“Un’altra giovinezza”

Coppola is back. Lo aspettavo con ansia da 10 anni e passa. E’ tornato alla ribalta con un film coraggiosissimo, ardimentoso, difficile. Degno di un baldanzoso e velleitario esordiente, si potrebbe dire. Dietro la macchina da presa c’è invece l’uomo che ha regalato al cinema capolavori assoluti (irraggiungibili, dallo stesso Coppola in primis) come “Il Padrino” ed “Apocalypse Now”. Il desiderio di avventurarsi lungo territori filmici irti e perigliosi (a costo di rischiare lo smottamento), il gusto di provare nuove vie (a costo di sbagliare strada), la voglia di ridiscutere la propria cinematografia ad una età non più giovanissima: basterebbero queste motivazioni per render(mi) l’operazione “Un’altra giovinezza” quantomeno simpatica. Ce ne sono molte altre in realtà…

 

Semeion e logos. La parola, intesa come parola scritta (grafema) e come parola “parlata” (fonema), racchiude nella sua più ancestrale significazione un substrato mistico e sapienziale. La parola non è che il segno di un arcaico, primordiale, profondissimo legame tra l’uomo e la divinità. Tale legame, col progredire della storia dell’uomo, pare essersi progressivamente sfilacciato, minacciato dalla deriva nichilista (che genera svastiche) e dall’oscuro avanzare delle guerre atomiche. Tim Roth è un linguista affascinato dallo studio delle religioni antiche. La sua attività di ricerca ed il suo ambizioso progetto di scrivere una enciclopedica “storia del linguaggio”, lo sottraggono alla vita, all’amore, agli affetti. Un fulmine (un fuoco, qualcosa di molto vicino ad un battesimo) si abbatte sulle sue ricerche e sulla sua esistenza, la mattina del giorno di Pasqua (resurrezione/redenzione) nella uggiosa Bucarest del 1938. Dopo l’evento, il professor Matei sperimenta su sé stesso due incredibili conseguenze che sfidano ogni determinismo e ogni presunzione di comprensione razionale: egli ringiovanisce nel corpo e acquisisce poteri intellettuali straordinari. La sua memoria diventa ipermnesica (novello Pico della Mirandola, miracolosamente salvato dalla pazzia), le sue capacità percettive lo rendono capace di leggere un libro soltanto stringendolo tra le mani, la sua mente riesce a condizionare telepaticamente il futuro. Egli arriva letteralmente a moltiplicarsi, proprio come si moltiplicano le sue facoltà cognitive. Il futuro è il suo precipuo campo d’azione: egli metterà a punto una lingua che potrà essere compresa soltanto nel futuro, appunto. Accessibile solo all’essere umano venturo, che ancora non esiste. Tramite questa lingua (un nuovo codice comunicativo) egli spera di riportare l’umanità che verrà, devastata dalla guerre e dal dolore (umanità post-umana), alla (ri)scoperta di una dimensione antica e “sacrale” dell’esistenza. Missione, forse utopia, che richiede però un fondamentale approfondimento, un transfert doloroso ma necessario alle origini della storia del linguaggio. Alle origini delle religioni antiche (India). Alle fondamenta stesse del rapporto uomo-dio e fino alle colonne d’Ercole dell’autocoscienza.

 

L’ideale anello di congiunzione e completamento della “missione” del professor Matei ha il volto della giovane Laura. La ragazza (un fantasma mnesico eppure reale) è evidentemente la rifrazione speculare dei caratteri del professore. Anche lei colpita da un fulmine (dopo l’incontro decisivo con Matei sulle Alpi svizzere, e probabilmente a causa di questo incontro) come un cursore nella mani di una qualche potenza cosmica, si muove nella direzione esattamente opposta rispetto a quella in cui si muove il professore. Laura procede a ritroso nel passato. Anche lei utilizza come strumento di comunicazione la lingua (le lingue). Lingue antichissime: il sanscrito, l’egizio, l’assiro, il babilonese, il protoelamita. Sempre più lontano, sempre più. Fino forse ad individuare quel tassello mancante, quell’essenziale “momento” pre-storico di nascita del linguaggio. E’ il tassello mancante della ricerca del professor Matei, nonchè il fondamentale quid capace di dare senso al suo progetto di palingenesi del genere umano. Ma ogni beneficio ha un suo costo da pagare: Laura viaggiando a ritroso nel passato sta invecchiando nel fisico. Il professore, posto dinanzi al dilemma più lacerante e più terribile, sceglie la “terza rosa” (l’amore) a costo di interrompere “ad un passo dal mistero” il percorso di rivelazione/catarsi intrapreso. Il suo è apparentemente il più atroce dei fallimenti, soltanto uno specchio in frantumi. La palingenesi più grande si è in realtà compiuta dentro di lui. Egli ora con la sua scelta, e grazie alla sua seconda giovinezza, ha fatto quello che in passato non era stato mai in grado di fare: ha posto il verbo dell’amore al centro del suo essere. Forse, il segreto più grande è proprio in questa fondamentale (e semplicissima) verità.

