Balafon Film Festival/1

Si è svolta questa settimana a Bari la XVI edizione del "Balafon Film Festival – Festival di arte e cultura africana e della diaspora nera", preziosa manifestazione che ogni anno nel capoluogo pugliese tenta di costruire un dialogo di fratellanza tra i popoli del "sud del mondo" attraverso il mezzo cinematografico. Il sottoscritto ed il grande Okram , insostituibile collaboratore con il suo antropological look , hanno seguito gran parte della rassegna per voi. Attraverso una ricca selezione di titoli, abbiamo avuto la possibilità di gettare uno sguardo su una cinematografia completamente "vergine" dalle nostre parti come quella africana. Una cinematografia ancora lontana anni luce dai riflettori dei festival e dalle pagine dei dizionari del cinema.  Si tratta per gran parte di film girati in totale economia di mezzi (e sarebbe difficile aspettarsi il contrario in paesi dove si continua a morire di fame e di sete), eppure nella loro semplicità capaci di comunicare molto e di mettere in luce tanti aspetti straordinariamente interessanti della cultura e della storia africana. A seguire (in questo post ed in altri due post che verranno) troverete delle brevi recensioni dei film visti. Le recensioni riporteranno la firma dell”autore e saranno corredate da una doppia valutazione in termini numerici (la mia, un po’ più sbilanciata sulla valutazione tecnico-cinematografica, e quella di Okram, più attenta a valutare i contenuti storico-sociali ed antropologici di ogni film). Buona lettura…

balafon

AFRICA PARADIS

di Sylvestre Amoussou (Benin, 2007)

 

Rovescio, inversione, proiezione esterna, penetrante sarcasmo: sono questi i temi trattati dal regista beninese Sylvestre Amoussou, emigrato 20 anni fa in Francia, in questo suo primo lungometraggio (prima aveva intrapreso la carriera di attore e successivamente quella di regista di corti), dove immagina che nel 2033 gli Stati Uniti d’Africa siano i nuovi padroni del mondo e si trovino a dover affrontare un’immigrazione irrefrenabile dai paesi poveri di un’Europa al collasso. È un’idea non del tutto nuova visto che già nel 1995 il regista di origini nipponiche Desmond Nakano scrive e dirige un film con una simile inversione in chiave sarcastica: “White Man’s Burden” (“Il rovescio della medaglia”, nella versione italiana), nel quale descrive una città immaginaria degli USA dove comandano i neri (ricchi e proprietari dei mezzi di produzione), mentre spacciatori, prostitute e barboni sono bianchi relegati nel ghetto. Inoltre nel 2006 è uscito in Francia “Aux Etats-Unis d’Afrique” (in traduzione italiana, “Gli Stati Uniti d’Africa”), dello scrittore gibutiano Waberi Abdourahman A., che inventa una geografia del dominio in cui Nord e Sud si sono scambiati di posto. Ma secondo quanto ha dichiarato lo stesso Sylvestre Amoussou, l’idea del suo film sarebbe nata indipendentemente dal libro di Waberi di cui originariamente ignorava l’esistenza. Occorre comunque precisare che, nonostante lo straniamento in cui si ritrova lo spettatore bianco, “Africa Paradis” è un film profondamente anti-razzista che grazie alla sua distorsione fa riflettere sia i “neri” che i “bianchi”. I “neri” sono invitati ad una maggiore unione (sia sul piano politico che su quello etnico), mentre i “bianchi” vedono proiettati in chiave speculare tutti i loro difetti nella gestione razzista e xenofoba degli extra-comunitari. Film estremamente didattico sul piano dei messaggi che veicola ma carente e “televisivo” nella realizzazione stilistica (a parziale giustifica di ciò c’è da ricordare che il regista è stato fortemente ostacolato nella realizzazione della sua commedia fantapolitica e ha potuto disporre solo di un budget limitato). Consigliato agli eurocentristi xenofobi, e non solo. [Okram]

