Mondo-blog

antropologiaSe in questi pomeriggi accaldati e assolati di fine Agosto avete voglia di leggere qualcosa di interessante, di diverso, e di stimolante fate una capatina su questo blog-amico, quasi neonato: si chiama Antropos ed è ricchissimo di informazioni (pertinenti e di certa affidabilità!) sui popoli e sulle culture del pianeta. E’ una segnalazione che faccio con grandissimo piacere…sono sicuro che apprezzerete anche voi. A presto!

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Suggestioni sonore

"Il Rock di Capitano Uncino" (Eugenio Bennato)

uncino

Ciurma!… questo silenzio cos’è?!
Sveglia!… tutti a rapporto da me!
Spugna!!! Pendaglio da forca!
… possibile che nessuno si muova?!
… ma sono o no il comandante
di questa lurida nave?!…
di questa lurida nave?!

Sono o non sono il Capitan Uncino, ah?
e allora quando vi chiamo
lasciate tutto e correte
e fate presto perché
chi arriva tardi lo sbrano!
Avanti chi mi dà
notizie di Peter Pan?
Lo voglio vivo però
quando lo acchiappo non so
che cosa gli farò.

Si prende gioco di me
e fa il gradasso perché
quei branchi di mocciosi
lo stanno ad ascoltare
lo credono un eroe!
Ma è solo un qualunquista
un esibizionista
di tutti i miei nemici
è il più pericoloso
è il primo della lista.

Ma a voi vi sembra giusto
durante un duello
ha preso la mia mano
l’ha data in pasto a quel
dannato coccodrillo!
Ma non la passa liscia
gliela farò pagare
con le mie stesse mani,
anzi, col mio uncino
io lo dovrò scannare!

Eccolo, in vista!… E’ lui con tutta la banda!
Meglio!… che questa volta si arrenda!…
Non voglio prigionieri!…
mi basta solo un ostaggio!
… la ragione è dalla vostra parte
ricordatevelo!…
Avanti all’arrembaggio,
… avanti all’arrembaggio!

Sono o non sono il Capitan Uncino, ah?
e allora avanti col coro!
Cantate tutti con me
e ripetete con me
gli slogan che vi ho insegnato!

Veri pirati noi siam!
Contro il sistema lottiam!
Ci esercitiamo a scuola
a far la faccia dura
per fare più paura!
Ma cosa c’è di male?
Ma cosa c’è di strano?
Facciamo un gran casino
ma in fondo lavoriam
per Capitan Uncino!…

Io sono il professore
della rivoluzione!
della pirateria
io sono la teoria
il faro illuminante!
Ma lo capite o no?
Ve lo rispiegherò!
Per scuotere la gente
non bastano i discorsi
ci vogliono le bombe!

Io ero un benestante,
non mi mancava niente,
ma i soldi di papà
li spendo tutti qua
a combattere sul fronte!
Chi si arruolerà
un bel tatuaggio avrà!
Ma da quel trampolino
io chi non vuol firmare
lo sbatto giù nel mare!…

Veri pirati noi siam!
Contro il sistema lottiam!
Ci esercitiamo a scuola
a far la faccia dura
per fare più paura!
Ma cosa c’è di male?
Ma cosa c’è di strano?
Facciamo un gran casino
ma in fondo lavoriam
per Capitan Uncino!…

Cliccate qui per vedere una "singolare" clip ispirata alla canzone… have fun

“Il Gigante”