 

Film a mio avviso (come già detto) coraggiosissimo, e nonostante qualche sovraccarico, assolutamente riuscito e coeso. Mi riesce difficile considerare questo film in qualche modo irrisolto, incompiuto, come è stato detto da più parti. Il film ha invece a mio modo di vedere nella “cornice” circolare e nel suo sviluppo narrativo centrale lineare (diviso in 2 parti o atti, scanditi dai due fulmini e caratterizzati da diverse collocazioni spazio-temporali) una solida e compiutissima struttura narrativa. Quella che resta drammaticamente (forse solo apparentemente, in realtà) incompiuta nel film è nei fatti solo la missione del professore. Questo forse ad un primo sguardo potrebbe “tradire” e dare l’impressione di una mancata risoluzione del film in quanto tale. Aggiungo il doveroso plauso ad un cast di grande spessore, illuminato magnificamente dalla presenza magnetica di Bruno Ganz e dalla indiscutibile bravura di Tim Roth. Ottima regia, a tratti deliziosa in qualche taglio visivo vagamente espressionista. La valutazione, a mio modestissimo modo di vedere (ed in base ad un giudizio assolutamente soggettivo e influenzato da attitudini/sensazioni personalissime), non può che essere più che positiva.

 

Voto personale: 8,5/9

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Suggestioni sonore

"Layla" (Eric Clapton)

Layla, got me on my knees..
Layla, I’m begging, darling please…
Layla, darling won’t you ease my worried mind…

P.S. Sempre dalla stessa "benedetta"  unplugged-session su MTV vi segnalo anche le splendide versioni di "Running on Faith" , "Lonely Stranger" , "Tears in heaven" , "San Francisco Bay Blues" e della mitica "Old Love" . Per i malati di blues: "Before you accuse me" … buon ascolto…

“L’arte del sogno”

Casualità sincronizzate parallele. E’ quello che è capitato al sottoscritto e al carissimo amico blogger Honeyboy, quando ci siamo ritrovati a scegliere praticamente “in sincrono” lo stesso film. La scelta, tra centinaia di film possibili, è caduta per entrambi su “L’arte del sogno”, un film che curiosamente parla proprio di “Casualità sincronizzate parallele”! Quando la realtà supera l’immaginazione, è il caso di dire… Abbiamo deciso di farne una recensione gemellata  per celebrare il singolare evento e (soprattutto) per cementare una bella amicizia tra cineblogger. Buone letture!

Se potessimo “comunicare” attraverso il sogno, in presa diretta sull’inconscio, cosa racconteremmo? E come racconteremmo quel qualcosa? Con immagini? Con suoni? Con parole? O forse attraverso il nostro modo di vivere, di amare, di relazionarci con le persone? Il sogno. Deterministico parto di flussi elettrici che regolano la funzione cerebrale lungo assoni e bottoni sinaptici: certamente. Confluenza disorganica di stimoli e percezioni mutuate dalla giornata appena trascorsa: accertato scientificamente anche questo. Escamotage per resettare efficacemente le coordinate encefaliche spazio-temporali e rendere il cervello pronto ad immagazzinare i dati di altro vissuto: lo sostengono i neurofisiologi. Calderone ribollente in cui si annidano le più recondite pulsioni e i più profondi enigmi della psiche umana: lo diceva Freud. Soltanto questo? Assolutamente no. Nel sogno c’è un potenziale enorme e dirompente di materia creativa, c’è la vitalità dell’immaginazione espressa all’ennesima potenza, c’è l’assenza del limite e il superamento del codice, c’è la dolce e sfrenata anarchia di un ordine impossibile (quindi definitivamente esploso). Lo sapevano bene i surrealisti, lo sapeva Dalì, lo ha riaffermato Lynch. Ora tocca a Micheal Gondry fare la sua parte: il sogno, in sintesi, è materia rivoluzionaria. Ed il cinema stesso è l’arte del sogno.