Voto di Okram: 8 ½

Voto di Pickpocket: : 7 ½

 

BILLO, IL GRAND DAKHAAR

di Laura Muscardin (Italia-Senegal, 2006)

 

Una storia d’immigrazione (clandestina) africana come tante che ci scorrono sotto gli occhi in Italia senza nemmeno accorgercene. E invece in questo film (s)drammatizzato della regista romana Laura Muscardin ci viene descritta la storia di Billo alias Thierno Thiam (che tra l’altro interpreta sé stesso nel film), un aspirante sarto senegalese che sogna di recarsi nel Paese di “santi e navigatori”, perché lì, dice, “c’è la moda”. Giunto a Roma le cose non sono facili (finisce in galera per un errore di omonimia, ha difficoltà a trovare lavoro, subisce “abusi” sessuali), ma nonostante tutto, si integra con la comunità senegalese e quella italiana, si innamora (e ha un figlio) con Laura, una ragazza bianca e inizia a disegnare tute sportive. Intanto in Senegal la madre di Billo, con i soldi che lui è riuscito ad inviarle, ha organizzato il matrimonio con Fatou, la cugina appartenente ad una casta superiore, suo primo amore. Si sposerà e avrà anche da lei un figlio. La storia si chiude con un altro matrimonio, questa volta non islamico e tradizionale (come quello senegalese) ma tradizionalissimo e cattolico tra Billo e Laura in Italia che tuttavia lascia il protagonista in bilico tra due donne (e due figli) ugualmente amate. Come sostiene giustamente Antonella Barone (della redazione di “CinemAvvenire”): «A un viaggio che contempla spostamenti geografici, come quello compiuto da Thierno dal Senegal all’Italia, ne corrisponde un altro che percorre incessantemente il filo dei ricordi: l’infanzia e la giovinezza in Africa, le aspirazioni, i primi amori, il rapporto con la madre, la decisione di venire in Italia per inseguire il sogno della moda. Accanto a questi accorgimenti narrativi – che poi a dire il vero riservano anche qualche ingenuità e caduta di stile nel tentativo di fare qualche ammiccatina di troppo al pubblico – risiedono senz’altro anche delle buone idee di regia, che riescono quasi del tutto a sopperire con l’inventiva alla scarsità di mezzi». Ambientato a Roma e in Senegal, “Billo” è la prima co-produzione mai realizzata fra il nostro paese e la nazione africana (tra i coproduttori c’è anche e soprattutto Youssou N’Dour, famoso musicista senegalese, che ha curato anche la colonna sonora del film). [Okram]

Voto di Okram: 6

Voto di Pickpocket: 5,5

 

MENGED

di Daniel Taye Workou (Etiopia, 2006)

 

Semplice ma profondamente intenso cortometraggio del regista tedesco ma di genitori etiopi, Daniel Taye Workou che ispirandosi ad un racconto tradizionale etiope riesce a fare un quadro tagliente della situazione in cui versa oggi l’Etiopia. Sulla lunga strada che li separa dal villaggio al mercato, un padre e un figlio con il loro asino seguono tutti i buoni consigli della gente che incontrano, anche quelli senza senso, per poi realizzare che sarebbe stato molto meglio fare di testa loro. Un racconto quasi identico a questo si trova nella saga araba di Giuha (oltre che in quella derivata siciliana di Giufà), un personaggio assolutamente privo di ogni malizia e furberia, credulone, facile preda di malandrini e truffatori di ogni genere. Perché “Menged” sarebbe una metafora dell’Etiopia di oggi? Perché con questa “finzione” sarcastica il regista, a mio avviso, vorrebbe invogliare gli etiopi (e per estensione tutti gli africani) a cominciare a pensare con la propria testa, a non dover subire passivamente i consigli degli altri (in particolare degli occidentali: vedi la scena surreale e fortemente simbolica in cui alcune signore italiane, facenti parte di un’organizzazione umanitaria, pur di non vedere soffrire l’asino, consigliano al povero e ingenuo padre di famiglia etiope di trasportare sulle spalle il riluttante equino!) che, oltre a non aiutarli concretamente, spesso li portano a non migliorare in profondità e stabilmente la loro situazione di cronica subalternità (politica ed economica). [Okram]

