“Il giro del mondo in 80 giorni”

giro del mondo in 80 giorni

Le vacanze, si sa, sono tempo di divertimento, di relax, di evasione. Tuttavia, anche nel cinema di evasione, non si può fare di tutt’erba un fascio. Salvo poche eccezioni (mi viene in mente "Spider-Man" o il recente "Batman Begins") le più recenti produzioni americane del genere, spesso tratte da fumetti o grafic novel, gridano vendetta: tutto è all’insegna del piattume, del deja-vu, della mancanza di idee, della sciatteria, dell’inutile spreco di dollari ed effetti speciali. E accade così che un genere "nobile", come quello dei film tratti da fumetti o da narrativa fantastica, si riduca a merce da supermercato, a plastica ben confezionata. Bisogna fare un bel salto indietro nel tempo per trovare film "leggeri" che possano anche essere considerati dei capolavori. Uno di questi è senz’altro "Il giro del mondo in 80 giorni" del 1956 diretto da Micheal Anderson ma ideato e realizzato dalla personalità folle di Micheal Todd. Un filmone (3 ore di film, centinaia di comparse, uno sforzo produttivo faraonico, addirittura un nuovo sistema di proiezione panoramica messo a punto per l’occasione), un filmissimo. Se ci fermassimo qui, nulla distinguerebbe questo film da uno qualsiasi dei più recenti "Signori degli anelli" o "Harry Potter". In più c’è un cast meraviglioso, fatto da attori veri, con la A maiuscola. David Niven (sublime) nel ruolo di Phileas Fogg, il comico messicano Cantinflas (una vera star all’epoca) nei panni di Passepartout, una Shirley MacLaine quasi irriconoscibile nelle vesti di principessa indiana. E poi una marea di leggende di Hollywood disseminate lungo tutto il film in ruoli brevi ma incisivi (per questo film fu coniato da Todd il termine, poi entrato nel gergo, "Cammeo"): Buster Keaton, Peter Lorre, Fernandel, Ava Gardner, Frank Sinatra, Marlene Dietrich, John Guilgud, John Carradine, Charles Bronson, il torero Demenguin e moltissimi altri. Meritevoli di una segnalazione anche i divertentissimi titoli di coda, opera del genio grafico di Saul Bass. La magnificità della messa in scena, la bellissima fotografia con colori sgargianti, l’ottima e contagiante colonna sonora (che vinse l’Oscar) e la gradevolissima punta di imperturbabile humor britannico, perfettamente incarnato da Niven, fanno il resto. Il film vinse 5 Oscar nel 1956: miglior film, migliore fotografia, miglior montaggio, migliore sceneggiatura non originale (il film è tratto dall’omonimo e arcinoto romanzo di Jules Verne) e miglior colonna sonora. Insomma un cinema di evasione puro, ma di strepitosa fattura, a cui si può perdonare anche qualche lungaggine di troppo. Per quanti siano interessati al film segnalo un’ottima edizione in doppio DVD edita dalla Warner in occasione del 50esimo anniversario del film, ricchissima di contenuti speciali. Nel 2004 è stata realizzata un’altra versione cinematografica del romanzo di Verne. Ma su questa è meglio stendere un velo pietoso.

Voto personale: 8+

Rossellini nel centenario

rossellini152Roberto Rossellini, nato nel 1906, ha 100 anni (come recita Fuori Orario), ancora per pochi giorni. Nel 2007 il suo nome entrerà ufficialmente nell’Empireo dove trovano posto solo i grandi. La sua immensa arte è viva. Il suo cinema esprime ancora tanta, tantissima forza. Una riscoperta di tutti i suoi film è doverosa. Non solo il periodo neorealista, non soltanto i celebratissimi "Roma Città Aperta", "Paisà", "Germania anno zero". Il migliore Rossellini lo troviamo forse nelle pellicole successive, nella straordinaria trilogia con Ingrid Bergman ("Stromboli, terra di Dio", "Europa ’51", "Viaggio in Italia"), nel sublime Vittorio De Sica del "Generale della Rovere", nella religiosità essenziale di "Franceso Giullare di Dio". E anche la fase finale del suo percorso, quella fase un po’ ingenuamente votata alla divulgazione attraverso il mezzo televisivo, racchiude spunti interessanti e un alto senso civico e morale. Ogni suo fiilm è un valore assoluto, qualcosa che travalica il semplice concetto di film per arrivare a farsi patrimonio costitutivo di una Nazione e di un Popolo. Per questo non può cadere nell’oblio.

