“Angeli con la faccia sporca”

angels withSe amate i gangster-movie questo è quello che fa per voi. James Cagney e Pat O’Brien sono due piccoli delinquenti di strada, amici per la pelle, che a distanza di anni si ritrovano a combattere la stessa guerra ma su fronti opposti: Cagney è un incallito criminale dal grilletto facile e dal cuore di pietra, O’Brien è un prete deciso ad intraprendere una dura battaglia civile contro la violenza e a favore della legalità. Sarà stato solo il salto di una staccionata a discriminare i contrapposti destini dei due, e a condizionare pesantemente le loro vite.  A completare il quadro, un subdolo avvocato (Humphrey Bogart, in uno dei primi ruoli importanti) coinvolto nel giro di malaffare e una banda di ragazzini (i "Dead end kids", all’epoca famosissimi per aver calcato le scene di Broadway) schiavi della miseria e influenzati dai miti "sbagliati". Grande film di atmosfera, la pellicola si fonda su un’ottima sceneggiatura,sebbene fortemente influenzata dal clima proibizionista e dai codici di censura della Hollywood di quegli anni (siamo nel 1938). Basti pensare che era severamemente proibito rappresentare scene come l’uccisione per mano di un gangster di un poliziotto o  raffigurare un criminale che utilizzasse armi da fuoco automatizzate. Nonostante queste restrizioni (alcune delle quali furono abilmente aggirate), ne uscì un film dal ritmo serrato, teso, senza un minuto di troppo e ricchissimo di battute da antologia ("Nice day for a murder!"). Grande il contributo del cast e di uno strepitoso Cagney, in una delle sue migliori interpretazioni. Alla regia un autentico creatore di film senza tempo (dal "Robin Hood" di Errol Flynn a "Casablanca") come Micheal Curtiz, cineasta troppo spesso sminuito nel suo valore. Splendida la scena finale, in un braccio della morte attraversato da ombre inquietanti e da luci di redenzione. Nonostante qualche dovuta concessione alla morale puritana, la morte di Cagney rappresenta molto bene l’ambiguità del confine tra bene e male, tra realtà e finzione, tra mito e abiezione morale tipica di un certo tipo di malavita, nonchè specchio di una società in frantumi. Per i nostalgici di un cinema senza tempo.

Voto personale: 8 

Trailer originale

“Fargo”

FargoE’ il capolavoro assoluto dei fratelli Coen, originalissima macchina creativa "a due" del cinema americano contemporaneo. La trama: un mediocre venditore di automobili, alla ricerca disperata di soldi per uscire dai problemi economici che lo affliggono, organizza il rapimento di sua moglie per estorcere denaro al ricco suocero. Una coppia di sbandati, uno più idiota dell’altro, si incaricherà di compiere materialmente il crimine e una poliziotta "naif" incinta (vero eroe positivo del film, personaggio quasi dostoevskiano, portatore di valori semplici ed arcaici) si metterà sulle loro tracce. Iniziata sui toni di acre commedia umana, la storia si concluderà tragicamente. E’ la reinvenzione del noir americano, con elementi pulp e qualche digressione straniante in stile quasi lynchiano. Strepitosa la recitazione di William H. Macy (divenuto oggi quasi prigioniero di questo tipo di ruolo), di un divertentissimo Steve Buscemi (con accenti iperespressivi alla Joe Pesci) e di Frances McDormand, allora realmente incinta del marito Joel Coen, la quale portò a casa un meritatissimo Oscar per per questa meravigliosa interpretazione. Grandissima sceneggiatura (che vinse anch’essa la statuetta) e ottima regia, un "esercizio di naturalismo" (a detta di Ethan Coen). Bella fotografia, dominata dai colori del bianco (la neve, il gelo interiore) e del rosso (il sangue, la violenza). Splendida colonna sonora di Carter Burwell, una sorta di ballata lenta e disturbante, perfetto contraltare sonoro per questo lucido, terribile, disincantato spaccato dell’America profonda. Sicuramente un film chiave di tutti gli anni ’90.

Voto personale: 9

Trailer originale

“L’anima e la carne”

heavenknowsmrallisonHuston d’annata (1957) e singolare episodio nella ancor più singolare teoria di film che compongono la sfaccettata filmografia hustoniana. Cronologicamente viene subito dopo il ben più noto e acclamato "Moby Dick". Un militare integerrimo e dai modi diretti (Robert Mitchum) e una delicata suorina irlandese (Deborah Kerr) si ritrovano, nuovi Adamo ed Eva, completamente soli su un isolotto del pacifico e sotto la minaccia giapponese in piena seconda guerra mondiale. Dovranno fare i conti con le rispettive "regole comportamentali" e con le tentazioni della carne, ma ne usciranno entrambi vincitori (o forse definitivamente sconfitti). Basato su un romanzo (a detta di Huston completamente stravolto in fase di riscrittura) è un film che mescola la commedia romatica, il melodramma e gli scenari da film bellico, amalgamando il tutto con una buona dose di puro gusto per l’avventura (elemento tipicamente hustoniano). Sul piano delle tematiche affrontate è particolarmente divertente il parallelismo tra esercito americano e chiesa cattolica, tutto basato sul tema della disciplina e della violazione delle leggi "non scritte". Il personaggio di Mitchum potrebbe anche essere letto come una sorta di alter-ego dello stesso regista: un anti-eroe romantico, una sorte di "outsider" con sfumature epicuree, un fervido e appassionato difensore della libertà, in ultima analisi un grande e solitario loser. Film praticamente sconosciuto in Italia, merita una rispolverata: si fa vedere con piacere, e rappresenta un tassello importante per cercare di afferrare la quintessenza dell’arte di un grande "depistatore" come John Huston. Mitchum un po’ sottotono rispetto ad alcune sue strepitose performance.