Voto di Okram: 9

Voto di Pickpocket: 8+

80s Juke Box

"Steam" (Peter Gabriel)

You know your culture from your trash
You know your plastic from your cash
When I lose sight of the track
You know the way back
But I know you

You know your stripper from your paint
You know your sinner from your saint
Whenever heaven’s doors are shut
You kick them open
but
I know you

You know your green from your red
You know the quick from the dead
So much better than the rest
You think you’ve been blessed
But I know you

You know your ladder from your snake
You know the throttle from the brake
You know your straight line from a curve
You’ve got a lot of nerve
But I know you

P.S. Notizie di quest’uomo? l’ho un po’ perso di vista ultimamente…che si sia smarrito sul palco in uno dei suoi mega-concerti?…bei tempi quando ci regalava piccoli gioielli come questo video…

“Tokio Ga”

Con questo post inizia ufficialmente la collaborazione del sottoscritto con il blog cinevisioni, in tandem con la mitica signorina Trinity alla quale mando un saluto ed un grosso in bocca al lupo per le sue mille e mille attività!…alcune delle mie rece le potrete trovare d’ora in poi anche su quella piattaforma….buona lettura!

 

 

Il cinema di Wim Wenders, regista viaggiante come pochi altri, fonda la sua essenza sulla continua esplorazione di nuovi spazi visivi, luoghi (dell’anima, prima ancora che del corpo), orizzonti. Il viaggio, inteso come spostamento dello sguardo lungo l’asse dello spazio-tempo e come inevitabile cammino di (ri)appropriazione identitaria, è la cifra fondante di tutto il suo cinema. Lungo l’itinerario del suo ricco percorso filmico si alternano luoghi aperti, “vuoti”, selvaggi (il deserto in primis) e luoghi chiusi, circoscritti, “pieni”, civilizzati (la città, o meglio le tante città via via attraversate dalla sua macchina da presa). Deserto e città si confondono fino a divenire concetti intrinsecamente fusi in un un’unica dimensione dello spirito: la città, con il suo pullulare sordo e indefinito di solitudini, non è forse il più alienante dei deserti “dell’anima”?

 