giantSe nelle vostre peregrinazioni cinematografiche amate tuffarvi nel cinema a stelle e strisce degli anni ’50 e ’60, allora “Il Gigante” è un film assolutamente da non perdere. Se invece avete gusti diversi (che ne so, siete discepoli del  “nuovo cinema tedesco” o adepti di una delle fortunate sette di “orientalisti avventisti”), direi che potete farne a meno senza troppi patemi. Chi scrive ama frequentare territori filmici i più disparati, quindi senza indugi si è auto-somministrato anche il polpettone americano stagionato. Si tratta di una di quelle mega-super-ultra-produzioni, tipiche della Hollywood che fu, ipertrofiche per sforzo organizzativo nonché per metri di pellicola consumata. Morandini non a caso lo ha definito “un Via col vento in salsa texana”. In quasi 3 ore e mezza di film, quella che si offre allo spettatore è la saga familiare dei Benedict, ricchissima famiglia di latifondisti texani. Roba quindi che sembra anticipare le fortune di certi ben noti telefilm americani. Il gigante del titolo è proprio il Texas, lo stato più grande e più polveroso d’America, dipinto nel suo periodo di transizione dal latifondo (con annessi mastodontici allevamenti di mandrie) ai pozzi petroliferi. Il tutto è raccontato con la retorica paludata e solenne di un romanzo epico. Il passato del latifondo (la tradizione e il pregiudizio) è incarnato dal personaggio interpretato, con scarsi risultati, da Rock Hudson. Il futuro (l’avventura e la trasgressione) dell’oro nero è splendidamente racchiuso nel mitico “rebel without a cause” James Dean, nella sua ultima (ottima) interpretazione. A fare da ponte ideale tra i due una smagliante Liz Taylor, donna venuta da terre ben più civilizzate del selvaggio Texas e quindi portatrice di ideali moderni ed evoluti di emancipazione sociale. Liz sposerà Rock Hudson, ma parteggerà per tutta la vita per lo spiantato (fino ad una svolta improvvisa) e sfrontato James Dean. Ovvio. Nell’arco delle tre ore e venti di film (durata degna del più elefantiaco dei film biblici) assistiamo ad eventi che coprono un arco di tempo lunghissimo, come testimonia il galoppante ingrigirsi della chioma di Rock Hudson. I Benedict, sospinti dal vento glorioso del progresso, si troveranno a dover affrontare lutti, avversità, e controversie di ogni genere. Ne usciranno fortificati, sebbene costretti a rinunciare a parte della loro storia di “famiglia” in nome di alcune piccole ma significative concessioni all’innovazione. Il film ha i suoi punti a favore in un cast granitico (ma James Dean buca lo schermo molto più degli altri), in una regia bella ma un po’ troppo calligrafica (firmata da George Stevens) e in alcuni interessanti spunti contro le discriminazioni razziali. Non mancano i momenti di stanca, come è fisiologico in film con una durata del genere. Il finale, poi, con gli occhioni zuccherosi dei due piccoli Benedict, spalancati sull’avvenire, non mi convince per niente. Sarebbe stato molto meglio chiudere con l’immagine amara di un James Dean disfatto e in preda ai fumi dell’alcol, che farnetica un discorso sconnesso in una grande hall deserta (se non sbaglio, invece, questa è esattamente la penultima scena, comunque un pezzo di cinema indimeticabile). Nel cast figura anche un giovanissimo Dennis Hopper, imberbe ma già all’altezza della situazione. Colonna sonora firmata da Dimitri Tiomkin, un veterano nella composizione di efficaci motivi musicali specie per film western. In definitiva un buon film, molto ben confezionato (come si dice in questi casi) e ideale per gli appassionati del genere. Ma in 3 ore e mezza di vita si possono fare anche tante altre cose interessanti. Proprio tante…

Voto personale: 6 e 1/2

 

“Rashomon”

