Suggestioni sonore

loureed

"Waves of fear" (Lou Reed) 

Waves of fear, attack in the night
waves of revulsion, sickening sights
My heart’s nearly bursting, my chest’s choking tight

Waves of fear, waves of fear

Waves of fear, squat on the floor
looking for some pill, the liquor is gone
Blood drips from my nose, I can barely breathe
waves of fear, I’m too scared to leave

Waves of fear, waves of fear
waves of fear, waves of fear

I’m too afraid to use the phone
I’m too afraid to put the light on
I’m so afraid I’ve lost control
I’m suffocating without a word

Crazy with sweat, spittle on my jaw
what’s that funny noise, what’s that on the floor
Waves of fear, pulsing with death
I curse at my tremors, I jump at my own step
I cringe at my terror, I hate my own smell
I know where I must be, I must be in hell

Waves of fear, waves of fear
waves of fear, waves of fear

Annunci

“I mostri”

Mostri_(1963)C’è stato un periodo in cui anche in Italia si sapeva satireggiare alla grande (e con stile) sull’Italia e sugli Italiani, è bene ricordarselo. Era quella una satira con la S maiuscola, capace di guardare con disincanto e senza limitanti faziosità di parte le cose. Si trattava a ben vedere di una sorta di "castigat ridendo mores", di ispirazione luciliana nemmeno troppo velata. Si prendevano in giro il carattere, le abitudini, i "costumi" e le degenerazioni dell’italianità in tutte le sue declinazioni. Oggi quel tipo di satira sembra definitivamente e amaramente morta e sepolta: ogni ironia, ogni sarcasmo, è sempre asfitticamente indirizzato verso un leader politico, un singolo partito, una squadra di calcio. Mi pare si sia persa, salvo scarsissime eccezioni (Verdone su tutti), la visione d’insieme e la capacità di ampliare lo sguardo a tutta la società, finendo per perdersi drammaticamente in un particolarismo figlio quasi sempre di beceri intenti propagandistici sempre "di parte" e mai "super partes", sempre troppo schierato e militante. Quindi inevitabilmente prevedibile, precotto, predigerito. Quella di allora invece era senza dubbio una violenta ed efficace satira di costume, una satira della società italiana svilita/avvilita/fatta a pezzi nell’Italia del boom economico. Forse la più crudele e atroce rappresentazione dei vizi capitali dell’italiano medio che si sia mai vista al cinema la si trova proprio nei 20 episodi, alcuni brevissimi, che compongono il puzzle de "I mostri". Dall’arrivismo sfrenato alla maleducazione stradale, dalla tele-dipendenza patologica alla politicizzazione dilagante. La regia è del più corrosivo dei registi della commedia all’italiana, il mai troppo lodato Dino Risi. Il film è scritto da un team di sceneggiatori che fecero scuola: Age, Scarpelli, Ruggero Maccari ed Ettore Scola. La rappresentazione on-stage è affidata a due mattatori inimitabili come Vittorio Gassman e Ugo Tognazzi (sempre ingiustamente sottovalutato), in questo film al massimo del loro camaleontico mimetismo nei panni di almeno 15 ruoli diversi ognuno. Colonna sonora, frizzante e godibile, del maestro Armando Trovajoli. Ridere di gusto riconoscendo/riconoscendosi in questo film è possibilissimo ancora oggi, a più di 40 anni di distanza. A dimostrazione che certamente da allora l’italia è cambiata (e parecchio), ma gli Italiani, forse, non sono poi cambiati così tanto.

Voto personale: 8 e 1/2

Omaggio a Luciano De Crescenzo

E’ un grande, c’è poco da dire. Nutro nei suoi confronti un affetto profondo fin da quando lessi, in piena fase adolescenziale, "Così parlò Bellavista". Quell’irresistibile spaccato di filosofia partenopea mi folgorò. Da allora ho letto tutti i suoi scritti. Segnalo con gioia l’uscita nelle librerie del suo nuovo lavoro (parola grossa per un napoletano) "Il pressapoco – elogio del quasi". Bentornato Luciano!

decrescenzoLuciano De Crescenzo (Napoli, 18 agosto 1928) è uno scrittore, autore e presentatore televisivo, attore, sceneggiatore e regista cinematografico italiano; prima di dedicarsi alla narrativa e allo spettacolo ha svolto la professione di ingegnere. Nacque nel quartiere Chiaia, nella zona di Santa Lucia. Nella sua autobiografia ha raccontato che i genitori si sposarono piuttosto tardi essendosi conosciuti attraverso "presentazione fotografica". Giovane, lavorò nell’azienda di guanti gestita dal padre (la leggenda vuole che un suo dipendente sia stato autore della canzone "Oi Marì") e durante la Seconda guerra mondiale si spostò a Cassino. Sposatosi nel 1961 è separato e ha una figlia.