“Tokio Ga”, immagine di Tokio, è il reportage intimo e personale di Wim Wenders nella città di Yasujiro Ozu, patriarca del cinema nipponico e nume tutelare nel personale pantheon di divinità cinefile del regista tedesco (insieme ad altri “miti in forma di uomini” come Ray, Fuller, Lang). Ozu, nel corso di una carriera durata quasi quarant’anni con 53 film girati e attraverso il suo rigorosissimo shomingeki ovvero cinema ispirato direttamente dalla vita quotidiana, è stato testimone del disfacimento progressivo del sistema di valori su cui si fondava l’antica società giapponese. Dopo l’enorme “trauma collettivo” della sconfitta nella seconda guerra mondiale, il Giappone è sembrato cadere vittima di una sorta di amnesia retrograda coatta, che ha condotto alla rimozione violenta della dimensione stessa del “ricordo” e alla disastrosa cancellazione di ogni elemento identitario (la stessa drammatica sorte è toccata al popolo tedesco dopo la tragedia del Terzo Reich del resto, e Wenders è figlio di questa pagina di storia). Il Giappone è diventato via via un paese “senza passato” e come tale per forza di cose incapace di opporre una valida resistenza a modelli di sviluppo eterologhi (come quello Americano), fortemente antitetici rispetto alla cultura originaria del suo popolo. Quello che era un paese fondato sull’importanza dei vincoli familiari (così centrali nella filmografia di Ozu) è oggi il paese dell’individualismo sfrenato, delle famiglie triturate in omaggio alla logica della produttività selvaggia, delle infelicità atomizzate, delle solitudini disperate davanti a centinaia di televisori accesi. Quella società che sapeva coltivare ed amare rispettosamente il proprio passato, i propri “vecchi” e la propria cultura, pare oggi definitivamente e dolorosamente sparita, insieme al suo cantore di un tempo, Yasujiro Ozu. Dentro la splendida doku-fiction di “Tokio Ga” (non certo un “pellegrinaggio sui” luoghi di Ozu , forse un “pellegrinare lungo” i luoghi di Ozu) si succedono immagini di una metropoli smarrita, aberrata, distante. Nelle sale di Pachinko (una specie di flipper-slot machine) decine di persone trascorrono serate intere ipnotizzate dal movimento di tintinnanti palline argentate. Negli stadi si “gioca a golf” alla maniera giapponese: persino il golf, privato del suo scopo originario di centrare la buca con la pallina, è assimilato ad un mero esercizio motorio individuale. Nelle vetrine dei ristoranti fanno bella mostra di sé piatti appetitosi e colorati, ma fatti di cera: puro involucro, apparenze vuote, idoli di cartapesta, illusioni non commestibili. In tale panorama desolante e “sradicato”, l’unica eccezione alla massificazione e alla coazione del non-ricordo (del passato di una nazione, del cinema di quella nazione) può ritrovarsi nelle persone ancora desiderose di camminare a ritroso nel viottolo stretto della memoria. Wenders in molti momenti si fa quindi da parte e lascia che si torni a parlare una lingua declinata al passato. Si susseguono il primo attore di Ozu (quel Chishu Ryu che ha recitato in tanti suoi splendidi film e che nel Giappone del 1984 è tristemente riconosciuto per strada solo perché è comparso in una mediocre fiction televisiva la sera prima), il suo fedelissimo direttore della fotografia (Yuharu Atsuta), persino la sua macchina da presa e la sua storica lente da 50mm (anche questi oggetti inanimati hanno qualcosa da raccontare). Immagini di Tokio, immagini di Ozu (all’inizio e alla fine di “Tokio Ga”), immagini sotterrate dal tempo e per un attimo disseppellite. Uno splendido attimo di cinema: visione fugace, come un treno che passa veloce su un binario e scompare nell’orizzonte crudele della storia.

Vintage Juke Box

"Alle prese con una verde Milonga" (Paolo Conte)

Alle prese con una verde milonga
il musicista si diverte e si estenua…
E mi avrai verde milonga che sei stata scritta per me
per la mia sensibilità per le mie scarpe lucidate
per il mio tempo, per il mio gusto
per tutta la mia stanchezza e la mia mia guittezza.
Mi avrai verde milonga inquieta che mi strappi un sorriso
di tregua ad ogni accordo mentre mentre fai dannare le mie dita… 

Io sono qui, sono venuto a suonare, sono venuto ad amare
e di nascosto a danzare… 

E ammesso che la milonga fosse una canzone,
ebbene io, io l’ho svegliata e l’ho guidata a un ritmo più… lento
così la milonga rivelava di se molto più,
molto più di quanto apparisse la sua origine d’Africa,
la sua eleganza di zebra, il suo essere di frontiera,
una verde frontiera …
una verde frontiera tra il suonare e l’amare,
verde spettacolo in corsa da inseguire…
da inseguire sempre, da inseguire ancora,
fino ai laghi bianchi del silenzio.

