“Paris, Texas”

Paris, Texas: un non-luogo, l’errore di qualche cartografo distratto. In apparenza. Road movie dell’anima, smarrito vagare di sguardi e ricordi, cieli tersi e terreni polverosi, persone come macchine che hanno “forato” lungo il percorso della loro esistenza, brandelli di umanità dispersa in the middle of nowhere. La polvere qui nel cuore del deserto del Mojave è venuta ed è intenzionata a restarci, tu invece puoi stare o andartene, fa lo stesso (questo recita un eloquente cartello appeso ad una trave nel bar all’inizio del film). Travis è uno intenzionato a restarci. Travis (un Harry Dean Stanton mostruosamente grande) è un uomo che ad un certo punto del suo “viaggio” si è improvvisamente scoperto inadatto al ruolo che la vita gli stava confezionando addosso di marito e di padre. La percezione di un fallimento esistenziale lo ha spinto ad intraprendere la più dolorosa delle fughe. Desiderio di deserto, desiderio di “nulla”, soltanto silenzio. Una fuga a rebour, un rifiuto totale del presente, una volontaria separazione dalla realtà che prelude al desiderio di ristabilire una connessione profonda con il passato. Il passato è una vecchia fotografia di un pezzo di terra (il “suo” pezzo di terra, quello dove probabilmente i suoi genitori lo hanno concepito e quello che lui ha comprato per corrispondenza all’inizio del suo matrimonio) a Paris, Texas, USA. Scavare nella sabbia scura e limacciosa della memoria. Ripescare uno ad uno i frammenti scheggiati che compongono il quadro del nostro “essere stati” (un quadro sempre e comunque importante, perché senza quell’essere stati oggi non saremmo qui). Portare alla luce seppur con lancinante sofferenza i nodi irrisolti, gli errori commessi ed i traumi subiti, che pesano come macigni sul nostro “essere ora”. Ricomporre il nastro interrotto del vissuto per poter “essere domani” (nella estensione-proiezione di un rapporto padre-figlio). Non ci può essere futuro senza passato, non si può avere una meta senza sapere da dove è cominciato il viaggio, non è possibile scrivere una storia che abbia un bel finale senza averne scritto un inizio (e non importa se sia bello e brutto, l’importante è che sia ben presente e chiaro a noi stessi). Travis dall’incontro col figlio ritrovato e dal ricordo dei genitori trae la forza per riallacciare i rapporti con sua moglie (la bellissima Nastassja Kinski). Il suo scopo è la ricomposizione di una frantumata unità familiare. Da questa unità, una volta raggiunta, egli si chiamerà fuori. Travis è un rabdomante nel deserto, un assetato cercatore d’acqua (sollievo, conforto, verità), un Ulisse impegnato nella sua Odissea esistenziale, e come tale destinato alla solitudine. La sua dimensione è il cammino. Un silenzioso cammino.

Uno dei film più sentiti, appassionati, vibranti di Wenders, vincitore con pieno merito della Palma d’Oro a Cannes nel 1984. L’ampollosità letteraria ed il cerebralismo tipici del regista qui sono intelligentemente messi da parte, ed il film si snoda senza intoppi lungo una narrazione piana, delicata, solenne, fino al memorabile finale. I luogi in cui la pellicola è stata girata sembrano aver avuto una fortissima influenza sulla positiva riuscita del film stesso. Per la prima volta con “Paris, Texas”, Wenders non realizzò storyboard prima di girare, proprio per cercare di realizzare riprese che fossero il più possibile plasmate direttamente sui luoghi e che fossero il meno possibile costruite in base alla memoria cinematografica dei luoghi stessi (parliamo della Monument Valley). Visivamente il film è un succedersi di grandi (talora grandissime) inquadrature splendidamente illuminate e girate con un grandissimo “senso dello spazio”. La sceneggiatura del film è ispirata al romanzo “Motel Chronicles”, di Sam Shepard (il quale ebbe un ruolo essenziale anche nella stesura dello script: è interamente suo per esempio il grandioso doppio monologo finale allo specchio nel peep-show). Monumentale commento musicale della chitarra acustica di Ry Cooder: ora lama che lacera, ora mano che accarezza, ora pennello che disegna malinconia in uno stellato cielo messicano di frontiera.

