Vintage juke box

"The ballad of John and Yoko" (John Lennon – Paul McCartney)

Standing in the dock at Southampton,
Trying to get to Holland or France.
The man in the mac said, "You’ve got to go back".
You know they didn’t even give us a chance.

Christ! you know it ain’t easy,
You know how hard it can be.
The way things are going
They’re gonna
crucify me.

Finally made the plane into Paris,
Honeymooning down by the Seine.
Peter Brown called to say,
"You can make it O.K.,
You can get married in Gibraltar, near Spain".

Christ! you know it ain’t easy,
You know how hard it can be.
The way things are going
They’re gonna
crucify me.

Drove from Paris to the Amsterdam Hilton,
Talking in our beds for a week.
The newspaper said, "Say what you doing in bed?"
I said, "We’re only trying to get us some peace".

Christ! you know it ain’t easy,
You know how hard it can be.
The way things are going
They’re gonna
crucify me.

Saving up your money for a rainy day,
Giving all your clothes to charity.
Last night the wife said,
"Oh boy, when you’re dead
You don’t take nothing with you
But your soul – think!"

Made a lightning trip to Vienna,
eating chocolate cake in a bag.
The newspaper said, "She’s gone to his head,
They look just like two gurus in drag".

Christ! you know it ain’t easy,
You know how hard it can be.
The way things are going
They’re gonna
crucify me.

Caught the early plane back to London.
Fifty acorns tied in a sack.
The men from the press said, "We wish you success,
It’s good to have the both of you back".

Christ! you know it ain’t easy,
You know how hard it can be.
The way things are going
They’re gonna
crucify me.
The way things are going
They’re gonna crucify me.

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“Questa è la mia vita”

Figure di spalle, in un caffè. Un uomo e una donna. Conversano, e fumano. Animule vagule blandule per la metropoli parigina, con una sigaretta tra le labbra e un’esistenza da bruciare. In un cinema si proietta la “Giovanna d’Arco” di Dreyer, eroina senza tempo. Lacrime su volto di donna. Poi la danza in un cafè-chantant, e le strade di Parigi, squallide e degradate. “Questa è la mia vita” è tra i film di JLG quello forse meno godardiano, meno “improvvisato”, meno mobile, meno fresco. Nella sua programmatica staticità, pittorica e teatrale, è il Ritratto Ovale della splendida Anna Karina-Nanà in 12 brevi capitoli, capace di trasfonderne sullo schermo tutta la disperata vitalità e tutto il dolce disincanto. Quella di Nanà-Karina è una delle presenza femminili più straordinarie ed intense che abbia mai visto in un film: riempie ogni spazio dell’inquadratura con il suo corpo, trafigge la macchina da presa con i suoi occhi enormi, ammalia con il suo caschetto nero, seduce con i suoi sillogismi esistenzialisti. Nanà è una ragazza alla ricerca del suo posto nel mondo, che tenta con caparbietà di cogliere il senso della propria esistenza. L’esigenza di libertà è per lei un ideale insieme utopico e necessario. Pensa, scruta il reale, vende dischi, gioca a flipper, intavola discussioni filosofiche con sconosciuti. Per molto tempo scorge soltanto ombre, persone insulse, attimi di vita non degni di essere vissuti. Poi scopre nell’autodeterminazione uno scampolo di salvezza: è ora guidata solo da quella grande forza interiore che si chiama istinto, ed è proprio seguendo sé stessa che giungerà alla consapevole scelta della prostituzione. Per riannodare i fili del suo percorso di vita, Nanà necessita di esercitare un controllo sulla sua esistenza, la deve avere in pugno, per diventare quello che è. E ha bisogno di sperimentare l’amore, per salvarsi dalla deriva. E’ in definitiva disposta a (s)vendere il suo corpo, ma non la sua vita. Il flusso dei minuti, delle ore, dei giorni la porterà a conludere che la felicità non è allegra. Terminerà la sua parabola in bilico tra amore e morte, tra vita e non vita. Raggiungerà l’immortalità (cinematografica, perché un fotogramma è immortale) sull’asfalto di una periferia parigina, crivellata in un dolorosissimo e lunghissimo istante. Spiazzante, come il migliore dei finali possibili.