Stephane sa benissimo come “maneggiare” i sogni, e come trarne “vita”. E’ maestro in quest’arte. La sua è una mente che somiglia ad una frenetica cabina di regia: sempre pronta a zoomare, tagliare, montare e rimontare la pellicola delle percezioni per farne “creazioni” ex-novo. Genio polimorfo, Stephane scrive romanzi (romanzi noir), compone sonate per pianoforte (romantiche), disegna illustrazioni per ricordare i grandi cataclismi della storia umana (“disastrologia”) e inventa bizzarre macchine che trasportano indietro/avanti nel tempo di un solo secondo. Stephane vive dentro di sé la più incredibile delle esperienze, e questo fin da piccolo: evidentemente per padroneggiare l’arte del sogno bisogna in qualche modo essere “speciali” sin dalla nascita. La meschina dimensione della quotidianità (grigia, monotona, triste) è quella che è anche per Stephane, e può trasformarsi persino in un incubo/prigione quando la persona che ami ti respinge, o quando ti accorgi che la vita stessa ti respinge. Buio, sconforto, lacrime: sono gli unici compagni di viaggio in simili momenti di dispersione e disorientamento. In simili asperità c’è però un’ultima, decisiva possibilità per tornare a sognare, o perlomeno per provare a farlo: accorgersi che non si è poi tanto soli, che proprio dove meno te lo aspetti puoi scoprire qualcuno “simile” a te (e che quindi la stirpe dei sognatori non si è ancora del tutto estinta dalla faccia della terra), magari proprio nella persona che ami. Ritrovare nell’altro un po’ di sé stesso può riaccendere la miccia bagnata della creatività. E quello che succede alla coppia di romantici sognatori del film, Stephane e Stephanie (a proposito, nomi stupendi). Partiranno per una meravigliosa crociera a bordo di una nave di cartone. Con un cavallo di pezza come destriero.

Gondry ricostruisce un universo onirico policromo, rutilante, simpaticamente strampalato e naif. Lo fa anche grazie ad un uso veramente originale degli effetti speciali. Ne emerge uno stile visivo particolarissimo (tra Terry Gilliam e Tim Burton), patchwork morbido e colorato di suggestioni e dissonanze. Film dolce e divertente, stralunato ed eclettico. “L’arte del sogno” ci ricorda (mi ricorda) una verità fondamentale: sognare è come respirare, un bisogno fisiologico. Quando non sogniamo rischiamo di mandare il cervello in ipossia, limitandoci a vivere in apnea.

“Misterioso omicidio a Manhattan”

