difficile.
Pick: Pronto?
Chimy: Vai. Sii spietato.
Pick : Terry Gilliam.
Chimy: Fantasmagorico. “Brazil”.
Pick: Lars Von Trier.
Chimy: Incompreso/troppo compreso. “Le onde del destino”.
Pick: Tim Burton.
Chimy: Favolistico (se esiste ). “Edward mani di forbice”.
Pick: Steven Spielberg.
Chimy: Intelligente. “Incontri ravvicinati del terzo tipo”.
Pick: Erich Von Stroheim.
Chimy: Folle. “Rapacità”.
Pick: Charlie Chaplin.
Chimy: Il cinema. “Tempi moderni”.
Pick: Buster Keaton.
Chimy: Beckettiano. “La palla nr.13”.
Pick: Pietro Germi.
Chimy: Indagatore. “Sedotta e abbandonata”.
Pick: David Lynch.
Chimy: Extrasensoriale. “Mulholland Drive”.
Pick: Jim Jarmusch.
Chimy: Poetico. “Ghost Dog”.
Pick : Benissimo. Direi che ci siamo. Dedicherei questa intervista a David Carradine. Sei d’accordo?