“Ostia”

Una specie di cadavere lunghissimo sul lungomare di Ostia. Giace lì, come un monito, come una profezia, l’ "Ostia" sanguinante e terribile di Sergio Citti. Citti: regista dimenticato, cineasta “ai margini” come pochi. Come i personaggi delle sue storie: ragazzi di vita fuori dalla vita, inconsapevoli attori di quel serraglio crudele che può essere l’esistenza, maschere lacrimanti tragedia. Cani randagi, vittime di un meccanismo perverso che fagocita e partorisce scorie, reietti figli di un’umanità urlante e disperata, bestie pronte a leccare quell’ultima goccia di vita/vino caduta sul tavolo sporco della loro non-esistenza. Fango, lamiere, scarti. Nel sangue versato l’origine e la fine del loro dramma.

 

Rabbino e Bandiera, protagonisti della ballata lugubre e allucinata che è “Ostia”, fratelli di sangue uniti dal legame di una dimensione affettiva viscerale ed arcaica, vivono la loro squallida vita “di periferia” come due turisti dell’esistenza. La consapevolezza è stata barbaramente strappata loro dagli artigli di un’infanzia aberrata. Il padre, anarchico e alcolizzato, dopo aver trucidato l’innocenza dei suoi figli (in forma non a caso di “agnello”), ha avuto la sua punizione per mano dei figli stessi: ancora bambini, in una quieta sera d’estate, i figli si sono macchiati di un parricidio doloroso quanto necessario. La madre, cattolica fervente, dopo essere stata violentata dal padre è sprofondata nel baratro della malattia mentale: rinchiusa in manicomio, è diventata soltanto un altro triste motivo di vergogna per i due fratelli. Randagi figli di nessuno quindi, Rabbino e Bandiera, vuoti sepolcri alla ricerca di senso, devono compiere un atto estremo di coraggio per spezzare la catena che li vuole sottoprodotti destinati al macero. Il riscatto sociale, ma prima ancora il riscatto in quanto esseri umani (forse è questa la dimensione che a Citti sta più a cuore) non può non passare attraverso un atto di rottura. Rottura dei lagami familiari, rottura di un invisibile cordone ombelicale che vincola e che soffoca, rottura nei confronti di ogni segno di appartenza “di classe”. Il vincolo di sangue deve essere lavato col sangue. Una misteriosa donna (un angelo? una rivelazione?), con la sua sola presenza, condizionerà il corso degli eventi. Il fratricidio si materializzerà sul venire di un’alba scura, livida di morte e densa di funesti presagi. Col farsi del giorno, sulla spiaggia di Ostia non resterà che un’ombra.  Il corpo/ostia, immolatosi in nome di una redenzione forse impossibile, è deglutito dalle fauci umide del grande mare salato.

 

Mi sbilancio: uno degli esiti più alti che il cinema italiano abbia mai toccato. Praticamente ignorato, quando non apertamente osteggiato (come tutto il cinema di Sergio Citti), è un’ opera di potente, folgorante, intensa, sconvolgente bellezza. Da un punto di vista formale ed estetico si percepisce a chiare lettere l’influsso pasoliniano, in particolare nel gusto “pittorico” e nella cura estrema della messa in scena (indimenticabili certi interni chiaroscurali e caravaggeschi, così come alcune abbacinanti vedute di campagna dominate dal rosso dei papaveri e del giallo delle granaglie). Allo splendore formale però, Citti ha saputo unire la profondissima conoscenza di quelle borgate, di quei dialetti, di quella gente che racconta nel film. Sono le sue borgate, è la sua gente. Citti è pienamente partecipe della storia, del contesto che racconta. Non solo: il suo punto di vista di “fratello” (nei confronti del fratello di sangue Franco, ma anche nei confronti del fratello “di vita” Pier Paolo) ricade come un macigno sul/nel corpo del film e ne accentua l’impatto drammatico. Film solenne, rigoroso, apocalittico, definitivo, perfettamente compiuto nella forma e nel contenuto. Clamoroso (o forse, meglio, vergognoso) pensare che opere di tale grandezza, ancora oggi, siano relegate ad una conoscenza di nicchia, minoritaria, sotterranea. Clamoroso assistere al campionato delle insulsaggini cinematografiche (alcune delle quali salutate come capolavori in nome di presunti ideali di modernità e progressismo) e gettare nel dimenticatoio film come "Ostia". Clamoroso pensare che di questo autentico capolavoro non esista in Italia, ad esempio, una edizione che sia una in DVD. Clamoroso e vergognoso…è il segno dei tempi. Segno che viviamo in un paese miope e con la memoria corta, che forse non ha fatto bene i conti con la propria storia e che quindi tende ancora oggi a “cancellare” con l’arma dell’oblio (la più terribile) ogni voce dissonante, ogni sguardo non-allineato, ogni pensiero autenticamente e genuinamente libero.