Finchè Athaualpa o qualche altro Dio non ti dica "descansate niño,
che continuo io…"

Io sono qui, sono venuto a suonare, sono venuto a danzare,
e di nascosto ad amare …

“Il nascondiglio”

1957. Davenport, Iowa. Durante una tormenta di neve, l’oscura e inquietante magione soprannominata "Snakes Hall", sede di un gerotrofio gestito da una tremebonda madre superiora, è teatro di un barbaro triplice omicidio. Due le principali indiziate, due novizie con qualche segreto di troppo da custodire. La Hall, agghindata con serpenti in pietra ed altri lugubri gargoyles vagamente fallici, era stata in origine abitazione di un eccentrico impresario farmaceutico, il quale era riuscito ad estrarre una sostanza analgesica proprio dai succitati rettili. Per favorire la crescita e la riproduzione del serpentame, il farmaceutico aveva persino apportato delle sostanziali modifiche alla struttura della casa. Modifiche che si riveleranno importantissime per i successivi sviluppi della vicenda.

2002. Una donna di origini italiane (Laura Morante), appena dimessa dalla clinica psichiatrica dove era ricoverata in seguito ad un brutto esaurimento nervoso, decide di rifarsi una vita avviando dal nulla un ristorante italiano negli states. Come posto dove aprire l’attività,  la donna, probabilmente ancora obnubilata da dosi equine di neurolettici, sceglie proprio la "Snakes Hall", isolatissimo palazzotto ormai pieno di ragnatele ed in stato di abbandono. Stabilitasi nella casa la donna comincia ad avvertire strane presenze, che si manifestano in piena notte con voci querule ed infantili di cui non si individua bene la provenienza…Non si tratta di allucinazioni.

Ritorno del buon vecchio Pupi Avati alle atmosfere gotiche che hanno contraddistinto l’inizio della sua carriera, poi annacquatasi tra melensaggini assortite e quadretti calligrafici. E’ un ritorno che fa sicuramente felici i nostalgici del cinema italiano che fu, ma che personalmente non ho trovato esaltante. Il film ha i suoi (forse unici) momenti di forza nel prologo di apertura e nell’ultima sequenza, ottimamente girata e fotografata. Nel mezzo una storia abbastanza scialba e prevedibile (quando non francamente assurda), personaggi caratterizzati a colpi d’ascia, ritmo quasi del tutto assente (sul mio vicino di poltrona, che non nomino per britannico rispetto della privacy altrui, ha avuto effetti ipnagogici peggio della Valeriana). Salvano il film dalla insufficienza tre cose: l’atmosfera di fondo, dal sapore retrò (al fascino della quale chi scrive non è mai immune), gli striduli violini di Riz Ortolani (abbinati con effetto di straniante controcanto alle note dolciastre di Magic moments) e la perizia tecnica con cui la pellicola è girata. Stranissime invece le scelte di doppiaggio: la Morante per esempio parla per tutto il film come se avesse una biglia in bocca (perchè mai?), e il tecnico dei telefoni ha una simpatica inflessione da borgataro. Divertenti bizzarrie. In conclusione: deboluccio…ma comunque di gran lunga superiore a gran parte del cinema tricolore in questo momento nelle sale. Non è che poi ci voglia molto in effetti…

Voto personale: 6+

Sentieri del cinema XVI

manifesto XVI edizione

Avviso ai naviganti della Terra di Bari: dal 23 Novembre al 11 Dicembre  a Bari presso il Kursaal Santalucia, per la XVI edizione di Sentieri nel Cinema,  "Route Seventies" una ricca e variegata rassegna sul cinema degli anni ’70. Tante le cose interessanti…sul sito ufficiale della manifestazione potete leggere il programma nella sua interezza. Se bazzicate il capoluogo non perdete l’occasione più unica che rara di vedere film come "Amarcord", "Arancia meccanica" o "Reazione a catena" sul grande schermo…

“Paris, Texas”

