“Psyco”

 

E’ la quintessenza dell’arte di Alfred Hitchcock nella sua forma più pura e fulminante, è il film che ha cucito addosso al grande Anthony Perkins il ruolo dello psicopatico, è l’emblema stesso del brivido e dell’allucinazione, è secondo alcuni osservatori soltanto "arte per l’arte" ,ma tanto ci basta. Tutto questo è Psyco, geniale mistura di thriller psicanalitico e di ambientazione dark.

Anthony Perkins è l’immenso (è giusto dire che si fa… in 2 per reggere il peso del film) protagonista di questa pellicola, Janet Leigh è la star femminile che il vecchio Hitch, in barba a tutte le convenzioni cinematografiche vigenti, decise di far morire prima della metà del film, nella ormai antologica scena della doccia (una miriade di inquadrature frammentate in un totale di 40 secondi, per ottenere una scena dal grande impatto emotivo e tuttora modernissima). I momenti memorabili, in un film come questo tutto giocato sulle emozioni, sono tantissimi: Perkins che elucubra inquietanti teorie sugli hobby e sulla tassidermia con sullo sfondo uccellacci impagliati dall’aspetto minaccioso, l’ombra statica e misteriosa di un’anziana signora seduta dietro una finestra, una casa solitaria e gotica illuminata dai lampi di una notte burrascosa. Cinema tout court.

Come ha dichiarato Hitchcock nello splendido libro-intervista con Truffaut (che consiglio vivamente a tutti i lettori), il regista in questo film ha giocato una volta di più con lo spettatore, illudendolo, deviando i suoi sospetti, sviando la sua attenzione su false piste interpretative, cambiando più volte il punto di vista della narrazione (alcuni ravvisano nella struttura del film una costruzione in 3 tempi). Celebri e leggendari gli artifizi registici (il film è tutta una magnificazione della potenza dell’immagine che passa per il vouyerismo, come gran parte del cinema Hitchcockiano) utilizzati per non mostrare in anticipo il volto dell’assassino/assassina: le riprese dall’alto, i giochi di luci e ombre, gli ampi e fluidi movimenti di macchina. Magnifici i titoli di testa dell’immenso Saul Bass, che collaborò personalmente anche agli storyboard.

Il finale è degno di fluviali meta-analisi Freudiane. Le suggestioni edipiche si mescolano ad una garbata e beffarda stigmatizzazione del puritanesimo americano, in una delle chiose più straordinarie di tutta la storia del cinema. E’ il film di Hitchcock costato di meno, ma che ha incassato più di ogni altro. Insieme ad altre 3-4 pellicole , forse di maggiore complessità narrativa ma di minore impatto emotivo, costituisce il meglio della produzione Hitchcockiana. Favoloso.

Voto personale: 9

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