“L’arte del sogno”

Casualità sincronizzate parallele. E’ quello che è capitato al sottoscritto e al carissimo amico blogger Honeyboy, quando ci siamo ritrovati a scegliere praticamente “in sincrono” lo stesso film. La scelta, tra centinaia di film possibili, è caduta per entrambi su “L’arte del sogno”, un film che curiosamente parla proprio di “Casualità sincronizzate parallele”! Quando la realtà supera l’immaginazione, è il caso di dire… Abbiamo deciso di farne una recensione gemellata  per celebrare il singolare evento e (soprattutto) per cementare una bella amicizia tra cineblogger. Buone letture!

Se potessimo “comunicare” attraverso il sogno, in presa diretta sull’inconscio, cosa racconteremmo? E come racconteremmo quel qualcosa? Con immagini? Con suoni? Con parole? O forse attraverso il nostro modo di vivere, di amare, di relazionarci con le persone? Il sogno. Deterministico parto di flussi elettrici che regolano la funzione cerebrale lungo assoni e bottoni sinaptici: certamente. Confluenza disorganica di stimoli e percezioni mutuate dalla giornata appena trascorsa: accertato scientificamente anche questo. Escamotage per resettare efficacemente le coordinate encefaliche spazio-temporali e rendere il cervello pronto ad immagazzinare i dati di altro vissuto: lo sostengono i neurofisiologi. Calderone ribollente in cui si annidano le più recondite pulsioni e i più profondi enigmi della psiche umana: lo diceva Freud. Soltanto questo? Assolutamente no. Nel sogno c’è un potenziale enorme e dirompente di materia creativa, c’è la vitalità dell’immaginazione espressa all’ennesima potenza, c’è l’assenza del limite e il superamento del codice, c’è la dolce e sfrenata anarchia di un ordine impossibile (quindi definitivamente esploso). Lo sapevano bene i surrealisti, lo sapeva Dalì, lo ha riaffermato Lynch. Ora tocca a Micheal Gondry fare la sua parte: il sogno, in sintesi, è materia rivoluzionaria. Ed il cinema stesso è l’arte del sogno.

Stephane sa benissimo come “maneggiare” i sogni, e come trarne “vita”. E’ maestro in quest’arte. La sua è una mente che somiglia ad una frenetica cabina di regia: sempre pronta a zoomare, tagliare, montare e rimontare la pellicola delle percezioni per farne “creazioni” ex-novo. Genio polimorfo, Stephane scrive romanzi (romanzi noir), compone sonate per pianoforte (romantiche), disegna illustrazioni per ricordare i grandi cataclismi della storia umana (“disastrologia”) e inventa bizzarre macchine che trasportano indietro/avanti nel tempo di un solo secondo. Stephane vive dentro di sé la più incredibile delle esperienze, e questo fin da piccolo: evidentemente per padroneggiare l’arte del sogno bisogna in qualche modo essere “speciali” sin dalla nascita. La meschina dimensione della quotidianità (grigia, monotona, triste) è quella che è anche per Stephane, e può trasformarsi persino in un incubo/prigione quando la persona che ami ti respinge, o quando ti accorgi che la vita stessa ti respinge. Buio, sconforto, lacrime: sono gli unici compagni di viaggio in simili momenti di dispersione e disorientamento. In simili asperità c’è però un’ultima, decisiva possibilità per tornare a sognare, o perlomeno per provare a farlo: accorgersi che non si è poi tanto soli, che proprio dove meno te lo aspetti puoi scoprire qualcuno “simile” a te (e che quindi la stirpe dei sognatori non si è ancora del tutto estinta dalla faccia della terra), magari proprio nella persona che ami. Ritrovare nell’altro un po’ di sé stesso può riaccendere la miccia bagnata della creatività. E quello che succede alla coppia di romantici sognatori del film, Stephane e Stephanie (a proposito, nomi stupendi). Partiranno per una meravigliosa crociera a bordo di una nave di cartone. Con un cavallo di pezza come destriero.