Dopo la laurea in Ingegneria presso la Federico II (presso cui fu allievo del grande Renato Caccioppoli) con il massimo dei voti, capì nel 1976 la sua vera vocazione, quella di "scrittore divulgatore". Infatti, dopo un periodo di circa venti anni all’IBM in cui era stato tra l’altro promosso dirigente, decise di lasciare il suo lavoro e dedicarsi a tempo pieno alla scrittura, favorito anche dall’interessamento di Maurizio Costanzo, padrino della sua prima opera Così parlò Bellavista. Grazie anche alla partecipazione al talk show Bontà loro condotto da Costanzo e ad altre manifestazioni pubbliche, fra il 1976 e il 1977 il suo libro vendette più di 600.000 copie e fu tradotto anche in Giappone, diventando un vero e proprio caso letterario. Tra il 1977 e il 2000, Luciano De Crescenzo diventò un autore di successo internazionale, pubblicando ventiquattro libri, vendendo 18 milioni copie nel mondo, di cui 7 milioni in Italia. Le sue opere sono state tradotte in 19 lingue e diffuse in 25 paesi. Segue una lunghissima serie di romanzi (Oi dialogoi del 1985, Sembra ieri del 1997, La distrazione del 2000), cui si aggiungono opere di saggistica (Storia della filosofia greca – I Presocratici del 1983, Storia della filosofia greca – Da Socrate in poi del 1986, Storia della filosofia medievale del 2002, Storia della filosofia moderna – da Niccolò Cusano a Galileo Galilei del 2003, Storia della filosofia moderna – da Cartesio a Kant del 2004).Nel 2005 pubblica I pensieri di Bellavista. Luciano De Crescenzo ha sempre affiancato alla sua attività di scrittore quella di divulgatore, capace di introdurre anche il lettore più inesperto ai problemi sollevati dalla filosofia antica, ed infatti nel corso degli anni ottanta e novanta ha condotto sulle reti RAI una trasmissione televisiva (Zeus) sui miti e sulle leggende degli antichi greci, pubblicata da Mondadori e ritrasmessa anche da Mediaset. Oggi, a causa di una particolare malattia neurologica, la prosopoagnosia, sostiene di non essere capace di riconoscere i volti delle persone conosciute.

Cinema e TV

Personaggio poliedrico, De Crescenzo ha lavorato come autore in televisione ed in varie vesti nel mondo del cinema. Sul grande schermo esordì come attore ne Il Pap’occhio (1980), al fianco dell’amico Roberto Benigni e diretto da Renzo Arbore. Nel 1982 fu interprete di Quasi quasi mi sposo mentre nel 1984 fu protagonista e sceneggiatore di F.F.S.S. cioè che mi hai portato a fare sopra a Posillipo se non mi vuoi più bene?, ancora per la regia di Arbore. Nello stesso anno avvenne il suo esordio dietro la macchina da presa con Così parlò Bellavista, tratto dal suo best seller. Il successo della pellicola, che ebbe dei buoni risultati al botteghino ed una discreta critica, lo convinse a dirigere l’anno seguente Il mistero di Bellavista (prendendo spunto ancora da un suo libro) e la commedia a episodi 32 dicembre nel 1988, sulla relatività del tempo. Nel 1990 recitò accanto a Sophia Loren ed Alessandra Mussolini in Sabato, domenica e lunedì di Lina Wertmuller mentre nel 1995 scrisse, diresse ed interpretò insieme a Teo Teocoli ed Isabella Rossellini Croce e delizia, considerato da molti critici come il suo film migliore. Presentò inoltre cinque programmi televisivi, collabora a varie testate giornalistiche, e nel 1994 la città di Atene gli conferì la cittadinanza onoraria. Sceneggiatore nel 1978 de La mazzetta di Sergio Corbucci con Nino Manfredi, fece la sua ultima apparizione davanti ad una telecamera nel 2001 interpretando il piccolo ruolo di un boss mafioso nel film per la TV Francesca e Nunziata, ancora della Wertmuller.  Per ogni approfondimento vi rinvio al suo sito ufficiale.