CineANTROPOS: “Nanuk l’eschimese”

Nanook_of_the_north SCHEDA DEL FILM

"Nanuk l’eschimese" ("Nanuk from the North")

Regia, sceneggiatura e montaggio: Robert J. Flaherty

Produzione:"Revillon Frères", USA 1922

Genere: documentario

Durata: 78 min, b.n.

"Questo film intende mostrare gli eschimesi non dal punto di vista delle gente civilizzata, ma come essi si vedono". In questa breve ma significativa asserzione, il regista americano Robert J. Flaherty (USA, 1889-1951) è riuscito magnificamente a condensare gli intenti e le prospettive critiche che lo hanno a suo tempo orientato nel girare quello che in molti considerano il suo film-capolavoro. Irraggiungibile. Nemmeno i successivi  "Moana", "L’uomo di Aran" e "La danza degli elefanti", per citarne solo alcuni, riusciranno a toccare le vette raggiunte da "Nanuk l’eschimese".

nanook8Il film racconta la vita di una famiglia eschimese, formata da Nanuk, che in eskimo vuol dire "Orso", dalla moglie Nyla e dai loro figli, seguita nella dura vita quotidiana, da un’estate all’inverno successivo. Flaherty riesce a regalare la descrizione di una società alternativa alla nostra, tanto affascinante e complessa da non doversi piegare difronte a nessuno, una civiltà con tecniche proprie, come la costruzione di un igloo, oppure il loro modo di ripararsi dalla tempesta. Fu girato (e questo è sicuramente uno dei suoi pregi maggiori) con attori non professionisti e due cineprese Akeley per 15 mesi nel 1920-21 presso Port Huron, nella baia di Hudson, con l’appoggio finanziario di una società francese che commerciava in pellicce, la Revillon Frères. In molti potrebbero obiettare che in realtà il film non avrebbe mai potuto essere totalmente "al naturale", vista l’estraneità della telecamera come un elemento che in qualche modo avrebbe potuto alterare il contesto della ricerca, ma Flaherty adottò un metodo tutto suo, ripreso in seguito da molti antropologi visuali: il metodo della cosiddetta "camera partecipante". Volendo tentare di ridurre al minimo l’effetto perturbatore della cinepresa, Flaherty cercò di assuefare i suoi soggetti alla presenza della cinepresa, usandola in continuazione senza avervi inserito la pellicola fino a che non gli sembrò che essa venisse percepita come elemento non estraneo alla situazione. In realtà nonostante tutti gli accorgimenti di sorta, lo spettatore attento può distinguere tra le scene colte dal vero e quelle parzialmente messe in scena. In proposito è interessante sapere che per realizzare gli episodi all’interno dell’igloo, Flaherty fece costruire agli eschimesi "il più grande igloo mai visto", ma l’abitazione di ghiaccio crollò ben presto e fu tenuta in piedi come una sorta di scenografia.

nanook5Le major di Hollywood si rifiutarono di distribuire il film, che fu così affidato all’indipendente Pathè Exchange, la quale lo abbinò a un film comico di Harold Lloyd. Fu il primo film-documentario capace di raggiungere un successo mondiale. Negli Stati Uniti e in Europa divenne ben presto un’opera di culto, al punto che i cioccolatini di gelato venduti nei cinema vennero battezzati "eskimo"  e perfino "nanuk". Tributo al film? E’ chiaro che l’intento doveva essere soprattutto quello di sfuttare commercialmente il film sulla scia del successo. Ed è interessante notare, a proposito di terminologia, come grazie a questo film termini utilizzati sino ad allora solo dagli etnografi come igloo, anorak, kayak, ed altri ancora, riuscirono ad entrare a pieno titolo nel linguaggio comune. Visto il successo del film, la Paramount decise di finanziare una nuova spedizione di Flaherty nelle isole Samoa per girare il film "Moana", che tuttavia non ottenne gli stessi successi. Tuttora "Nanuk" è probabilmente il documentario più famoso del mondo ed ha avuto un’enorme influenza sui cineasti successivi: basti pensare al film-documentario "Banditi a Orgosolo" (Italia, 1961) di Vittorio De Seta, a "Delta padano" (Italia, 1951) di Florestano Vancini, a "Dersu Uzala, il piccolo uomo delle grandi pianure" (URSS-Giappone, 1975) di Akira Kurosawa e ad "Unzipped-sbottonate" (USA, 1995) di Douglas Keeve, per citarne solo alcuni. Scene, poi, come quella della caccia ai bisonti realizzata nel 1990 da Kevin Kostner per "Balla coi lupi" mostrano con tutta evidenza l’influsso seppure subliminale della celebre caccia ai trichechi girata "senza ricostruzioni" dal nostro documentarista di origini irlandesi nel lontano 1922.

