“1997: Fuga da New York”

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Non sono pochi i casi di pellicole cinematografiche del genere "science-fiction" che… hanno profetizzato male, invecchiando troppo presto (o forse, scopriremo tra 50 anni ,ringiovanendo troppo tardi). Molti film, sebbene grandissimi film, portano impressa questa incongruenza temporale proprio nel titolo. "2001" doveva preconizzare per quell’anno un futuro, che ad oggi, ottobre 2006, è ancora più che mai tale. Uno dei migliori film che gogono di questa particolare anomalia cronologica è il meraviglioso "1997-Fuga da New York".  A mio parere il capolavoro di uno dei grandi geni del cinema americano contemporaneo come John Carpenter. E’ uno di quei film che si "godono" meglio e più profondamente ad ogni nuova visione, senza stancare e riuscendo a divertire (nel senso di "portare altrove") ogni volta di più. Perfettamente giocato sull’idea dello scorrere inesorabile del tempo, riesce in meno di 90 minuti a raccontare una storia unica e costruita come un meccanismo ad orologeria (merito raro, se penso che oggi si producono trilogie sterminate o polpettoni fluviali per raccontare il nulla). Il cast è quanto di meglio si potesse scegliere: il consueto Kurt Russell (il mitico "Snake" della versione originale), vero attore-feticcio di Carpenter (come DeNiro/DiCaprio per Scorsese o Kinski per Herzog), è attorniato da una serie di comprimari di livello leggendario: Lee Van Cleef nei panni del direttore del maxi-carcere di massima sicurezza in cui è stata trasformata l’isola di Manhattan, Ernest Borgnine in quelli indimenticabili di un nostalgico taxi-driver, Donald Pleasance presidente degli Stati Uniti d’America e Isaac Hayes capoquartiere malfamato, ingioiellato e riverito dalla sua gang di ladruncoli e donnacce. La storia è una "fuga" contro il tempo, nonchè la lotta di un singolo contro la tirannia di una moltitudine organizzata. Miscela perfetta di suspance, brivido, humor beffardo (vedere e rivedere il geniale colpo di scena finale), azione. Grande regia, ottima recitazione, perfetta sceneggiatura, fotografia e colonna sonora (firmata dallo stesso Carpenter) funzionali e di ottimo livello. Intrattenimento puro e senza inutili pretese di cultura alta. Consigliatissimo a chi ancora non lo avesse visto. Anche se Carpenter (come Kubrick e Asimov prima di lui) non ha saputo fare i conti con il futuro.

Voto personale: 9

Benvenuti!

Un caloroso benvenuto a tutti i navigatori che per sbaglio (altamente probabile), per caso (plausibile) o perchè informati dell’esistenza di questo sperduto pezzetto di iperspazio (siamo ai famosi "pochimabuoni"!) raggiungano "Cinedrome"! Un saluto speciale alla mitica PAMELA (benvenuta!!!), alla quale chiedo ancora mille volte scusa per averla costretta alla visione (un pò fuori contesto e  "a tradimento") di un non-facile film surrealista degli anni ’30!!! si trattava di una delle prime opere del grande regista spagnolo Luis Bunuel, dal titolo "L’age d’Or" (Età dell’oro). lagedorNei post precedenti trovate una recensione scritta da Alberto Moravia di un’altro eccelso capolavoro di Bunuel, "L’angelo sterminatore" (forse il miglior film di tutta la sua ricca filmografia, a mio parere): i temi che ritornano sono la cifra di tutto il cinema bunueliano, dominati da un irridente sarcasmo antiborgese e da una religiosità apertamente anticlericale. Ovviamente il tutto si estrinseca (sempre in Bunuel) in un quadro straniante e surrealista, ricco di invenzioni assurde e di improvvisi colpi di genio. Tra i film diretti da Bunuel sono secondo me "Da vedere assolutamente": "Il fascino discreto della borghesia" (parabola sull’impotenza e gli errori della classe borghese), "Bella di Giorno" (essenziale per comprendere il concetto di femminilità secondo Bunuel), "Simon del deserto" (apologo satireggiante sull’ascesi fine a se stessa, di soli 40 minuti, ma che ne valgono 120), "L’angelo sterminatore" e i due film surrealisti degli esordi (girati con la collaborazione di Salvador Dalì), ovvero "Un Chien Andalou" e "L’age d’or", vere e proprie opere d’avanguardia.