Opere letterarie

  • Così parlò Bellavista (1977)
  • Raffaele (1978)
  • La Napoli di Bellavista (1979)
  • Zio Cardellino (1981)
  • Storia della filosofia greca. I presocratici (1983)
  • Oi dialogoi (1985)
  • Storia della filosofia greca. Da Socrate in poi (1986)
  • Vita di Luciano De Crescenzo scritta da lui medesimo (1989)
  • Elena, Elena, amore mio (1991)
  • Il dubbio (1992)
  • Croce e delizia (1993)
  • Socrate (1993)
  • I miti degli dei (1993)
  • Panta rei (1994)
  • Ordine e disordine (1996)
  • Nessuno (1997)
  • Sembra ieri (1997)
  • Il tempo e la felicità (1998)
  • Le donne sono diverse (1999)
  • La distrazione (2000)
  • Tale e quale (2001)
  • Storia della filosofia medioevale (2002)
  • Storia della filosofia moderna. Da Niccolò Cusano a Galileo Galilei (2003)
  • Storia della filosofia moderna. Da Cartesio a Kant (2004)
  • I pensieri di Bellavista (2005)

Film (da regista)

  • Così parlò Bellavista (1984)
  • Il mistero di Bellavista (1985)
  • 32 Dicembre (1987)
  • Croce e delizia (1995)

(fonte Wikipedia)

Herzog-Kinski: sfida oltre il cinema

Negli scorsi accaldatissimi giorni di inizio estate ho avuto modo di completare un meraviglioso percorso visivo che avevo iniziato almeno due anni orsono.herzog1 Il viaggio era cominciato a suo tempo con due straordinarie pellicole “viaggio”, capaci di lasciare una traccia indelebile nella mia memoria di spettatore: parlo di Aguirre, furore di Dio e Fitzcarraldo. Si tratta di due film partoriti da uno dei sodalizi più straordinari e singolari della storia del cinema, quello tra il regista tedesco Werner Herzog (a mio avviso il più grande tra i registi del cosiddetto “Nuovo cinema tedesco”, di gran lunga superiore ai connazionali Wenders e Fassbinder) e l’istrionico Klaus Kinski, vero attore totale dalla istintività feroce ed aggressiva. Il binomio artistico ha regalato negli anni cinque memorabili pellicole. In ordine cronologico hanno visto la luce Aguirre, furore di Dio (1972), Nosferatu – il principe della notte (1978) omaggio a Murnau, Woyzeck (1979) tratto da Buchner, il grandioso Fitzcarraldo (1981) e Cobra Verde (1987). Ognuno di questi film merita di essere visto per l’intensità, il calore e l’originalità che porta con sé, oltre che per almeno un milione di altri buoni motivi. Si tratta quasi sempre di film girati in condizioni proibitive, in luoghi assolutamente impervi (il cuore delle foresta amazzonica, il deserto africano) e tra immani difficoltà di ogni tipo. La loro lavorazione, già funestata da immensi problemi logistici, fu poi ulteriormente complicata dal difficilissimo rapporto tra Herzog e Kinski. kinski1 I due, entrambi personalità forti e quindi masse critiche capaci di entrare facilmente in rotta di collisione, durante le riprese arrivavano persino a minacciarsi reciprocamente di morte, nel bel mezzo di furiose litigate che terrorizzavano non poco comparse e figuranti. Kinski, in preda ad accessi di violento furore, durante le riprese di Aguirre ferì gravemente alla testa un figurante messicano e ,dopo aver follemente sparato una serie di colpi verso una capanna dove dormivano alcuni indios, provocò ad uno di loro la perdita di una falange. Herzog, dal canto suo, per cercare di domare il riottoso attore, non esitò a fare ricorso a misure estreme: la leggenda vuole che dirigesse Kinski con un fucile carico a portata di mano. Il regista, una volta compresa la natura egomaniaca dell’attore, nel corso degli anni giunse a sviluppare una vera e propria forma di “dipendenza artistica” dal suo attore-feticcio. Prova ne è il fatto che dopo la morte di Kinski, il regista non è stato più in grado di realizzare film della stessa grandezza di quelli che hanno come protagonista il biondo bohemien teutonico. Nel 1999 Herzog ha sentito la necessità di tornare a parlare del suo intensissimo rapporto di amore-odio con Klaus Kinski. Lo ha fatto con il bel documentario “Kinski – il mio nemico più caro”, un sentito ed affettuoso omaggio che descrive bene il tumultuoso rapporto tra i due e le gloriose pagine di storia del cinema che questi due grandi personaggi sono stati comunque in grado di regalare, insieme, alle platee di tutto il mondo. Nonostante tutto. Come dire, cattivo sangue non mente.