18 risposte a ““Ostia”

  1. @Conte: Su questo post, lo ammetto, aspettavo con ansia la tua visita…ci credo e la cosa non può che farmi enormemente piacere…grazie di cuore. Attendo magari qualche tua illuminante riflessione su questo film. A presto

  2. Il Conte è l’unica guida che riconosciamo, anche da queste parti. Il mio interesse per Citti si è enormemente sviluppato leggendo i suoi post. Poi ho avuto anche la fortuna (enorme) di vedere questo film la settimana scorsa al cinema su pellicola…qualcosa di unico. Mi permetto di dirti che DEVI recuperare anche questo. Un saluto

  3. bellissimo post, caro
    materia a me non solo ignota, di più!
    però posso dirti che concordo con quello che dici nel finale:
    “Segno che viviamo in un paese miope e con la memoria corta, che forse non ha fatto bene i conti con la propria storia e che quindi tende ancora oggi a “cancellare” con l’arma dell’oblio (la più terribile) ogni voce dissonante, ogni sguardo non-allineato, ogni pensiero autenticamente e genuinamente libero.”
    applausi

  4. In effetti il cinema di Citti è stato poco analizzato, spiegato, mostrato. Ottimi film i suoi e ottimi Ostia, Il casotto e metterei nel gruppo anche Il minestrone.

  5. @Honey: Beh, ringrazio anche te di cuore! (però PRIMA O POI te li dovrai vedere questi malefici film ITALIANI! :-DD…anche se forse questo film per te non è molto adatto…) un salutone

    @Cinemasema: Decisamente poco a la pàge…meritano tutti di essere (ri)scoperti…ciao!

    @Cinemasuperga: Dici bene, poche parole! ma l’oblio no, quello lo dobbiamo contrastare con tutti i mezzi! alla prossima 😉

  6. L’ho letto di là, ma te lo commento qua.
    Splendido post..
    (Sempre + convinta di aver fatto bene a chiederti quella cosa… ^^).
    Lo metto in lista, prima o poi lo vedrò..
    ciao!

  7. Essendo io di Ostia ho come un tuffo al cuore quando si parla di Pasolini…
    Mi sento colpevole di quello che è successo e disgustato per come e dove è successo!

    Un saluto,

    Giulio

  8. @Giulio: La morte di Pasolini, quella morte lì e tutte le cose che sono venute dopo, penso sia uno dei punti più bassi che il nostro Bel Paese abbia mai toccato…ovviamente tu non hai colpa…l’unica colpa è di quelli che dimenticano. a presto

  9. Complimenti per la rece! Il film non l’ho visto, ma quando si parla di Pasolini non riesco a tirarmi indietro. Un mistero che porta ancora diversi punti oscuri.

  10. che bello questo post.
    sono d’accordo che, mentre si recuperano e rilanciano che meriterebbero l’oblio, si mettono nel dimenticatoio opere che meriterebbero una diffusione ampia e un riconoscimento forte. Un saluto.

  11. @Souffle:Per fortuna ci sono preziosi spazi di incontro come i blog dove poter parlare anche di queste cose, dimenticate o volutamente rimosse…ricambio il saluto, e grazie per la visita!

  12. Come è possibile che questi film non si trovino in dvd?? Cavolo io devo vederli!!!Mio padre me ne ha sempre parlato, mi parlava di Sergio Citti, dei suoi film, di quando lo incontrava.
    Io proprio oggi ho visto ACCATTONE di Pasolini. Ed è come se mi si fosse aperto un mondo! Quel film mi ha lasciato qualcosa dentro che non se ne va più!
    E poi essendo di Fiumicino/Ostia, mi sento in dovere di vedere i film di Citti!

  13. @Lolita24: Beh…fortunato tuo padre ad aver conosciuto una persona unica come Sergio Citti. I film di Citti (e ovviamente anche quelli di Pasolini) sono cose imperdibili…e che arricchiscono sempre. Te li consiglio. Con “Accattone” sei partita alla grande.

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