Da troppo tempo non dedico un post al mitico Zelig del grande schermo. Urge riprendere l’Allenamento. Lo facciamo con questo rutilante e aggrovigliato caso di omicidio a Manhattan. Un tranquillo editore newyorkese (Woody Allen) e sua moglie (la sempiterna e soave Diane Keaton) si trovano, grazie alla esuberante curiosità di lei e malgrado la pavida infingardaggine di lui, invischiati in una intricatissima e pericolosa trama giallo-rosa. L’apparenza di bonarietà di una tranquilla coppia di anziani vicini di casa comincia a vacillare quando, pur con metodi investigativi poco ortodossi, si scoprono alcuni altarini. La caccia all’assassino diventa pian piano una cosa seria: lei ci prova gusto, lui avrebbe preferito guardare in TV un film con Bob Hope. I coniugi, scoperto che c’è del marcio sotto quello che la polizia ha frettolosamente archiviato come un banale caso di morte per infarto, coinvolgono nell’avventura anche due loro amici: Ted, vecchio spasimante di lei (Alan Alda) e Martia (una statuaria Angelica Huston, divertentissima nel ruolo di scafata donna di mondo che si imbarca nell’impresa disperata di fare di Woody un baro nel gioco del Poker). Un colpo di scena dietro l’altro (con una dose di adrenalina davvero insolita per un film di Woody Allen), ed eccoci arrivati dritti dritti al Gran Finale in cui il Woody più cinefilo omaggia con una sequenza davvero splendida (resa tale anche dalla magistrale fotografia di Carlo Di Palma) la famosa scena degli specchi della wellesiana "Signora di Shanghai". Finale a sorpresa. Il film è uscito nelle sale nel ’93 ma curiosamente ci ritroviamo almeno tre elementi tipici dell’Allen prima maniera. C’è il grande ritorno all’uso della scenografia metropolitana della Grande Mela (o "grande Madre", come dice Woody). C’è la firma dello sceneggiatore Marshall Brickman, braccio destro di Allen nella scrittura di capolavori come "Manhattan" e "Io ed Annie". E soprattutto c’è il ritorno in grande stile di Diane Keaton, nel ruolo di moglie amatissima. Probabilmente il nostro Woody, dopo la burrascosa conclusione del rapporto con Mia Farrow, aveva bisogno di un rassicurante ritorno al passato, cinematografico e non solo. Visto il risultato, direi che le scelte hanno pagato: il film ha la sua carta vincente proprio nella straordinaria alchimia tra Allen e la Keaton, e si giova splendidamente della sempre suggestiva atmosfera newyorkese e di un bello script (soltanto un po’ troppo attorcigliato in alcuni passaggi). Vi segnalo una gag che ha del sublime: la telefonata intimidatoria in playback. Roba da restarci secchi (dal ridere). Uno dei migliori Allen degli anni ’90, dal mio punto di vista secondo forse soltanto ad "Ombre e Nebbia". Da vedere: Woody questa volta non tradisce (anche se forse Mia Farrow la penserebbe diversamente…).

“Ratatouille”

E’ in circolazione nella sale cinematografiche italiane un manicaretto che fossi in voi non mi farei scappare (il catering in questo caso non è per nulla deficitario: le "pizze" a disposizione sono ben 770, quindi non avete scuse). Sul menu troverete scritto "Ratatouille", nell’ordinazione non potete sbagliare. Il piatto deve la sua paternità agli chef della premiata ditta Pixar, erede di una lunga tradizione risalente agli antichi fasti della casa Disney. La Pixar ha qui provato a rinverdire proprio quegli antichi splendori, e dal mio punto di vista (di individuo svezzato a pane e Disney) pare esserci riuscita alla grande. Vediamo un po’: gli ingredienti per fare di "Ratatouille" una pietanza a dir poco prelibata penso ci siano tutti. C’è una struttura bella solida, una base ben costruita: una storia ricca, con tante trame e sottotrame ben intrecciate tra loro, dall’andamento ritmato e coinvolgente, senza cadute di tono. C’è la giusta dose di sale: sono affrontati con garbo e intelligenza temi mai scontati come la ricerca dell’identità, la lotta contro le barriere del pregiudizio, l’affermazione del calore del cuore sul gelido e grigio razionalismo di alcuni individui (la polemica contro certa critica, intabarrata nel suo funereo egotismo, vale da sola tutto il film). C’è anche un po’ di pepe, un po’ di azione: alcune scene "di massa", alcuni esodi murini sono davvero ben orchestrati, e c’è pure una divertente sparatoria domestica al fulmicotone. Il pepe ovviamente è di tre colori diversi: pepe bianco (pepe camerunense di Penja), pepe rosso (il famoso pepe delle Maurizius), e pepe blu (che non esiste). Vive la france. Non manca poi l’apporto organolettico di qualche altra spezia aromatica: c’è una storia d’amore sullo sfondo, ci sono dei villain splendidamente caricaturali e nel complesso ci sono parecchi personaggi molto ben caratterizzati. Lo zucchero (che come sanno mamme e nonne si mette anche in certi sughi, ovviamente nelle giuste dosi) fortunatamente non eccede, ce n’è il giusto, quanto basta per non fare di "Ratatouille" un’appiccicosa melassa. Non si cade mai nel melenso, pur riuscendo il film in parecchi momenti a commuovere. Ed è un gran merito. Assenti coloranti e conservanti: ho apprezzato particolarmente la non-presenza di quei fastidiosissimi riferimenti o pseudo-parodie di altri film, che hanno ammorbato per anni pellicole d’animazione come "Shrek" e compagnia cantando. Questo paradossalmente farà di "Ratatouille" un prodotto a lunga conservazione, vedrete. Anzi, come tutte le cose buone, col tempo acquisterà valore, ne sono certo. Per finire la presentazione estetica del piatto, fondamentale nel canone gastronomico della Nouvelle Cuisine: splendida, piacere visivo non indifferente. L’ambientazione parigina anni cinquanta è davvero una chicca, e l’animazione computerizzata sembra questa volta più che mai ausilio creativo (e non semplicemente  "fine") di tutta l’operazione artistica. Insomma "Ratatouille" è una prelibatezza che certamente non mancherà di solleticare le vostre papille gustative: non risulta indigesto, lo potete consumare a qualsiasi ora del giorno (o della notte), è adatto a qualsiasi tipo di stomaco. Dopo averlo assaporato vi sentirete rinati nel gusto e nello spirito. Consigliatissimo!