Nyman a Torino

Michael Nyman è a Torino per assistere alle prove del «Piano Concerto n. 2 a Celebration for Venaria Reale per pianoforte e orchestra». Fine compositore, fedele collaboratore di Peter Greenaway – sue le musiche per quasi tutti i film – ha composto la partitura su commissione della Regione per l’inaugurazione dei giardini della Reggia di Venaria. La prima esecuzione assoluta, ad opera dell’Orchestra Rai diretta da Carlo Boccadoro e con il pianista Emanuele Arciuli, è per domenica 10 giugno alle ore 20 nei Giardini della Reggia di Venaria Reale. L’ensemble Rai ha inciso un cd con il Concerto per violino e orchestra di Nyman sotto la direzione di Tito Ceccherini, col violinista Francesco D’Orazio: da quell’incisione è nata la richiesta di Nyman di avere per Venaria proprio l’Orchestra Sinfonica Nazionale della Rai. Nella seconda parte del concerto (organizzato in collaborazione con Musica ’90), suonerà la Michael Nyman Band, che eseguirà le colonne sonore dei film composte da Nyman.

Come nasce il Concerto per la Venaria?
«Lo scorso anno suonai lì, nella Chiesa di S. Uberto che mi ha estasiato. In quell’ occasione ho incontrato Vanelli, il direttore della Reggia, che mi ha coinvolto nell’’inaugurazione della Reggia e dei Giardini. Quindi a novembre mi è stato commissionato il pezzo: ho deciso per una composizione per piano e orchestra, sapevo che Emanuele Arciuli era un mio fan e ho scritto per lui. Apprezzavo l’Orchestra Rai, così ho deciso di lavorarci insieme con il violinista Francesco d’Orazio. Ma il concerto del 10 verrà chiuso dalla mia band: insomma ho ruoli diversi».nyman
Uno dei monumenti barocchi più noti d’Italia viene quindi celebrato da un grande del minimalismo. Come si legano i due aspetti?
«Quando ero solo un musicologo mi affascinavano le sinfonie barocche: sono le più vicine al minimalismo. Bach, Händel, Corelli sono più semplici, diretti: partono da un’idea. La seguono e la sviluppano fino in fondo. Nel resto della musica classica, idee distinte assumono direzioni diverse. La mia musica è molto più simile a quella barocca: sono entrambe ritmiche. E’ quindi appropriato che io abbia scritto proprio in questa occasione».

Che cos’è la musica contemporanea per Michael Nyman?
«E’ quanto scrivono compositori viventi che si sono formati nell’area classica, a stretto contatto con orchestre, enti lirici, cantanti, case discografiche. Io ho formato la Michael Nyman Band che mi ha permesso di creare una sonorità musicale alternativa, comunque contemporanea, gradita a un pubblico non da concerto sinfonico».

Perché è considerata così difficile?
«Spesso lo è, ma la difficoltà non è indice di musica “alta”. Personalmente amo quando è più facile, ma neanche questo garantisce l’eccellenza. Putroppo ci sono compositori che amano una scrittura complessa e io li considero spazzatura insensata: oggi molte istituzioni favoriscono e promuovono solo questo tipo di musica. Così diventa difficile che le mie composizioni siano eseguite o incise da un’orchestra stabile».

C’è un progetto particolare che la solletica?
«Non ho mai scritto un’opera per più di sei cantanti con un grande cast e coro. Mi piacerebbe scrivere nella tradizione verdiana, creando un lavoro ispirato magari a un tema politico, rappresentarlo in Italia e scriverlo in italiano».

Cosa le piace della musica italiana?
«Ammiro la passione, la vitalità, la sua non convenzionalità. Ho sempre amato la musica soprattutto del XV e XVI secolo, considero Monteverdi l’autentico re della nuova musica».

Qual è stato il primo disco che ha comprato?
«Era di un coro tedesco di voci bianche, cantavano “Happy Wonderer", è stato un grandissimo successo in Inghilterra. Avevo nove anni quando lo comprai. E credo ancora di averlo in qualche cassetto».