Gondry ricostruisce un universo onirico policromo, rutilante, simpaticamente strampalato e naif. Lo fa anche grazie ad un uso veramente originale degli effetti speciali. Ne emerge uno stile visivo particolarissimo (tra Terry Gilliam e Tim Burton), patchwork morbido e colorato di suggestioni e dissonanze. Film dolce e divertente, stralunato ed eclettico. “L’arte del sogno” ci ricorda (mi ricorda) una verità fondamentale: sognare è come respirare, un bisogno fisiologico. Quando non sogniamo rischiamo di mandare il cervello in ipossia, limitandoci a vivere in apnea.

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20 risposte a ““L’arte del sogno”

  1. Bella analisi. Peccato però che Gondry pecchi, in certi punti del film, in una sorta di “didascalismo surrealista” che è pratica ossimorica e malsana.

  2. Molto bella questa recensione. Mi hai fatto venir voglia di vederlo.

    Sempre a proposito di sogni: sai che Fellini disegnava tutti i giorni i suoi sogni? C’è una mostra in questo periodo…

  3. Come ho detto anche ad Honeyboy questo film lo persi, ma ho deciso di noleggiarlo il prima possibile. Ti farò sapere la mia opinione. Grazie. A presto.

  4. @Conte: Concordo… qualche “stecca” Gondry la prende, la prende eccome… diciamo che sicuramente l’idea di base è vincente, ma poteva essere elaborata meglio in fase di sceneggiatura (probabilmente). E pure la regia non è scevra da qualche “eccesso”. Il mio umilissimo voto sarebbe per tutte queste ragioni tra 7e1/2 e 8. A presto, Conte.. sempre un piacere vederla da queste parti

  5. “patchwork morbido e colorato di suggestioni” Verissimo! Io amo questo film come ho già scritto a honeyboy. Bella recensione!

  6. @Lilith1984: Sul discorso “sogno” l’arte si è giustamente e doverosamente sbizzarrita… Fellini…immenso: i suoi schizzi li ho visti, se non sbaglio, tempo fa in TV…vederli raccolti in una mostra sarebbe molto bello: chissà se mi sarà possibile… ciao, e grazie per la visita!

    @Cinemasema: Vedilo, vedilo… poi torna a dirci che te ne pare. A presto!

  7. @Edo: Grazie anche a te per i complimenti! gentilissimo. Nonostante tutto (tieni conto che Gondry è stato caricato forse eccessivamente con paragoni con Lynch o addirittura Bunuel) è un film che prende e che emoziona tanto. Un salutone, e fatti vedere più spesso!

  8. Non l’avevo visto..
    ma se due dei miei + cari cine-bloggers gli dedicano una rece gemellata urge una visione!!!
    Ciao Pick!

  9. @Simone: Troppe coincidenze! he he… un saluto, a presto

    @Trinity: Beh, direi! se non te lo vedi dopo questa doppia recensione, giuro ci rimaniamo male… 😀

  10. Ad una prima visione (al cinema) il film mi è piaciuto ed è perfettamente inerente alla tua recensione. Ma come dico sempre, i film bisogna vederli almeno due volte, quindi appena possibile lo noleggerò e darò un voto!

  11. @Meryem: Non per tutti i film vale il discorso della doppia visione, secondo me… certi film è già eccessivo vederli una volta :-DD Ovviamente non è questo il caso…ciao! e grazie per la visita

  12. E’ diventato uno dei miei film preferiti subito dopo che sono uscito dalla sala la prima volta che l’ho visto. Per certi versi lo preferisco anche a “The Eternal Sunshine Of The Spotless Mind” che però conserva un frammatismo e una genialità discorsiva superiore. E’ vero anche che Gondry spesso si incatena in questi giochi dada-surrealisti che rischiano di diventare dispersivi e che potevano essere decisamente più controllati. Fatto sta che si tratta di un capolavoro.

  13. @Artedelsogno: E’ stato il primo (e per ora ancora unico) film di Gondry che ho visto, e l’impatto è stato più che buono! cercherò di reperire qualche altro suo titolo.

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