nanook3Molti critici hanno definito  "Nanuk l’eschimese" a metà strada tra il film antropologico e il documentario didattico. Non si può far altro che concordare con questa definizione tecnica, anche se non bisogna mai dimenticare l’aspetto "emotivo", "partecipato" del film. Come è ben documentato nel lungometraggio "Kabloonak" (1994) del regista Claude Massot, che racconta le vicende delle riprese di Nanuk, nacquero molte relazioni di amicizia tra il regista americano Flaherty, Nanuk e gli altri Eschimesi. Dovette essere, quindi, un duro colpo per Flaherty apprendere, due anni dopo la presentazione del film, attraverso la posta che giunge dal nord solo una volta all’anno, la notizia che Nanuk era morto. Si era avventurato all’interno alla ricerca di renne. Non riuscì a trovarle e morì di fame. Scrive Flaherty al proposito: <<Povero Nanuk, il nostro aggie (film, in eschimo) diventò il film "Nanook of the North", e venne proiettato in tutti i più remoti angoli della terra, anche là dove bisognava spiegare che tutta quella roba bianca è neve…" …Nanuk sei diventato una star!

SCHEDA CRITICA DEL DVD

  • Distribuzione: Ermitage Cinema
  • Lingue: Muto
  • Colori: Bianco e nero
  • Area DVD: Area 0 (All)
  • Durata: 78
  • Sottotitoli: Italiano
  • Formato Audio: Mono
  • Formato Video: 4:3 full screen

NanukDVDL’edizione italiana del film è distribuita dalla "Ermitage Cinema", in particolare dalla sua nuova collana "Documenta", ed è davvero ottima sotto tutti i punti di vista. Innanzitutto ci offre la possibilità di visionare il film nella sua durata integrale (78 minuti); esistono infatti versioni ridotte di 55 e 65 minuti. La qualità video e audio è molto alta soprattutto se si considerà l’età del film. Il DVD contiene anche un numero davvero consistente di pagine scritte sulla biografia, la filmografia e il pensiero del regista Robert Flaherty, oltre che une serie di informazioni e curiosità sul film e sul cinema-documentario in genere. Sul DVD , inoltre, è presente il cortometraggio vincitore del primo premio al concorso "Visioni ambientali 2005", nell’ambito del festival "Visioni italiane" organizzato dalla Cineteca di Bologna. Il corto, della durata di 3’40” si intitola "Ottobre ’04- Gennaio ’05". Lo stato delle cose", ed è opera dello psicologo e compositore di musica elettronica e sperimentale Roberto Quaranta. Partendo dalle decrizioni del Salento redatte dai viaggiatori stranieri in Puglia nell’800, viene documentato lo stato dei luoghi e dei paesaggi come appaiono oggi in presenza delle discariche abusive. Obiettivo di Quarta è quello di spingere lo spettatore a "ri-pensare il territorio": <<Perchè credo che ognuno possa fare la sua parte per difendere il proprio territorio, perchè il paesaggio è parte del territorio ed il paesaggio appartiene soltanto a chi lo guarda>>. Il DVD della Ermitage contiene, al riguardo, oltre al cortometraggio, anche dei contenuti extra consistenti in informazioni scritte sul cortometraggio e sul regista Roberto Quaranta.

Rubrica a cura di 20Okram20

Una nuova rubrica per Cinedrome

mappamondoCari lettori/internauti con piacere annuncio la nascita di un nuovo spazio su Cinedrome. Si chiamerà CineANTROPOS, e sarà dedicata al cinema del mondo, al cinema delle popolazioni più sconosciute e affascinanti del pianeta, alla scoperta di modi di vivere spesso lontanissimi dal nostro. Di volta in volta verrà preso in considerazione un film che affronta la cultura di un paese diverso, e quando possibile si recensirà anche la sua eventuale edizione italiana in DVD. Il tutto a cura di un amico/collaboratore esterno di Cinedrome, a cui va il mio personale apprezzamento. In giornata la prima "puntata"…

Ipse dixit: Robert Altman su “Radio America”

