Play it again, Sam!

Diamo il via oggi, in questo soleggiato sabato di inizio primavera ad un piccolo torneo cine-musicale aperto a tutti gli amici di Cinedrome. Il gioco è semplice semplice: affonda le sue radici (radici proustiane, potrei dire) nella suggestione che delle note possono evocare nel cuore e nella mente di ogni cinefilo…iniziamo con qualcosa di facilissimo, per rompere il ghiaccio..quale celebre locandina piazziamo vicino a questo simpatico motivetto? un solo punto in palio, perchè è di una facilità estrema…le cose si complicheranno nelle prossime puntate, eccome se si complicheranno…forza, forza…

“Colpo d’occhio”

Che il cinema italiano non versi in condizione di salute ottimale, è un dato di fatto. Che la produzione cinematografica tricolore sia ormai per buona parte un triste susseguirsi di commediucole generazionali e melensaggini assortite, lo abbiamo detto più volte. Eppure: qualche rara, rarissima eccezione in questo desolante e desolato panorama ancora c’è. Sergio Rubini è uno dei pochi che quantomeno tenta di fare qualcosa di diverso, di più ambizioso (forse anche troppo), rispetto al piattume generalizzato. Questo "Colpo d’occhio" per esempio è una aguzza riflessione sul rapporto tra artista e critico, e sulla contrapposizione (insita tra le pieghe di questo rapporto) tra la fecondità generatrice dell’artista e la fredda sterilità del critico. Sulla base di questa interessante idea di partenza, il buon Sergio ha costruito una specie di noir "in crescendo", dall’intreccio magari non particolarmente originale e con qualche pecca soprattutto nel finale, ma nel complesso non privo di una certa forza. La vicenda ruota intorno al più classico dei triangoli amorosi, costituito nel film dal terzetto Rubini (bravo come sempre), Puccini (carina, garbata, molto gradevole), Scamarcio (probabilmente in un ruolo parecchio oltre le sue capacità attoriali). Nonostante più di un difetto però, le due ore circa del film trascorrono comunque in modo piacevole alquanto. Regia curata, recitazione tutto sommato non così indifendibile, bell’uso delle location (e in questo Rubini aveva già dimostrato occhio con il precedente "La terra"), una divertente partitura musicale di Pino Donaggio, qua e là qualche rispettoso e affettuoso ammiccamento felliniano. Consiglio di vederlo. Sergio Rubini da queste parti ci sta parecchio simpatico. E’ bravo, intelligente e soprattutto pugliese. Lo difendiamo nei limiti del possibile e nonostante Scamarcio. Per la serie: non tutti i pugliesi sono uguali. E meno male, aggiungo.

 

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“L’arco”

Il cinema di Kim Ki-Duk è silenzio, sguardi, gesti. E’ immagini di cristallina e devastante bellezza. E’ un cinema pittorico e rarefatto. E’ un cinema di semplicità estreme e di estreme profondità, di abissi dipinti nei colori freschi e nitidi di un tramonto di primavera. Un cinema di occhi che parlano ad altri occhi, di occhi che (si) guardano dentro, di cuori "in ricerca". Il cuore degli uomini è un arco teso, un crine sottile e fragile, ma capace di esprimere una gamma infinita di modulazioni sonore diverse. E’ insieme scrigno delle più grandi gioie e dei più grandi dolori, porta del Paradiso e anticamera dell’Inferno. E’ un arco in grado di innalzare inni al Cielo (la musica/arte è probabilmente la più solenne e laica delle preghiere) e capace di trasformarsi in strumento di morte, dalle frecce acuminate e terribili. E’ anche strumento in grado di preconizzare il futuro: perchè nell’essenza delle cose non c’è che il cuore/anima degli uomini stessi che le guardano. "Forza e bel suono come in un arco teso. Voglio vivere così fino al giorno in cui morirò". La sublimazione della carnalità attraverso l’esercizio dell’arte, il superamento della dimensione meramente terrena del vivere, la liberazione dalla "schiavitù del corpo". Un bacio che vale un’intera vita, che ripaga di un’attesa durata anni. La distanza comunicativa e l’isolamento, necessario e inevitabile, via di distacco "dalle cose degli uomini" e sentiero di ricerca dell’Essere. Le presenze costanti di personaggi muti, misteriosi, angelici. L’incedere solenne e "mistico" del tempo, attraverso gli istanti, le ore, le albe, i tramonti, i giorni, le stagioni, gli anni. Concetti potenti e pregnanti che ritornano, nel cinema di questo anomalo e geniale cineasta coreano, pittore ed asceta come pochi altri. Un cinema il suo che è balsamo prezioso per l’anima e per gli occhi. Pacificato e purificante. In mezzo alla impurità dominante, alla blasfema invasione del superficiale, un cinema così radicalmente diverso ed essenziale non può che dissetare ogni spettatore assetato di verità e bellezza.

“Songs from the second floor”