rashomonRipartiamo con un filmettino da niente… Kurosawa docet. Grande, grandissimo film “Rashomon” (rasho-mon la “porta di Mon”, dal nome del luogo decadente e disfatto da cui prende avvio il film, sotto un emblematico diluvio). Uno di quei film capaci di illuminare, di stimolare il pensiero, di mettere in moto virtuosi meccanismi di analisi. Nutrimento per l’intelletto e olio balsamico per l’anima. Come si conviene ad ogni grande opera d’arte. La prassi della narrazione è apparentemente quella un po’ scontata e un po’ “di genere” del romanzo poliziesco. Ci troviamo davanti ad un caso, già ad un primo sguardo intricato e misterioso, di omicidio. Ci sono dei curiosi, dei testimoni oculari e i protagonisti della vicenda: un bandito, una donna, un taglialegna. Un quarto personaggio, un samurai, è perito in circostanze oscure. Il film si snoda nel suo segmento centrale attraverso una complessa rete di flashback, come se si trattasse di una vera istruttoria. Uno per volta, i quattro personaggi (sì, proprio tutti e quattro, visto che il samurai defunto parlerà per bocca di una medium) portano la loro testimonianza sulla sequenza di fatti all’attenzione dello spettatore-giudice. Le testimonianze sono rese dai personaggi nella suggestiva cornice di un giardino Zen, e (elemento non da poco) ognuno dei personaggi rompe drasticamente la regola “non scritta” del cinema classico e guarda dritto negli occhi della macchina da presa (e quindi dello spettatore). Come a chiamare lo spettatore ad una attenzione, ad una tensione investigativa, in ultima analisi al ruolo di giudice supremo, appunto. L’elemento fondamentale del film sta nel fatto che ognuna delle quattro versioni differisca in modo sostanziale dalle altre. Fin qui, si potrebbe trattare di un artificio letterario abbastanza abusato nella letteratura gialla. Ben più paradossale è il fatto che in buona sostanza ognuno si accolli la colpa della morte del samurai (incluso il samurai stesso, il quale per bocca della medium giungerà ad ammettere il suicidio). Dov’è la verità? Dove la menzogna? Esiste una sola verità? O piuttosto ognuno tende a fabbricarsene una propria, a suo uso e consumo? Kurosawa, e qui sta la sua grandezza, confonde volutamente le acque, mostrandoci ogni volta con lo stesso esasperato realismo le 4 versioni. Sembra proprio che siano tutte “ugualmente vere”, oltre che ugualmente possibili. Come in un forsennato rewind, la storia più volte si riaccartoccia su sé stessa e torna a dipanarsi, ma mai uguale a come era prima. Cinema come beffarda illusione dell’immagine, come solenne presa in giro delle (presunte) capacità interpretative dello spettatore. Ma anche (ancora una volta, forse per la prima volta) meta-cinema, capace di elaborare tutto un melting-pot ribollente di link filosofico-letterari (Nietzsche, Brecht e soprattutto Pirandello) e di riversarli in maniera compiuta ed organica su celluloide. Nel 1950 Kurosawa inaugurò questo percorso (sebbene già prima qualcuno “ci avesse provato”), che sarebbe stato poi successivamente sviluppato da registi del calibro di Fellini (“Otto e mezzo”), Godard, Antonioni. In particolare mi pare che proprio “Blow-up” (e forse in misura minore “Professione: Reporter”) sia un film decisamente apparentato e apparentabile a “Rashomon”. Film che si interrogano kantianamente sui limiti della “percezione” cinematografica (categorie? giudizi sintetici a priori? fenomeno o noumeno?), sulle sue infinite capacità di simulare e dissimulare, sulla vacua e fallace persistenza della visione. Film stra-consigliato. Il voto è superfuo come non mai.

Suggestioni sonore

Si riparte, è tempo di ritorni, di valigie disfatte e di vacanze finite… per la gioia dei pochi (ma buoni) amici di questo blog… non potevo non ricominciare in musica, il colore della nostra grigia esistenza… con la voce unica di un cieco che sapeva vedere lontano…voci che riscaldano l’anima ragazzi…a presto!

"Here we go again"

ray charles
Here we go again
He’s back in town again
I’ll take him back again
One more time

Here we go again
The phone will ring again
I’ll be her fool again, I will
One more time

I’ve been there before
And I will try it again
Any fool, any fool knows
That there’s no no way to win
Here we go again
She’ll break my heart again, yeah
I’ll play the part again
One more time
I’ve been there before, you know what
I will try it again

But any fool, any fool knows
That there’s no, no way to win

Here we go again
She’ll break my heart again, yeah
I’ll play the part again
One more time
I’ll take her back again
One more time

Interruzione delle trasmissioni

Carissimi… per un po’ vado a fare compagnia a queste simpatiche pecorelle (non escludo atti di zoofilia)… me ne vado al pascolo. Ma vi tengo d’occhio, ci potete scommettere. In mia assenza non nominatemi invano e divertitevi con le top ten, che vi allego in tag alla fine del post. Non fate troppo casino in giro e rimettete le cose a posto. Saluti e baci. Buone vacanze.

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