In Radio America si direbbe che l’imperativo «The Show Must Go On» si sia ribaltato nel suo opposto. Una delle principali trasmissioni statunitensi non solo è a rischio di interruzione, ma la detective-story che ne deriva (la detective-story sui generis, intendiamo) porta a soluzioni impreviste, addirittura irrazionali o perfino metafisiche, fra colpi di scena e angeli discesi dal cielo…
ALTMAN
– L’idea che il pluriennale show di Garrison Keillor, A Prairie Home Companion, che nel film è condotto “in diretta” da Garrison Keillor in persona, sia arrivato alla sua ultima puntata, e che insomma un intero coro d’attori e cantanti, vecchie e nuove glorie, si guardino in faccia per dirsi «Questa se-ra è l’ultima», mi sembrava essere – cinematograficamente parlando – un ottimo punto di partenza. Vi è sì un detective, chiamato Guy Noir, in omaggio ai vecchi tempi del cinema, gente del tipo Cary Grant e simili, ha presente? Guy Noir è interpretato da Kevin Kline, pare uscito dagli Anni Quaranta, dicevo, e ha un modo classico, a volte esilarante, di ficcare il naso per investigare. E lo spettatore si chiede: «È un personaggio dello show anche lui o è lì per capire super partes perché lo show non deve continuare?» Vi sono poi gli artisti on the air, che reprimono l’emozione di chi non sa perché il palcoscenico dovrà calare, e che continuano come se nulla fosse… almeno ci provano, a vivere come se nulla fosse, il che non è certo cosa facile.

I numeri “in scena” sono straordinari, quasi un film nel film.
ALTMAN – Proprio così. I loro nomi sono curiosi e divertenti, e vanno dal duetto Yolanda e Rhonda Johnson [le meravigliose Meryl Streep e Lily Tomlin, ndr] al duetto Dusty & Lefty [Woody Harrelson e il sorprendente John C. Reilly, ndr]. C’è poi uno strano exploit come l’esibizione della figlia di Yolanda, Lola, che è interpretata da Lindsay Lohan, e quasi anticipa il tema della morte nella sua canzone. Tutto deve finire, sì, ma la vita sembra, o forse è meglio dire che sembrerebbe proseguire, anche se la Morte – come avrà visto in Radio America – ha fatto ormai capolino nel teatro dove lo show va in diretta. La Morte non è altro che una donna bionda, misteriosa, che pare uscita da un romanzo di Chandler, col volto angelico di Virginia [Madsen, ndr], che probabilmente – perché no? – è davvero un angelo. La filosofia pragmatica di G. K., il conduttore Garrison Keillor, cioè «Every show’s your last show, that’s my philosophy», assume a quel punto sfumature sinistre… Ma immagino che lei voglia sapere dov’è la metafora, non è così?

Lo confesso, sì.
ALTMAN – Si è detto che Radio America abbia rappresentato una danza di morte, o che abbia addirittura accennato al declino della civiltà americana, dietro all’idea che lo show – o meglio, lo show-business – debba terminare. Benissimo, sono tutte cose che la critica può intelligentemente sostenere. Lasciate però che gli autori rimangano un passo indietro. Io resto ad ascoltare Red River Valley e In the Sweet By and By, prima che il sipario venga fatto calare. Il regista deve restare fra gli attori, come un falco nella notte, nel bar in cui tutti si ritrovano nel finale, è che ho apertamente ripreso da Edward Hopper. Si resta là, ad attendere che entri la donna biancovestita e che ci guardi negli occhi. Prima o poi ci guarderà negli occhi uno a uno, lo sapeva?
(intervista tratta dal sito www.sncci.it)

“Radio America”

Robert Altman è stato sicuramente uno dei grandi meastri del cinema americano. Lo conferma il suo splendido ultimo capolavoro: quel "Radio America" ( "A prairie home companion" in originale) che ha concorso lo scorso anno al festival di Berlino. Ancora una parabola sull’America, una riflessione disincantata e lucida sulla vita e sulla morte, una meravigliosa e polifonica (come solo Altman ha saputo fare) compagnia di Attori. Kevin Kline in un ruolo assolutamente godibile, Meryl Streep e Lili Tomlin nei panni di due sorelle cantanti country, Woddy Harrelson e John C. Reilly in quelli di due volgari cow-boy della prateria, Tommy Lee Jones dalle movenze inquietanti nel ruolo di un misterioso "cacciatore di teste", e molti altri. E poi tanta musica, come in "Nashville" ma 30 anni dopo. Niente di eccessivo, niente di inutile, niente di lacrimoso in quello che a tutti gli effetti è l’addio di un grande al suo pubblico. Consigliato. Chi ha parlato di noia nel vedere questo film, non conosce il concetto di cinema.