Bressoniana

Di recente ho rivisto (e in un caso visto per la prima volta) 3 film di Robert Bresson: "Il diario di un curato di campagna", "Mouchette", "Un condannato a morte è fuggito". bresson4Ho voluto vederli di seguito, nel giro di 3 giorni. E insieme a rivedere i film, ho rivisto il mio giudizio sul cinema di questo singolarissimo regista francese. Circa un anno fa avevo infatti approcciato per la prima volta la sua arte, attraverso la visione-furto di "Pickpocket – diario di un ladro". Un film per molti versi sconcertante, sicuramente geniale, a tratti irritante: che senso ha fare un film così algido, rigido, scarno? Ma il film non aveva mancato certo di affascinarmi… (il mio nickname lo dice chiaramente..)

bresson5Ora che ho conosciuto una parte più consistente del suo itinerario artistico, mi è chiara la grandezza del cinema di Robert Bresson. E’ una grandezza difficile da apprezzare nel 2006, non perchè la sua arte sia superata, ma semplicemente perchè come spettatori/fruitori di oggi non siamo più abituati a 2 cose:profondità ed essenzialità. Al cinema e non solo. I media salvo poche eccezioni ci propinano dosi letali di superficialità, faciloneria, pressapochismo. E il tutto non aggiunge e non toglie, non arrichisce, non suggestiona, non stimola il pensiero. E tutto questo mentre profondità ed essenzialità sono portate a vette di sublime complessità e bellezza nei film di Bresson.

Se il nostro metro di paragone è (cinematograficamente parlando) "La trilogia dell’anello", non potremo mai rapportarci in modo adeguato a registi come Bresson. Siamo su piani completamente diversi, lontani, distinti.  Certo ad un primo approccio il cinema di questi grandi maestri del passato (come Bresson, Bergman, Dreyer, Kurosawa) può apparire "vecchio", noioso, indigesto. In realtà superato lo shock dell’approccio (secondo me, ripeto, derivante dalla "incompatibilità" assoluta tra questo cinema e le caratteristiche del nostro tempo, di cui sopra), lo sforzo viene ripagato dalla sorpresa, dall’originalità, dal piacere visivo e dall’arricchimento interiore che questi film regalano. bresson3

Il cinema di Robert Bresson analizza sempre laceranti questioni religiose (in alcuni casi, veri interrogativi teologici) ed esistenziali. Il suo canone espressivo è la sottrazione: i gesti parlano al posto delle parole, le mani esprimono più dei volti, i silenzi più dei rumori. Uno stile secco (quasi all’estremo), rigoroso, profondamente morale. La rappresentazione dell’Assoluto credo non abbia mai trovato declinazione migliore (penso alla folgorante sequenza finale del "Diario di un curato di campagna"). Un cinema radicale e diverso, di cui si sente oggi più che mai la necessità.

bresson"Quella che cerco non è tanto l’espressività delle parole, dei gesti, della mimica, quanto quella che risulta dal ritmo e dalla combinazione delle immagini, dalla loro relazione e posizione reciproca. Il cinema non è uno spettacolo ma una scrittura e ogni film è un cammino verso l’ignoto."

FILMOGRAFIA

  • 1934 : Les Affaires publiques (cortometraggio)
  • 1943 : Les Anges du péché (La conversa di Belfort)
  • 1945 : Les Dames du Bois de Boulogne (Perfidia)
  • 1951 : Le Journal d’un curé de campagne (Diario di un curato di campagna)
  • 1956 : Un condamné à mort s’est échappé (Un condannato a morte è fuggito)
  • 1959 : Pickpocket  (Diario di un ladro)
  • 1962 : Le Procès de Jeanne d’Arc (Il processo a Giovanna d’Arco)
  • 1966 : Au hasard Balthazar
  • 1967 : Mouchette
  • 1969 : Une femme douce (Così bella così dolce)
  • 1971 : Quatre nuits d’un rêveur  (Quattro notti di un sognatore)
  • 1974 : Lancelot du Lac (Lancillotto e Ginevra)
  • 1977 : Le Diable probablement  (Il diavolo probabilmente)
  • 1983 : L’Argent
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    Who’s who: Robert Altman