A tribute to Stevie/part 2

"Ngiculela – Es una historia – I am singing" (Stevie Wonder)

Ngiculela ikusasg
Ngliyacula nao thando
Ngicula ngelinyi langa
Uthando luyobusa
Jikelele kulomblada wethu

Es una historia de mañana
Es una historia de amor
Es una historia que amor reinerá
Por nuestro mundo
Es una historia de mi corazón

There are songs to make you smile
There are songs to make you sad
But with a happy song to sing
It never seems as bad
To me came this melody
So I’ve tried to put in words how I feel
Tomorrow will be for you and me

I am singing of tomorrow
I am singing of love
I am singing someday love will reign
Throughout this world of ours
I am singing of love from my heart

Let’s all sing someday sweet love will reign
Througout this world of ours
Let’s start singing
Of love from our hearts
Let’s start singing
Of love from our hearts

(Zulu translation by Thoko Mdalose Hall – Spanish translation by Raymond Maldonado)

“Controsesso”

Memorabile "scherzo in tre atti" e gran pezzo di satira al vetriolo sulla miserabonda (im)moralità degli italici costumi. Nel primo episodio (regia di Franco Rossi, sceneggiatura firmata da Cesare Zavattini) Nino Manfredi e consorte sperimentano i devastanti effetti della cocaina domenicale. Nel secondo, sicuramente il migliore (regia di Marco Ferreri, sceneggiatura di Ferreri e Azcona) un immenso Ugo Tognazzi veste i panni di un untuoso professore, occhialuto e ammorbato da una sessualità feticista repressa. Nel terzo episodio (regia di Renato Castellani) ancora Manfredi è la vittima imbelle di una rampante donna in carriera. Film che nel lontano 1964 fece parecchio rumore per le sue tematiche decisamente poco convenzionali. Ancora oggi conserva una certa carica eversiva, specie tra le pieghe del secondo, mitico, episodio diretto da Ferreri. Grandissimi Tognazzi e Manfredi, in piena forma entrambi. Divertente, sagace, cattivo al punto giusto. Quindi consigliatissimo.

A tribute to Stevie

 "Superstition"  (Stevie Wonder)

Very superstitious, writings on the wall,
Very superstitious, ladders bout to fall,
Thirteen month old baby, broke the lookin glass
Seven years of bad luck, the good things in your past.

When you believe in things that you dont understand,
Then you suffer,
Superstition aint the way

Very superstitious, wash your face and hands,
Rid me of the problem, do all that you can,
Keep me in a daydream, keep me goin strong,
You dont wanna save me, sad is my song.

When you believe in things that you dont understand,
Then you suffer,
Superstition aint the way

Very superstitious, nothin more to say,
Very superstitious, the devils on his way,
Thirteen month old baby, broke the lookin glass,
Seven years of bad luck, good things in your past

When you believe in things that you dont understand,
Then you suffer,
Superstition aint the way…no, no, no

“Il ritorno di Cagliostro”