(LaStampa.it)

Suggestioni sonore

Tom-waits"The day after tomorrow" (Waits/Brennan)

I got your letter today
And I miss you all so much, here
I can’t wait to see you all
And I’m counting the days, dear
I still believe that there’s gold
At the end of the world
And I’ll come home
To Illinois
On the day after tomorrow

It is so hard
And it’s cold here
And I’m tired of taking orders
And I miss old Rockford town
Up by the Wisconsin border
But I miss you won’t believe
Shoveling snow and raking leaves
And my plane will touch down
On the day after tomorrow

I close my eyes
Every night
And I dream that I can hold you
They fill us full of lies
Everyone buys
About what it means to be a soldier
I still don’t know how I’m supposed to feel
About all the blood that’s been spilled
Look out on the street
Get me back home
On the day after tomorrow

You can’t deny
The other side
Don’t want to die
Any more than we do
What I’m trying to say,
Is don’t they pray
To the same God that we do?
Tell me, how does God choose?
Whose prayers does he refuse?
Who turns the wheel?
And who throws the dice
On the day after tomorrow?

I’m not fighting
For justice
I am not fighting
For freedom
I am fighting
For my life
And another day
In the world here
I just do what I’ve been told
You’re just the gravel on the road
And the one’s that are lucky
One’s come home
On the day after tomorrow

And the summer
It too will fade
And with it comes the winter’s frost, dear
And I know we too are made
Of all the things that we have lost here
I’ll be twenty-one today
I’ve been saving all my pay
And my plane will touch down
On the day after tomorrow
And my plane it will touch down
On the day after tomorrow

“Piano…piano, dolce Carlotta”

carlottaIl cinema americano, tra gli anni 50 e i 60, ha raggiunto esiti straordinari nel genere del cosiddetto psico-thriller. Si tratta di film, sostenuti da un sapientissimo lavoro di sceneggiatura, tutti basati sull’indagine psichica introspettiva dei personaggi principali: i traumi, il vissuto, il rimosso, le nevrosi e le ossessioni diventano materia narrativa perfetta, specialmente se a metterli in scena sono attori di statura drammatica fuori discussione. Penso ai grandi film interpretati da James Dean, Liz Taylor e Bette Davis in particolare, e penso a registi come Kazan, Huston, Stevens, Aldrich. Su Aldrich mi soffermo con questo post, per spendere due parole sul seguito-non seguito del fortunato "Che fine ha fatto Baby Jane?", ovvero "Piano, piano…dolce Carlotta". E’ un film del 1965, diretto da Aldrich e interpretato da un terzetto di attori classici niente male: Bette Davis, Olivia de Havilland e il grandissimo Joseph Cotten. Dicevamo, seguito-non seguito. Se avete visto "Baby Jane", in questo film troverete gran parte delle sue atmosfere tese e lugubri e troverete la Davis, ma non troverete (aimè) Joan Crawford (diciamolo, è forse la mia preferita in assoluto…) sostituita da una pur degnissima De Havilland. La Crawford pare fu costretta a rinunciare al progetto del seguito per problemi di salute, e così gli sceneggiatori apportarono sostanziali modifiche allo script per inserirvi il personaggio della De Havilland, nel primo ruolo da villain della sua carriera. La storia è quella della non più giovanissima signorina Carlotta Hollis (Davis) che, tormentata dai ricordi di un passato gravido di eventi traumatici, pare non essere in grado di "elaborare il lutto" e si trincera in una casa fatiscente (un po’ alla "Viale del tramonto") assistita unicamente da una governante bizzarra ma fedele. L’arrivo della cugina (De Havilland), con il suo bagaglio di ricordi e di nodi non risolti, mette lentamente a soqquadro la mente già disturbata della povera Carlotta. Cotten, amico medico decisamente poco deontologico, fa il resto. Fortunatamente il provvidenziale arrivo di un finto giornalista, in realtà agente assicurativo, riuscirà a risolvere il mistero insito nel passato di Carlotta, e le permetterà di non sentirsi più un enigma per sè stessa. Il film si giova di 3 recitazioni a dir poco grandiose e di una regia che, nel suo bianco e nero contrastatissimo e caravaggesco, sfiora il sublime. Grande tensione, momenti quasi "baviani", e aggiungetevi una musichetta ossessiva e inquietante. La relazione Cotten-Davis nel film mi ha ricordato incredibilmente quella tra Boyer e la Bergman nel film di Cukor  "Angoscia": un altro esempio di manipolazione psichica e di lenta "induzione alla follia". Le coincidenze aumentano se si pensa che in "Angoscia" Cotten ricopre il ruolo del buono, mentre in "Carlotta" lo stesso Cotten è uno dei due cattivi.

Voto personale: 8+