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    Esordisce come regista nel 1955 con The Delinquents, che non è mai stato distribuito in Italia. Nel 1957 realizza La storia di James Dean, documentario sulla vita del giovane divo scomparso tragicamente l’anno prima. Contemporaneamente lavora per la televisione realizzando una serie di programmi molto apprezzati come Roaring Twenties, Bonanza, Bus Stop, Combat. Nel 1968 dirige due film importanti: Conto alla rovescia e Quel freddo giorno nel parco. Il grande successo di pubblico e di critica arriva nel 1970 con MASH, parodia antimilitarista con la coppia Elliott Gould-Donald Sutherland che ottenne la Palma d’oro al Festival di Cannes. mashIl film segnala Altman come uno degli autori più significativi e originali del cinema degli anni Settanta e come uno degli interpreti più attenti e profondi della società americana, la cui storia e i cui fenomeni passano al vaglio critico e irriverente del grande regista. Con Anche gli uccelli uccidono (1971) denuncia il razzismo ancora radicatissimo profondo Sud del paese; con I compari (1971), rivisita l’epopea del West, mostrandone gli aspetti meno magnificenti ed eroici. L’anno successivo realizza Images, una parentesi, nella quale vengono svolti alcuni fenomeni parapsicologici.                          

     Anche un mostro sacro come Raymond Chandler viene rivisto in una luce nuova. Con Il lungo addio (1973), interpretato da un disincantato Elliott Gould (uno degli attori preferiti dal regista), mostra un Marlowe privato alle prese con la routine quotidiana per niente eroico e paladino della legge. Gang (1974) rievoca il mondo della malavita degli anni Trenta, con gangster che paiono dei vinti e dei reietti. Al microcosmo del gioco d’azzardo è dedicato California Poker (1974), dove due poveracci (ancora Gould protagonista) sono colti nei loro vagabondare attraverso un’America amara e ostile. E alla fine, realizzata al casinò la vincita colossale sempre sognata, si scoprono vuoti e senza scopo.
    nashville1
    Il regista americano era noto soprattutto per la sua capacità di realizzare film corali tra cui spicca su tutti Nashville (1975), del resto uno dei suoi lavori più apprezzati. Il film, basato sul mondo della musica country (una ricca colonna sonora, con l’hit I’m Easy cantata da Keith Carradine) è uno spaccato amaro e simbolico delle inquietudini della società americana del tempo: ottiene cinque nomination all’Oscar. Dopo Nashville eccoBuffalo Bill e gli indiani: ovvero la lezione di storia di Toro Seduto (1976) con cui vince un Orso d’oro al Festival di Berlino e prosegue nella revisione di miti americani: il suo Buffalo Bill è un personaggio goffo, ignorante al limite della stupidità. Con Tre donne (1977) l’attenzione di Altman si sposta sui problemi della condizione femminile.
    Non sempre il pubblico, i produttori e la critica riescono a seguire la complessità e l’eccentricità del regista, come accade con Un matrimonio (1978), Quintet (1978) e Una coppia perfetta (1979). Dopo il fallimento del film Popeye (1980), musical ispirato ai fumetti del famoso marinaio mangiaspinaci, decide di vendere la Lion’s Gate e di dedicarsi al teatro, formando la "Sandcastle 5 Productions" e dirigendo alcuni lavori teatrali. Per circa un decennio rimane lontano da Hollywood pur continuando a girare film apprezzati da pubblico e critica: Jimmy Dean, Jimmy Dean (1982), Streamers (1983, i cui interpreti vincono tutti insieme il premio per la migliore interpretazione a Venezia), Follia d’amore (1985, con Kim Basinger), Terapia di gruppo (1987).
    america oggi
    Gli anni ’90 segnano il ritorno del regista alla grande industria cinematografica: I protagonisti (1992), America Oggi (1993), complesso intreccio di microstorie ambientato nel sud della California, per il quale riceve un Leone d’oro a Venezia ex-aequo con Trois Couleurs, Bleu di K. Kieslowski. Poi i lavori successivi: Prêt-à-porter (1994, nel quale Marcello Mastroianni e Sofia Loren ripropongono la celebre scena del film Ieri oggi e domani di Vittorio De Sica), Kansas City (1996), Conflitto di interessi (1998, con Kenneth Branagh), La fortuna di Cookie (1999, con Glenn Close, Julianne Moore e Chris O’Donnell) e Il Dottor T e le donne (2000, con Richard Gere e Helen Hunt), Gosford Park (2001, giallo alla Agatha Christie ambientato nel giro dell’alta aristocrazia inglese). Nel 1996 riceve il Leone d’Oro alla Carriera alla Mostra del Cinema di Venezia e nel 2002 vince il Golden Globe come miglior regista per Gosford Park. Nel 2006 Altman riceve il premio Oscar alla carriera e rivela, durante la cerimonia, di aver subito un trapianto di cuore dieci anni prima. Proprio di quest’anno è il suo ultimo film, Radio America. Melanconico ma senza rinunciare a momenti di divertimento, Radio America ha nel suo filo conduttore il trascorrere del tempo e la morte che visita (come fantasma, che si materializza nei panni di una bionda attraente), il teatro dove si registra l’ultima trasmissione di un’emittente. E si porta via alcuni dei protagonisti. Quasi un presentimento del suo prossimo addio.
    (Corriere della Sera)