A proposito di educazione e diseducazione. Esiste una piccola ma assai purulenta (almeno lo era all’origine, prima delle cure antibiotiche forse) pustola infetta nel cinema italiano contemporaneo. Porta il nome (anzi i nomi) di due sicilianissimi satiri danzanti della nostra era: Daniele Ciprì e Franco Maresco. Il loro cinema è sicuramente quanto di più azzardato, eccessivo, disturbante, blasfemo si sia potuto vedere negli ultimi anni in Italia. Dopo le scorribande ghezziane ai tempi di Cinico-TV, nel ’98 il loro ormai storico “Totò che visse due volte” fu l’ultimo film a subire le più atroci persecuzioni giudiziarie dai tempi di “Salò”. Dopo varie parentesi e vicissitudini, il tribolato ritorno al cinema con un lungometraggio è avvenuto nel 2003 con “Il Ritorno di Cagliostro”, presentato a Venezia nella sezione “Controcorrente”. Parecchio più raffinato rispetto ai precedenti lavori del duo, ha le movenze di un film-farsa, di una boutade cinefila arguta costruita alla stregua di un finto documentario (alla “Zelig”, per capirci). Quelle che ci vengono narrate, con ineffabile sarcasmo, sono le alterne fortune della “Trinacria Cinematografica”, fantomatica casa di produzione cinematografica palermitana fondata nell’immediato dopoguerra. Membri della insolita corporation due totali incompetenti come i fratelli La Marca, fabbricanti di statue sacre “con gli attributi”, e il regista Pino Grisanti, psicotico con un passato nell’industria cinematografica costellato da una serie di clamorosi insuccessi. A garantire sostegno alla società cinematografica ci pensano il sulfureo cardinale Sucato, il mefistofelico barone Cammarata (una specie di splendida citazione vivente del Marty Feldman di “Frankenstein Jr.”) e altre oscure figure di dubbia fama. Per risollevare le sorti della “Trinacria” viene deciso di girare un film sulle scienze occulte, basato sulla biografia di quel lestofante del Conte di Cagliostro. Ad essere ingaggiato come primo attore sarà il divo americano Errol Douglas, già tristemente avviato sul viale del tramonto e preda dell’alcolismo. Per lui e per il suo matrimonio, le riprese del “Cagliostro” saranno il colpo di grazia definitivo. Il crudelissimo gioco cinico-cinefilo riluce divertito pure nelle posticce testimonianze “dal vero” di alcuni illustri critici cinematografici (veri) come Tatti Sanguineti e Gregorio Napoli, ogni tanto interpolate nel bianco e nero (come al solito ottimo, curato da Ciprì) del film. Il film scorre su questa falsariga per tre quarti buoni della sua durata. Poi all’improvviso, dopo un’ora e dieci, la svolta narrativa che non ti aspetti è segnata dall’ingresso in scena di un nano, un altro freak, un altro figlio deforme di una natura quantomai matrigna, e tuttavia abile narratore onnisciente nonchè confutatore di tutto quello che abbiamo visto fino a quel punto. In un crescendo degno di un agguerrito film-inchiesta, il nano ci rivelerà le trame nascoste dietro “Il ritorno di Cagliostro”, ci sorprenderà facendoci scorgere in filigrana i sotterranei intrecci con la mafia americana, e infine ci rivelerà la miserabile fine di tutti i personaggi coinvolti nella vicenda (qualcuno finirà divorato dai porci in un letamaio, qualcun altro assurgerà agli onori degli altari da martire della settima arte). E’ un’altra puntata di quella agghiacciante riflessione sulla condizione umana che sta alla base del cinema del duo Ciprì&Maresco. Quella dei loro film è una umanità alienata, deforme, malnata, reietta, aberrata. Lo sguardo dei due cineasti, che si posa impietoso su questi mostruosi mezzi-uomini, è dominato dal più atroce nichilismo, quasi non fosse in grado di provare più alcun sentimento (né pietà, né orrore) davanti allo squallore che riprende: un vetrino analizzato con gli occhi e la freddezza di un anatomo-patologo. Un evidente e sadico autocompiacimento fa peraltro inevitabilmente da sottofondo alla rappresentazione delle trivialità più bestiali, alla raffigurazione delle più bieche forme di corporalità, all’abbrutimento dell’umana specie spinto al suo eccesso. Che altro aggiungere? Trattasi di cinema profondissimamente diseducativo, amorale, cattivo, pericoloso: proprio per questo andrebbe proiettato in tutte le scuola di ogni ordine e grado, a partire dagli asili-nido. Meglio dis-educare che non educare affatto. Quantomeno sarebbe un tentativo per solleticare il cerebro dello scolaro, insieme al nervo ottico dello stesso. Chissà cosa ne verrebbe fuori.