Stranissima sensazione quella di rimanere bloccati, infissi, cementati dentro la visione (disturbante ed insolita) di un film come "Songs from the second floor", dello svedese Roy Andersson. Difficilissimo definire qualcosa di sfuggente e spiazzante come un’opera del genere. Una allucinata e asfissiante apocalisse per immagini, tinta di atroce sarcasmo e venata del più disperato pessimismo. Sforzandomi di trasmettere un’ idea di sensazione percepita, potrei assimilare questo film ad un mix assolutamente straniante tra l’assurda comicità dei Python, la ieratica composizione di immagini di Peter Greenaway e i più violenti lampi surrealisti di cui era capace il Bunuel dei tempi d’oro. Tutto ciò fotografato in un alone di cupo grigiore (tipicamente scandinavo) o immerso in un bagliore azzurro-verdastro di quella che ha tutte le apparenza di una algida luce al neon. Opera estrema per molti versi quindi, provocatoria riflessione sul vuoto commerciare di simboli religiosi (crocifissi totalmente "svuotati di senso") e sul vuoto vivere di agenti di borsa e torvi generali nazisti ultra-centenari. Aberrato sguardo su una umanità febbricitante e smarrita in medievali inquietudini millenaristiche (il film si ambienta a cavallo tra il 1999 e il 2000) e sconvolta dalle oblique vertigini della malattia mentale. Raffinato esercizio estetico e stilistico (con richiami alla pittura di Otto Dix soprattutto), radicale nel suo impianto di regia. Visivamente impostato per intero sulla telecamera fissa, è un film che proprio grazie a questa estremizzante assenza di movimento trasfonde un senso di totale e drammatica "impossibilità all’azione" sui personaggi. Nel senso di impotenza e di stasi che percorre come filo conduttore tutto il film, il regista individua il vero dramma di una umanità ingorgata in immobili serpentoni stradali o incatenata dietro le sbarre di una clinica psichiatrica. Tutta interna alle singole (fisse) inquadrature la "possibilità di movimento" in questo film, quindi per forza di cose molto limitata. Ogni sequenza si sviluppa essenzialmente nel senso della profondità (grazie ad un complesso uso della profondità di campo, qui sfruttata fino al massimo delle sue potenzialità espressive) e si giova del "gioco di ellissi" insito nel concetto stesso di fuori-campo. Campi medi, lunghi, lunghissimi: uomini come fantocci inanimati. Fantocci inanimati che non sanno essere più uomini. Un ringraziamento speciale alle Eminenze Oscure della lontana Carfax, che hanno avuto un ruolo a dir poco "essenziale" nel far sì che una visione così smaterializzata e particolare si potesse materializzare qui sulle pagine di Cinedrome.

“Onora il padre e la madre”

E’ senza dubbio un periodo fertilissimo per il cinema americano. Come tutti i "periodi di transizione" ha suggerito qualcuno: può darsi. Lo conferma questo felice ritorno alla regia di un veterano come Sidney Lumet. La dimostrazione, se mai ce ne fosse stato bisogno, che i leoni di razza sono capaci di ruggire anche alla bella età di 84 anni. Ancora una nerissima tragedia americana in "Onora il padre e la madre" ("Before the Devil knows you’re dead" nel titolo originale), una storia di figli che ammazzano padri che ammazzano figli, un incubo tremendamente reale perchè immerso nel peggiore dei mondi possibili: un deserto senza Dio e senza Uomini. Ancora un cupo e disperato affresco di anime alla deriva alla ricerca del filo di Arianna delle loro esistenze.   Sceneggiatura quasi perfetta, partorita dalla penna della giovane Kelly Masterson, e costruita su una reiterazione di flash-back "in soggettiva" che come in un caleidoscopio tendono a frammentare gli eventi narrati e a ricomporli secondo un ordine tutto "interno alle coscienze". Con un uso interessante delle tecniche di montaggio e posizionando ogni tassello al posto giusto, Lumet costruisce un racconto teso, serrato, con solo qualche piccolo calo di ritmo e che forse soltanto nel finale indulge ad un patetismo un po’ troppo "turgido" (almeno per i miei gusti). Lumet si conferma comunque come uno dei più abili narratori di storie che il cinema abbia mai conosciuto. Davvero ottima anche la prova del terzetto di attori protagonisti. Il fatto che Philip Seymour Hoffman sia uno dei migliori (se non il migliore) della nuova leva è una evidenza che appare sempre più palese di film in film. Molto buone anche le interpretazione di Ethan Hawke, a tratti sorprendente, e del grande Albert Finney. Purtroppo non giova a questo film essere uscito nelle sale dopo una vera e propria raffica di capolavori, e soprattutto alla fine di una lunga serie di laceranti (e violentissimi) drammi esistenziali tutti profondamente e radicalmente americani. Per una singolare coincidenza di tempi e (probabilmente) di umori, il film di Lumet ha per esempio parecchi punti di contatto con l’ultima opera di un altro Grande del cinema americano come Woody Allen: un altro "Detour" in chiave moderna, un’altra storia di famiglie fatte a pezzi, un’altro apologo su fratelli di sangue con le mani insanguinate, un’altra discesa agli inferi con biglietto di sola andata.

 

[***1/2]

“Non è un paese per vecchi”

<<Qualche tempo fa ho letto sul giornale che certi insegnanti avevano ritrovato un sondaggio inviato negli anni Trenta a un certo numero di scuole di tutto il paese. Era stato fatto un questionario sui problemi dell’insegnamento nelle scuole. E loro hanno ritrovato i moduli compilati e spediti da ogni parte del paese, con le risposte alle domande. E i problemi più gravi che venivano fuori erano tipo che gli alunni parlavano in classe o correvano nei corridoi. O masticavano la gomma. O copiavano i compiti. Roba così. E allora avevano preso uno di quei moduli rimasto in bianco, ne avevano stampate un po’ di copie e le avevano mandate alle stesse scuole. Dopo quarant’anni. Be’, ecco le risposte. Stupri, incendi, assassini. Droga. Suicidi. E io ci penso a queste cose.

Perchè il più delle volte, quando dico che il mondo sta andando alla malora, e di corsa, la gente mi fa un mezzo sorriso e mi dice che sono io che sto invecchiando. E che quello è uno dei sintomi. Ma per come la vedo io uno che non sa capire la differenza fra stuprare e ammazzare la gente e masticare la gomma in classe è messo molto peggio di me. E quarant’anni non sono mica così tanti. Magari fra altri quaranta la gente avrà aperto gli occhi. Sempre che non sia troppo tardi.>>

("Non è un paese per vecchi", C. McCarthy)