    La camera verde

    altman

    Dedicato a Robert Altman. La sua prolificità ci ha viziati, tanto che sarà difficile abituarsi all’idea che "non ci saranno più film di Robert Altman". Una sola grande consolazione:la sua eredità su celluloide è sterminata e altrettanto preziosa. Tanti film, un mare di personaggi (stra)ordinari, tante storie memorabili. Il ghigno, l’ironia beffarda, il gusto per lo scherzo coniugati all’analisi "entomologica" e profondamente pessimistica dell’umanità "americana" e non. Innumerevoli i capolavori, in una filmografia ricchissima e quantomai variegata: da "Nashville" (uno dei picchi più alti di tutto il cinema a stelle e strisce) ad "America Oggi", a "Il Matrimonio", da "M.A.S.H." al chandleriano "Il lungo addio".  Tutto il cinema di Altman merita di essere ancora assaporato nella sua complessità, e soprattutto conosciuto (a amato) da quanti ancora non lo conoscono. Infinite volte. Per questo il suo cinema, come il cinema dei Grandi, non potrà morire.

    FILMOGRAFIA PRINCIPALE

  • Radio America (2006)
  • Paint (2006)
  • The Company (2004)
  • Gosford Park (2002)
  • Il Dottor t & Le Donne (2000)
  • La Fortuna Di Cookie (1999)
  • Conflitto d’Interessi (1998)
  • Kansas City (1996)
  • Pret a Porter (1994)
  • I Protagonisti (1992)
  • Tanner ’88 (1992)
  • Vincent e Theo (1990)
  • Terapia Di Gruppo (1986)
  • Non Giocate Con Il Cactus (1985)
  • Follia d’Amore (1985)
  • Secret Honor (1984)
  • Streamers (1983)
  • Jimmy Dean Jimmy Dean (1982)
  • Salute (1980)
  • Popeye – Braccio Di Ferro (1980)
  • Quintet (1979)
  • Una Coppia Perfetta (1979)
  • Un Matrimonio (1978)
  • Tre Donne (1977)
  • Nashville (1975)
  • California Poker (1974)
  • Il Lungo Addio (1973)
  • Gang (1973)
  • Images (1972)
  • I Compari (1971)
  • M.A.S.H. (1970)
  • Anche Gli Uccelli Uccidono (1970)
  • Quel Freddo Giorno Nel Parco (1969)
  • Conto Alla Rovescia (1968)
  • La Storia Di James Dean (1957)
  • The Delinquents (1955)
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    Rimembranze autologhe