ALLA PROSSIMA!

 

Who’s who: Peter Greenaway

greenaway Peter John Greenaway nasce a Newport (Galles) il 5 aprile 1942.
Il padre, ornitologo dilettante, gli trasmette la passione per gli uccelli, che avranno un ruolo di grande importanza in molti suoi film. Con l’idea di diventare pittore studia alla Walthamstow School of Arts finché, all’età di 16 anni, un amico lo porta a vedere Il settimo sigillo di Ingmar Bergman. Ne resta talmente colpito da tornare a vedere il film due volte al giorno, per cinque giorni di seguito.
Da quel momento egli sviluppa una grande passione per il cinema, e in particolare per autori come Antonioni, Godard, Truffaut e Resnais, regista di L’anno scorso a Marienbad che è il suo film preferito.
Dopo aver tentato senza successo di iscriversi al Royal College of Art Film School, torna a dedicarsi alla pittura, e nel 1964 tiene alla Lord’s Gallery la sua prima mostra dal titolo Ejzenstejn at Winter Palace. Contemporaneamente comincia a scrivere diversi romanzi, ispirandosi in particolare a Borges ed a Calvino.
Nel 1965, dopo una breve parentesi come critico cinematografico inizia a lavorare come tecnico del montaggio al Central Office Information, un organismo governativo presso cui rimane per una decina d’anni. Tra gli 80 documentari da lui prodotti per il COI ci sono: I am going to be an architect e Legend of birds.
Sempre in questi anni Greenaway si dedica all’illustrazione di libri e alla scrittura di ben 18 romanzi, per i quali non trova però un editore. Dal 1966 comincia a girare i suoi primi cortometraggi sperimentali: Death of sentiment e Train.
Il suo primo successo cinematografico arriva nel 1978 con A Walk Through H, prodotto dal British Film Institute, che ottiene il premio Hugo al festival di Chicago. Il primo lungometraggio è The Falls (1980) con cui vince il premio del BFI e il premio Age d’or a Bruxelles.
Il vero esordio alla regia di un lungometraggio a soggetto avviene nel 1982 con The Draughtsman’s Contract (I misteri del giardino di Compton House) che viene presentato a Venezia, dove pur non vincendo, ottiene un grande successo di critica e di pubblico.

cuoco, ladro, moglie, amante Peter Greenaway esplora ogni mezzo della settima arte in modo non convenzionale, artificioso, tale da sconvolgere quello che Siegfried Kracauer definì il principio estetico fondamentale del mezzo artistico, al quale il cinema narrativo si attiene invece scrupolosamente.
Segnali non verbali investiti di significati narrativi, colori saturi che aggrediscono i sensi dello spettatore, numeri che scandiscono i ritmi dell’intreccio: usando queste innovazioni l’artista ha costruito nel corso della sua lunga carriera una densa cosmologia, decifrabile solo attraverso uno studio approfondito della sua opera e quindi dopo numerose visioni dei suoi lavori.
Nato artisticamente come pittore, Greenaway propone nelle sue pellicole delle composizioni retoriche elaborate e di forte impatto visivo: le sue inquadrature sono composte come dei dipinti, siano esse spoglie e simmetriche o barocche e debordanti di soggetti, i suoi movimenti di macchina sono ridotti all’osso, il più delle volte su piani perpendicolari. La staticità delle sue scene si sostanzia nell’uso, molto lento, dello zoom e in lunghe e solenni carrellate laterali, ereditate da Ophüls prima e da Kubrick poi.
Poche sono le concessioni alla narrativa cinematografica tradizionale, al punto di portarlo oggi ad affermare che "il prologo del cinema è finito, e noi possiamo ora veramente cominciare". Nel caso specifico, il regista gallese ha coniato il concetto di Digital Cinema Multimedia per definire il suo nuovo progetto: The Tulse Luper Suitcase.
Il cinema e le nuove tecnologie non possono continuare ad ignorarsi a lungo e attraverso il suo particolarissimo e affascinante modus operandi Greenaway cerca di abbattere le barriere e di esplorare sinergicamente le potenzialità degli straordinari mezzi di comunicazione sviluppatesi negli ultimi anni.

(tratto dal sito Peter Greenaway Encyclopedia)