Voto personale: 7

“L’avventura”

AVVENTURA20LOC1960. Michelangelo Antonioni gira la sua prima opera importante e forse il suo miglior film: "L’avventura". Primo ideale capitolo della cosiddetta "trilogia della incomunicabilità" (insieme ai successivi "L’eclisse" e "La notte"), il film, meraviglioso esempio di come sia ancora oggi modernissimo il cinema di Antonioni, narra la vicenda della scomparsa misteriosa di una giovane donna (Lea Massari), avvenuta a Lisca Bianca, una delle isole Eolie. L’elemento narrativo di  "giallo" è in realtà solo accennato (peraltro il mistero è destinato a non essere risolto), ed è funzionale allo sviluppo della vicenda, una vicenda tutta interiore. Quello che primariamente interessa al regista è raccontare lo sviluppo della travagliata relazione affettiva tra il fidanzato della scomparsa (Gabriele Ferzetti) e la sua migliore amica (Monica Vitti, per la prima volta con Antonioni) dopo il misterioso evento, tutta giocata sul non-detto e sul linguaggio dei gesti. I personaggi del film (e allargando lo sguardo, i personaggi di tutto il cinema di Antonioni) sembrano come "in scacco", non più in grado di esprimere sè stessi e i loro sentimenti, quasi sordi ad ogni richiamo interiore o definitivamente annullati, ripiegati sulle macerie di un animo divenuto arido ("E’ diventato così facile persino rinunciare a un dolore.." dice Monica Vitti). Nella sceneggiatura, comunque impregnata di silenzi e di lunghe pause, non a caso abbondano battute sul senso della comunicazione, sulla sua inutilità, sull’alienazione che da ciò scaturisce e ricorrono spesso frasi incomplete, lasciate sospese in una interlocutoria "difficoltà" comunicativa. Tutto questo si trasferisce sul piano registico con scelte (davvero straordinarie e innovative per l’epoca) che tendono ad accrescere la distanza, anche fisica (oltre che interiore), tra i personaggi: macchina da presa quasi sempre fissa o al massimo impegnata in piccoli e lenti movimenti, grande profondità di campo (specie nella splendida parte girata sull’isola), uso magistrale del paesaggio naturalistico (gli scogli, il mare) e degli scenari architettonici (la cattedrale di Noto, la villa nel palermitano), personaggi spesso ritratti di spalle (vedere la magnifica scena finale). Colonna sonora di Giovanni Fusco, grandissimo musicista e  compositore di colonne sonore "sperimentali", a lungo collaboratore di Antonioni. Film splendido ed imprescindibile.

Voto personale: 10

Trailer italiano

Trailer inglese

“Il rosso segno della follia”

hatchet0Stilish, direbbero oltreoceano. Aggettivo perfettamente applicabile a questa pellicola, ancora una puntata della carrellata nel fantas(ma)tico mondo Baviano. La trama è esile come un filo, ma la "mise en scene" è sontuosa, tanto per cambiare. Un giovane, tormentato da assillanti ricordi e da incompiute rimozioni edipiche, compie una serie di efferati delitti ai danni di giovani spose ("Corpse Bride" vi dice qualcosa?). Scoprirà che la chiave della sua paranoia è insita in qualcosa che egli stesso ha compiuto da piccolo. Un piccolo gioiello, frutto di una insolita produzione italo-spagnola, poco apprezzato in Italia all’epoca (1970) ed enormemente rivalutato all’estero negli anni successivi. Elegante e poco spaventevole, specie nella mutilata versione di 85 minuti che circola sul mercato home-video italiano, il film ricorda per molti aspetti il precedente "Sei donne per l’assassino". Molto curato nella fotografia (per questo film firmata dallo stesso Mario Bava), dominata dai giochi di specchi e dalla messa a fuoco "creativa". Di certo non il migliore di Bava, ma sicuramente uno dei suoi film più "studiati". Personalmente continuo a preferire il Bava degli horror di ambientazione "gotica". Terribile e luciferina Laura Betti.