    lacapagira

    Vedere sul blog amico del caro PP la locandina de "Lacapagira", smuove in me ricordi e sensazioni lontane nel tempo (5, 6 anni, forse anche più) eppure vicine nel "godimento" che le accompagnarono (godimento che di riflesso si riverbera sull’oggi). Mi spiego. Con una mia quasi svogliata registrazione su VHS di un film che non conoscevo (di cui avevo solo sentito parlare) in dialetto barese, credo di aver dato avvio ad una sorta di fenomeno metacinematografico-linguistico-antropologico di notevole portata. Ricordo che all’epoca (come dicono gli avi) non c’era ancora Sky, e sull’allora Tele+ in uno sfigatissimo passaggio notturno infrasettimanale trasmettevano il film, girato a Bari e parlato a Bari, intitolato "Lacapagira". Decisi di far lavorare il registratore, con l’intento poi di vedere il film non appena ne avessi avuto il tempo. In seguito vidi il film, trovandolo divertente e ben fatto, apprezzando da indigeno tutte le infinite sfumature della parlata barese ma usufruendo appieno, nei momenti di massima ermeticità dialettale, dei sottotitoli (i quali costituivano un ulteriore spunto di ilarità, nel loro involontario essere "polite" al cospetto di ben più violente locuzioni vernacolari). Apprezzai anche l’intonazione funzionale e allusiva della colonna sonora. Comunicai quindi l’interessante scoperta ad alcuni personaggi entrati successivamente nel mito (mi riferisco al caro Tranello e al grande Mask), i quali hanno avuto un ruolo determinante nella diffusione dell’epidemia.  Ricordo che il "verbo" de "Lacapagira", a partire dall’ambiente della I (o era già II?) A del glorioso Liceo Classico Cagnazzi, in poco tempo cominciò a permeare sempre più individui assetati di baresità e vogliosi di ricostruire un rapporto (di orgoglio, di appartenenza, sebbene scherzosa) con la propria terra. Immaginifico veicolo di questo tamburaggiante passaparola, fu quella ormai storica VHS (oggi venerato cimelio amorevolmente custodito dalle nobili cure del signor Tranello), la quale dopo essere passata attraverso infinite mani e testine di videoregistratori, è tornata all’ovile del suo plasmatore solo dopo diversi anni di circolazione ininterrotta. "Lacapagira" dette il la, complice il coevo sdoganamento del dialetto barese operato dai numerosi comici operanti sulle TV locali, ad una selva di espressioni gergali, tormentoni, leitmotiv, battute e goliardate varie ispirate più o meno direttamente al film, che si imposero rapidamente nel lessico della popolazione giovanile altamurana. Insomma si materializzò un vero e proprio fenomeno di costume, complesso e dalle molte sfaccettature, il quale a distanza di anni conserva ancora gran parte della sua forza primigenia. Mi piace pensare, con sfacciatissima presunzione, che se quella sera di un po’ di anni fa non avessi azionato il videoregistratore, buona parte di tutto questo sarebbe finita nell’ideale cestino delle possibilità mancate. E sarebbe stato un peccato. Saluti.

    P.S. Sono ben accetti commenti, precisazioni e ulteriori rimembranze sull’argomento.

    “Fahrenheit 451”

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    Gran bel film tratto da un ancor più riuscito romanzo di Ray Bradbury: la fine dell’era del libro nella civiltà del futuro. Una profezia apocalittica, tuttaltro che assurda, con un finale splendido e memorabile. Unico approdo alla fantascienza, più o meno sociologica (alcuni usano il termine pseudoscientifico di "fantascienza distopica"), per il Truffaut regista. Da segnalare la sua frequentazione del genere davanti alla macchina da presa nel leggendario "Incontri ravvicinati" di Spielberg. Lontano per una volta dalla leggerezza di tocco che gli è tipica nell’affrontare l’analisi dell’animo umano, Truffaut stavolta sembra esprimere con vera angoscia e preoccupazione il suo stato interiore circa le sorti dell’umana specie, aderendo alla visione pessimista dello stesso Bradbury. A tratti, nella asetticità della scenografia e nella rigidità della messa in scena, sembra ricordare Antonioni e la sua poetica dell’incomunicabilità. Mi è capitato di recente di rivederlo, e devo dire che, pur non reggendo il paragone con il libro (che straconsiglio a chi non lo avesse letto) non dispiace affatto. Il principale motivo di interesse sta certamente nel valutare la trasposizione cinematografica (girata da uno dei più grandi registi della storia del cinema) di uno dei migliori romanzi (fantascientifici e non solo) del 900. Comunque un grande e appassionato inno alla libertà di pensiero e una dichiarazione d’amore sincera per la lettura.

                                             

    Voto personale: 8+

     

    truffaut_r3_c1 "i libri sono oggetti concreti, visibili e palpabili; tutti li conoscono, tutti ne hanno, ne acquistano, ne prendono in prestito. Così uno spettacolo che fa vedere molto da vicino dei libri che bruciano, deve commuovere tutto il mondo.” ( in op. cit. p. 127).