14 risposte a ““Paris, Texas”

  1. Semplicemente: un grandissimo film…. come sottolinei: un finale memorabile. Sicuramente uno dei migliori film di Wenders…
    Harry Dean Stanton e Nastassja Kinski strepitosi…
    Ciao

    Chimy

  2. Quando penso a Wenders penso a “Paris,Texas”, perchè è il suo primo film che ho visto (possiedo un VHS uscito anni fa con un quotidiano o con L’Espresso? non ricordo) Il secondo è stato “Il cielo sopra Berlino”. Da allora perdono molto a Wenders, perché chi gira film del genere può anche permettersi alcune debolezze. Ciao.

    P.S. Recensione da incorniciare.

  3. Purtroppo qui non ti seguo: stranamente concordo con Kezich quando scrisse che “Paris, Texas” è la versione da cinema d’essai di “Love Story”. Ma è un problema mio, di sicuro, questa idiosincrasia verso Wenders…

  4. stupenda recensione, veramente molto bella, complimenti!
    ovviamente avrò modo di approfondire wenders proprio in questi giorni 🙂

  5. Di Wenders per ora ho visto solo Il cielo dopra Berlino (capolavoro assoluto), ma dopo questa tua recensione voglio assolutamente guardare questo film!

  6. @Chimy: Tra tutti i film di Wenders che ho visto, se la gioca con “L’amico americano” ed il molto più particolare ma splendido “Nick’s movie”…forse però “Paris, Texas” ha qualcosa in più in termini di “cuore”, che gli altri film non hanno…ciao, alla prossima!

    @Cinemasema: Che bello…anch’io sono affezionato alle vecchie VHS. Di molte ricordo la loro storia, dove le ho comprate, quando le ho comprate…Ti dirò: “Il cielo sopra Berlino” non mi ha mai entusiasmato tanto…troppo letterario, troppo cerebrale…mi è sempre sembrato un film pretenzioso. Spesso poi, come lui stesso ha dichiarato, Wenders si è limitato a girare film francamente ripetitivi (lui ha ammesso di aver girato nel corso della carriera tante volte “lo stesso film”, ma questo è un discorso che sarebbe valido per molti cineasti)… “Paris, Texas” è da salvare assolutamente. A presto e grazie davvero per i complimenti alla rece

  7. @Honeyboy: Guarda…questo film mi sento di raccomandartelo con una “annotazione speciale”…secondo me è proprio nelle tue corde. Non te lo far sfuggire, assolutamente. Quando lo vedi ne riparliamo 😉

    @Delirio: Ti ringrazio…e a me fa sempre piacere vederti da queste parti! Anche tu, non te lo perdere per nessuna ragione al mondo…

  8. @Conte: Si???Posso comprendere i motivi di questa avversione…devo dire…da te recentemente si parlava di rivalutazioni/revisioni. Ecco, in questo caso alla seconda visione il mio giudizio si è profondamente modificato in positivo (e non mi capita poi così spesso)…un caro saluto cinefilo

  9. @Ale55andra: Guardalo e sono certo che non te ne pentirai…secondo me (ma è solo il mio modestissimo parere) è di parecchio superiore al “Cielo sopra Berlino”…un caro saluto 😉

  10. Il cielo sopra Berlino tutti lo esaltano ma a me non è sembrato un gran che.
    Io ho amato l’imperfezione delirante di The Million Dollar Hotel. Ho ancora Tom-Tom alla finestra impresso a fuoco nelle due sinapsi che mi sono rimaste.

  11. @Delirio: Davvero ti è piaciuto “The Million Dollar Hotel”? mmm…non ne conservo un gran ricordo, diciamo così…ma l’ho visto parecchie sinapsi bruciate fa…che sia il caso di rivederlo? un salutone 😉

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