Voto personale: 7+

“My Fair Lady”

My fair ladyNella rutilante variatio filmica che sta alla base di questo blog (e che quindi si pone come tratto costitutivo di esso) dopo Bava ,Totò e "Balla coi lupi" è la volta del musical americano degli anni d’oro, un genere finora inesplorato sulle pagine virtuali di questa meta-filmica landa di iperspazio. Il musical (commedia musicale, per gli italianisti) è un genere che ha fatto grande Hollywood, soprattutto negli anni ’50 e ’60, giovandosi della parentela spesso diretta con le insegne luminose di Broadway (molti dei musical che abbiamo visto al cinema sono la versione filmica di fortunate piece teatrali) e della partecipazione di illustri attori e registi, nonchè di produttori disposti a spendere cifre esorbitanti per trasfondere su pellicola la "materia dei sogni". Jack Warner fu senza dubbio uno di questi, e alla sua pervicace persona si deve la realizzazione di quello che è considerato l’ultimo grande musical: il mitico "My Fair Lady". Tratto da una commedia dell’irlandese George Bernard Shaw, il film (del 1964), versione su pellicola di una riuscitissima trasposizione teatrale proposta a Broadway pochi anni prima, è una vera festa per gli occhi e per le orecchie. E’ la storia di un arcigno e misogino professore di fonetica che per gioco accetta di sottoscrivere una singolare scommessa: trasformare una fioraia cockney che si esprime in un inglese rozzo e volgare in una donna d’alta classe, dalla pronuncia perfetta e dai modi gentili. Ovviamente il pedante "Pigmalione" finirà per innamorarsi, ricambiato, della sua allieva riluttante. Almeno 5 canzoni memorabili ("The rain in spain", "I Could Have Danced All Night"  e "On the Street Where you Live" su tutte) quasi 3 ore di spettacolo di altissimo livello (tutto, dai costumi alla fotografia, dalla scenografia agli splendidi titoli di testa è estremamente curato), 8 Oscar conquistati (miglior attore protagonista, scenografia, fotografia, costumi, regia, colonna sonora, suono e miglior film per il 1964). Fondamentali i contributi di un grandissimo Rex Harrison, di una splendida Audrey Hepburn e di un maestro come George Cukor dietro la macchina da presa. Visione raccomandatissima, ma in lingua originale (vedere la Hepburn che duetta con Rex Harrison in dialetto barese è semplicemente un affronto) anche per apprezzare al meglio la genialità dei testi delle canzoni originali. Una curiosità: la Hepburn, a differenza di Harrison che cantò in presa diretta, nella traccia originale del film fu addirittura doppiata da una cantante professionista nei numeri canori (pare, non prendendola benissimo). Nella ottima edizione in DVD del 40° anniversario è stata recuperata (per le canzoni  "Wouldn’t it be Loverly" e "Show Me") la traccia audio in cui a cantare è l’attrice.

Voto personale: 9

“I due marescialli”

i due marescialliPer la prima volta dedico un post ad un "film di Totò". E’ solo un caso che non lo abbia già fatto, reputando Antonio De Curtis il più grande attore comico di tutti i tempi e uno dei più grandi artisti che l’Italia abbia mai avuto. Tutto il cinema di Totò è patrimonio nazionale in senso stretto, una specie di eredità da tramandare di generazione in generazione nel segno della "italianità", come la "Divina Commedia" e il "Nabucco", qualcosa di cui andare fieri. "I due marescialli" non fa eccezione, visto e considerato che in questo film i monumenti italici in scena sono addirittura due: Totò e Vittorio De Sica. Come dire, il massimo. La trama si svolge durante le battute finali della seconda guerra mondiale, in un 1943 nel quale la confusione (tra alleati e nemici, tra americani e tedeschi, tra partigiani e repubblichini) rischiava di far sprofondare l’Italia, già prostrata dai bombardamenti e dalle carestie, sull’orlo della guerra civile. Sullo sfondo di tale drammatico paesaggio si colloca la tragicomica storia alla base del film: il più classico scambio di ruoli (e rispettive "divise d’ordinanza") tra il maresciallo Cotone (De Sica) e un ladruncolo che usa travestirsi da religioso per colpire le sue vittime (Totò). Seguiranno equivoci e colpi di scena in rapida successione. Memorabile il primo incontro tra i due, quando Totò, in abito talare, cerca di sottrarsi alla vista del maresciallo recitando improbabili litanie in latino. Sul finale il film rischia di virare verso il patetico (rivelando la sua parentela con film come "Roma città aperta" o "Il Generale Della Rovere") ma grazie ad un provvidenziale sottofinale (che rimanda direttamente a "Guardie e Ladri") questo pericolo è schivato e il film riesce a conservare un tono leggero e gradevole. Ottimo anche l’uso dello schermo panoramico da parte del regista Corbucci. Una precisazione: il voto è assolutamente opinabile, soggettivo, forse inutile (Totò si meriterebbe sempre un 10 incondizionato), si basa essenzialmente sulla "completezza comica" del film. La maschera comica del grande Principe De Curtis non è in discussione. Diciamo che si tratta di votazioni "a prescindere", che in questo caso lasciano il tempo che trovano.

Voto personale: 8-