    "Non ho mai fatto attività politica, e non sono maoista, più di quanto non sia pompidoliano, perché mi è impossibile nutrire alcun genere di sentimento per un capo dello Stato, chiunque esso sia. Vero è però che amo i libri e i giornali e che sono piuttosto affezionato alla libertà di stampa e all’indipendenza della giustizia. Così com’è vero che ho girato un film intitolato Fahrenheit 451 che descriveva, con l’intento di stigmatizzarla, una società immaginaria in cui il potere brucia sistematicamente tutti i libri; ho dunque voluto far coincidere le mie idee di cineasta con le mie idee di cittadino francese.”
    ( in F. Truffaut, Autoritratto, trad. it. Torino 1989, p. 190).

     «Riempiti gli occhi di meraviglie, vivi come se dovessi cadere morto fra dieci secondi! Guarda il mondo: è più fantastico di qualunque sogno studiato e prodotto dalle più grandi fabbriche»

    Who’s who: John Huston

    huston Di ascendenza irlandese e scozzese, John Houghston nasce il 5 agosto 1906 a Nevada (Missouri), figlio della giornalista Rhea Gore e del grande attore Walter Houghston, giovane in bilico tra la professione di ingegnere idroelettrico e il mestiere di attore per il quale muta il cognome in Huston.

    Più volte paragonato a Ernest Hemingway proprio per la sua tendenza al vagabondaggio professionale non meno che nella vita privata, John Huston è stato pugile, militare di carriera, giornalista, uomo di teatro, sceneggiatore di talento e documentarista. Mai come nel suo caso è appropriato parlare di personaggio: la sua vita di regista, sceneggiatore, intellettuale andò di pari passo con l’avventura, di cui fu sempre assetato. Tuttavia Huston rimane uno dei registi più sensibili e introspettivi di Hollywood: basti pensare all’approdo finale della sua carriera, quel "The Dead" che, tratto dai racconti di James Joyce, rappresenta uno dei punti più alti dell’arte cinematografica.

    Prima di entrare nel mondo della celluloide John Huston si era dedicato negli anni ’30 sia al teatro che alla narrativa, scrivendo soggetti e sceneggiature per la Warner Bros. Esordisce dietro la macchina da presa nel 1942 con "Il mistero del falco", un giallo girato con grande economia, ma che riscuote considerevole successo di critica e di pubblico. E’ l’inizio di una prolifica e intensa attività (vince l’Oscar nel 1948 per la regia de "Il tesoro della Sierra Madre") lunga oltre quarant’anni, che vede Huston oltre che regista anche attore in numerose pellicole dirette da altri registi ("Chinatown", 1974, di Roman Polanski, "Il vento e il leone", 1975, di John Milius).

    Avversario del maccartismo e amareggiato dalle sue conseguenze sul cinema americano, riversò la sua attenzione su soggetti meno legati all’attualità e alle problematiche del suo paese: ecco allora i film di ambientazione africana come "La regina d’Africa" (1952, con Humphrey Bogart e Katharine Hepburn) a "Il tesoro dell’Africa" (1954), "Le radici del cielo" (1959) o "Moulin Rouge" (1953), "Moby Dick" (1956, con Gregory Peck e Orson Welles) e "Freud – Passioni segrete" (1962).

    Il cinema di Huston nei confronti dei generi trattati è eclettico quanto lui: si va dal documentario ("The battle of San Pietro", 1945), al dramma ("Giungla d’asfalto" 1950, e "Città amara", 1972), al western ("Gli inesorabili", 1960), al film storico ("Independence", 1976) fino a "fuga per la vittoria" (1981, con Sylvester Stallone e Pele’) e addirittura al musical ("Annie", del 1982). In quel mastodontico peplum che è "La Bibbia" (1966), poi, si ritaglia pure un ruolo: quello di Noè.
    Hustona ha poi realizzato in Messico un film carico di atmosfere e di tensione come "Sotto il vulcano" (1984), premiato a Cannes con un "omaggio" speciale. Ha infine diretto "L’onore dei Prizzi" (1985, con Kathleen Turner e Jack Nicholson) e il già citato toccante omaggio a James Joyce con "The Dead" (1987). In entrambi ha fatto debuttare la figlia portandola a un Oscar.

    John Huston muore il 28 agosto 1987, a pochi giorni dalla presentazione del suo ultimo film alla Mostra di Venezia.