Voto personale: 9

Libera Rete

Sono in atto sconvolgimenti nella legge per l’editoria che toccheranno praticamente tutti i blogger, sia nel portafoglio che nel sacrosanto diritto alla libera informazione. Secondo quanto emerge infatti, il Governo starebbe attuando, quatto quatto come un gatto, alcune modifiche alla legge sulla editoria secondo le quali praticamente chiunque possegga un blog e chiunque ne voglia aprire uno si troverà nell’esigenza di iscriversi al ROC, il Registro Operatori di Comunicazione.

Solo una tassa ai possessori di blog quindi? No, non solo, si tratta praticamente di fare una vera e propria schedatura di tutti coloro che scrivono in rete ma soprattutto di attuare un provvedimento censorio sui loro contenuti. Viene spiegato infatti che l’iscrizione al ROC serve “anche ai fini delle norme sulla responsabilità connessa ai reati a mezzo stampa”, in pratica, dopo i recenti attacchi a certi uomini politici, la politica passa all’offensiva e affila le armi della denuncia per diffamazione, con il chiaro intento di censurare tutti quei siti o blog che parlano male o criticano il politico di turno.

Fa così paura il web? Fa così paura da ricorrere allo strumento censorio mascherato da legge balzello? Non possiamo permetterlo, sarebbe una gravissima violazione della libertà di espressione, quella libertà sancita dall’art. 19 della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo la quale recita: Chiunque ha il diritto alla libertà d’opinione e d’espressione; il che implica il diritto di non essere turbato a causa delle sue opinioni e quello di cercare, ricevere e diffondere, senza considerazione di frontiere, le informazioni e le idee attraverso qualunque mezzo di comunicazione.

L’art. 21 della Costituzione recita invece: tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione. La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure. Si può procedere a sequestro soltanto per atto motivato dell’autorità giudiziaria nel caso di delitti, per i quali la legge sulla stampa espressamente lo autorizzi, o nel caso di violazione delle norme che la legge stessa prescriva per l’indicazione dei responsabili.

Cosa si sta cercando di fare in pratica con questa nuova legge? Si cerca di aggirare l’art. 21 della Costituzione usando l’ultimo capoverso dell’articolo stesso, quello che cioè autorizza l’Autorità Giudiziaria a procedere al sequestro (censura o chiusura) motivato dalla legge. A casa nostra questo è un atto incostituzionale.

Anche il balzello dell’iscrizione al ROC, se vogliamo, limita il diritto all’uso di un mezzo libero come Internet in quanto impone il pagamento di una tassa, pagamento che magari non tutti si possono permettere proibendo di conseguenza a quanti non hanno questa possibilità di esprimere liberamente il proprio pensiero. Sempre a casa nostra questa è una palese violazione dell’art. 19 della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo. 

Non possiamo permettere che ciò avvenga, ne va della nostra libertà di espressione. Oltretutto siamo abbastanza sicuri che questa iniziativa del Governo troverà un vasto consenso tra i due schieramenti politici. La libertà di espressione su internet deve essere garantita, senza se e senza ma.

Facciamo sentire la nostra voce, difendiamo il nostro diritto di espressione, non accettiamo questo sopruso da Stato Talebano. Firma la petizione on-line per rifiutare questa legge. Le firme raccolte verranno inviate alla Presidenza del Consiglio e al Presidente della Repubblica, unico garante delle disposizioni costituzionali. Per aderire segui questo link.

Elisa Arduini (http://www.secondoprotocollo.org/index.php)

Ragazzi, la parola chiave è una sola: VIGILARE!