Paris, Texas: un non-luogo, l’errore di qualche cartografo distratto. In apparenza. Road movie dell’anima, smarrito vagare di sguardi e ricordi, cieli tersi e terreni polverosi, persone come macchine che hanno “forato” lungo il percorso della loro esistenza, brandelli di umanità dispersa in the middle of nowhere. La polvere qui nel cuore del deserto del Mojave è venuta ed è intenzionata a restarci, tu invece puoi stare o andartene, fa lo stesso (questo recita un eloquente cartello appeso ad una trave nel bar all’inizio del film). Travis è uno intenzionato a restarci. Travis (un Harry Dean Stanton mostruosamente grande) è un uomo che ad un certo punto del suo “viaggio” si è improvvisamente scoperto inadatto al ruolo che la vita gli stava confezionando addosso di marito e di padre. La percezione di un fallimento esistenziale lo ha spinto ad intraprendere la più dolorosa delle fughe. Desiderio di deserto, desiderio di “nulla”, soltanto silenzio. Una fuga a rebour, un rifiuto totale del presente, una volontaria separazione dalla realtà che prelude al desiderio di ristabilire una connessione profonda con il passato. Il passato è una vecchia fotografia di un pezzo di terra (il “suo” pezzo di terra, quello dove probabilmente i suoi genitori lo hanno concepito e quello che lui ha comprato per corrispondenza all’inizio del suo matrimonio) a Paris, Texas, USA. Scavare nella sabbia scura e limacciosa della memoria. Ripescare uno ad uno i frammenti scheggiati che compongono il quadro del nostro “essere stati” (un quadro sempre e comunque importante, perché senza quell’essere stati oggi non saremmo qui). Portare alla luce seppur con lancinante sofferenza i nodi irrisolti, gli errori commessi ed i traumi subiti, che pesano come macigni sul nostro “essere ora”. Ricomporre il nastro interrotto del vissuto per poter “essere domani” (nella estensione-proiezione di un rapporto padre-figlio). Non ci può essere futuro senza passato, non si può avere una meta senza sapere da dove è cominciato il viaggio, non è possibile scrivere una storia che abbia un bel finale senza averne scritto un inizio (e non importa se sia bello e brutto, l’importante è che sia ben presente e chiaro a noi stessi). Travis dall’incontro col figlio ritrovato e dal ricordo dei genitori trae la forza per riallacciare i rapporti con sua moglie (la bellissima Nastassja Kinski). Il suo scopo è la ricomposizione di una frantumata unità familiare. Da questa unità, una volta raggiunta, egli si chiamerà fuori. Travis è un rabdomante nel deserto, un assetato cercatore d’acqua (sollievo, conforto, verità), un Ulisse impegnato nella sua Odissea esistenziale, e come tale destinato alla solitudine. La sua dimensione è il cammino. Un silenzioso cammino.

Uno dei film più sentiti, appassionati, vibranti di Wenders, vincitore con pieno merito della Palma d’Oro a Cannes nel 1984. L’ampollosità letteraria ed il cerebralismo tipici del regista qui sono intelligentemente messi da parte, ed il film si snoda senza intoppi lungo una narrazione piana, delicata, solenne, fino al memorabile finale. I luogi in cui la pellicola è stata girata sembrano aver avuto una fortissima influenza sulla positiva riuscita del film stesso. Per la prima volta con “Paris, Texas”, Wenders non realizzò storyboard prima di girare, proprio per cercare di realizzare riprese che fossero il più possibile plasmate direttamente sui luoghi e che fossero il meno possibile costruite in base alla memoria cinematografica dei luoghi stessi (parliamo della Monument Valley). Visivamente il film è un succedersi di grandi (talora grandissime) inquadrature splendidamente illuminate e girate con un grandissimo “senso dello spazio”. La sceneggiatura del film è ispirata al romanzo “Motel Chronicles”, di Sam Shepard (il quale ebbe un ruolo essenziale anche nella stesura dello script: è interamente suo per esempio il grandioso doppio monologo finale allo specchio nel peep-show). Monumentale commento musicale della chitarra acustica di Ry Cooder: ora lama che lacera, ora mano che accarezza, ora pennello che disegna malinconia in uno stellato cielo messicano di frontiera.

“Casino Royale”

Una ipotetica antologia cinematografica delle bizzarrie del grande schermo non potrebbe dirsi completa senza menzionare il più folle, sgangherato, stravagante capitolo (rigorosamente non ufficiale) della saga dell’agente 007 più famoso del mondo: il mitico "Casino Royale" del 1967. Sconvolto per aver mandato a morire in una missione di spionaggio l’amore della sua vita, Mata Hari, l’agente James Bond (il sempre immenso David Niven) si è ritirato a vita privata in una lussuosa magione nella campagna inglese. Viene bruscamente richiamato al servizio segreto di sua maestà quando una assurda società di spionaggio tutta al femminile tenta di perturbare l’ordine mondiale. Il tutto si dipana tra un inseguimento in Bentley, una partita a baccarà e alcuni scatenati siperietti slapstick. Per darvi l’idea: la sceneggiatura di questo film è talmente assurda che potrebbe essere stata concepita da Mel Brooks sotto l’effetto di un cocktail di superalcolici, gas esilarante ed acido lisergico. Cast a dir poco sconvolgente, perfettamemte in linea con il clima da fumettone psichedelico che si respira dall’inizio alla fine. Sentite un po’: oltre al già citato Niven, fanno la loro comparsa in questo glorioso e coloratissimo divertissement Peter Sellers, Ursula Andress, Woody Allen, Orson Welles, Deborah Kerr, William Holden, Charles Boyer, John Huston, Jean Paul Belmondo, Barbara Bouchet, Peter O’Toole e chi più ne ha più ne metta…Questo giocattolone in forma di pellicola sembra uno sconclusionato (ma divertentissimo) incrocio kitsch tra "La pantera rosa", "Ciao Pussycat" e "Licenza di uccidere" con qualche spruzzata di comicità alleniana sul finale e un momento wellesiano alla "F for Fake". Scritto a più mani in conseguenza di una violenta bagarre tra produttori per accaparrarsi i diritti dei romanzi di Fleming e clamorosamente diretto a più mani (addirittura a 6 mani, visto che il film fu concepito come un bislacco esperimento di film "a staffetta"), tra cui quella divertita e sorniona del vecchio John Huston. La copia che mi è capitato di vedere (che dura poco più di due ore) mi è parsa peraltro mutilata in più parti, tanto per accentuare la sensazione di storia appiccicata con la colla vinavil. Insomma un pastiche mirabolante e scombiccherato, con un finale alla "Hollywood Party" che è l’apoteosi del delirio: nel casinò del titolo, tra una roulette volante e una bolla di sapone, sopraggiungono una masnada di cowboy ed un drappello di soldati della Legione d’Onore. Raffinata colonna sonora composta da Burt Bacharach: il tema principale del film è la bellissima "The Look of Love", recentemente riproposta al piano da Diana Krall. Memorabile il confronto al tavolo verde tra Peter Sellers e un mefistofelico Orson Welles in abito chiaro. Cose così non possono passare inosservate…da riscoprire.

Un tributo al Maestro….

Domanda: Cosa desidera per il futuro?
Mario Bava: Desidero una bara colma di sangue nella quale io possa riposare in pace, potendo però uscirne la notte addentando i film che ho fatto.
Domanda: Come spiega che gli americani abbiano apprezzato i suoi film molto più di noi?
Mario Bava: Perchè sono più fessi di noi!

P.S. Post commemorativo dello storico evento, mister Tranello…aprire le danze cinefile nel Circolo Vizioso con "Reazione a catena" è stato grandioso. Soltanto la prima di una lunga, lunghissima serie di viziose visioni, mi auguro…con un inizio così…anzi, mi correggo, con un finale così… [watch-out: SPOILER nel video qui sotto]