Play it again, Sam!

my fair lady

Quinto appuntamento con l’atteso cine-musi-quiz bloggaro di Cinedrome: una immersione nelle calde atmosfere del ricordo questa volta. Ricordo "vintage"…ricordo d’infanzia. Mi rendo conto che indovinare a che film risale questo simpatico motivetto smooth è particolarmente tosto. Una roba di nicchia. Una chicca…provateci un po’. Nuovamente 5 punti in palio. Buona gara. Che vinca il migliore!

that darn cat

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“Shine a light”

Rolling Martin Rules. Lo abbiamo aspettato, cercato, inseguito. L’italica distribuzione come al solito ha fatto la sua discreta figuraccia, ma l’attesa alla fine non è stata tradita. Un live (uno dei meglio riusciti) degli Stones filmato da Martin Scorsese, in questo "Shine a light". Beacon Theater, New York City, ottobre 2006. Il gradito ritorno dello zio Martin al documentario musicale, dopo “The last waltz” e gli ottimi episodi della serie “The blues”. Un passo indietro del grande Martin per cedere scettro, palco e corona al tarantolatissimo Mick Jagger e compari: un omaggio il suo, affettuoso e sentito, ad una banda di eroi-reduci che è per molti aspetti una sfida vivente ad ogni legge della natura e dell’umana comprensione. Mick Jagger: avviato verso i settanta eppure sempre più incredibile nella sua sfrenata vitalità. Keith "Keef" Richards: tra una caduta da una palma e una trasfusione, ancora uno dei più grandi guitar-man in attività. Ron Wood: da sempre competitor di Richards e convinto di essere "meglio" di Richards. Charlie Watts: marmoreo batterista low-profile di enorme valore.

Musicalmente parlando: qualcosa di decisamente notevole. Potete averne un più che corposo assaggio cliccando qui. Una cavalcata di quelle che non si dimenticano lungo una serie di brani che hanno fatto la storia del rock. Da "Jumpin’ Jack flash" a “Satisfaction”, passando per "She was hot", "Shattered", "All Down The Line," "Start Me Up", "Tumbling dice", "Brown Sugar", "Loving Cup" (con Jack White), "Just my imagination", "Sympathy for the devil", "Some Girls", "Live with me" (con Cristina Aguilera), "As tears goes by". Diversi i momenti assolutamente memorabili. La bellissima "Far away eyes" intonata dalle vive voci di Mr. Jagger e del pirata Keith e accompagnata dalle vibrazioni country di Ron Wood. La performance solista in voce e chitarra acustica di Keith Richards in "You got the silver". E su tutto, un torrido duetto/terzetto Jagger-Richards-Buddy Guy: Mick Jagger e la sua armonica a bocca, Keith Richards che fuma on-stage e Buddy Guy che lo sfida a duello in un vertiginoso riff di chitarra sulle splendide note di "Champagne and reefer". Grandissimo lavoro di montaggio: ipercinetico, sudato, nervoso come le membra contratte dallo spasmo di Mick Jagger. Più di 60 telecamere utilizzate, fotografia smagliante, un set di luci capace di incenerire (persino) Mick Jagger, due ore di ottima musica e di grande cinema. E poi c’è la faccia di Keith Richards che, da sola, vale il prezzo del biglietto.

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scorsese shine

“Un dollaro d’onore”

Nel post precedente si è parlato di prime e seconde visioni: più o meno indispensabili, più o meno necessarie, più o meno consigliabili a seconda dei casi. Esiste sicuramente un caso in cui rivedere un film ha senso, nell’ottica personalissima di chi vi parla. E’ il caso di quei film visti (spesso più volte) da piccoli, in quell’età aurorale in cui magari non si ha piena consapevolezza del valore artistico di certe opere ma si è già perfettamente in grado di discernere il brutto dal bello. Rivedere questi film, che in qualche modo ci hanno segnati fino a diventare parte del nostro vissuto interiore, e rivederli a distanza di anni quando tempo e altri pezzi di vita si sono frapposti fra noi e loro, è esperienza straordinariamente intensa e gravida di splendide suggestioni. “Un dollaro d’onore” è uno dei primi film visti in assoluto dal sottoscritto, e , sicuramente anche per questo, uno di quei film a cui sono legato da un più forte rapporto affettivo. Tornato di recente (con enorme piacere) a rivederlo dopo parecchi anni, ne ho scoperto anche l’eccelso, indiscutibile valore artistico. Howard Hawks, tanto per cominciare. Regista di cui si parla sempre meno. Eppure: uno dei più grandi. Un indiscusso maestro della settima arte, la cui grandezza come spesso accade è stata riconosciuta solo tardivamente. E non in patria peraltro, bensì grazie alle valutazioni positive della critica inglese e soprattutto francese. Un uomo di cinema dalla gigantesca statura, Howard Hawks. In tutti i sensi. Leggendarie le sue collaborazioni con una delle più grandi figure della letteratura americana del Novecento: William Faulkner. Sono proprio di Fualkner due storici adattamenti di opere letterarie portati sul grande schermo da Hawks, oggi diventati oggetti di studio e ammirazione: “To have and have not” (“Acque del sud” in Italia) da Hemingway e “The Big sleep” da Chandler. Versatile come pochi altri, nella sua intensa carriera di cineasta Hawks ha toccato praticamente tutti i generi, sempre con successo. Dalla commedia brillante (“Susanna!”, “La signora del venerdì”) al film  bellico (“Il sergente York”), dal gangster-movie (suo il mitico “Scarface” del 1932) al western.

Il western, appunto. Il rapporto di Hawks con il western è sinteticamente riconducibile ad alcune parole chiave (che sono anche “cardini” di gran parte della sua filmografia tutta): schiettezza, semplicità, efficacia, professionalità. In certe dichiarazioni Howard Hawks si lasciava spesso andare a taglianti considerazioni sul lavoro di suoi illustri colleghi. Dichiarazioni utili per comprendere appieno la poetica hawksiana applicata agli stilemi propri di un genere sancito dal canone come il western. Notoria l’avversione per “Mezzogiorno di fuoco” e per Zinneman, ritenuto da Hawks un “non professionista”, colpevole di aver inserito nel suo film elementi di scarsa verosimiglianza e di disturbo all’interno delle dinamiche del genere. Di natura stilistica e più sottili (ma enormemente interessanti) le “obiezioni” di Hawks ai western di un altro mito come Sam Packinpah: “nel lasso di tempo in cui lui ne stende uno, io ne ho già portati all’obitorio e seppelliti dieci” diceva Hawks, a sottolineare la sua predilezione per una narrazione il più possibile in tempo reale (a volte decisamente dal ritmo serrato almeno nei momenti d’azione) e in opposizione polemica ad un uso (ritenuto eccessivo) del ralenty. Non troviamo un ralenty che sia uno nel mitico “Rio Bravo” (titolo originale reso in italiano, non senza una certa efficacia, con “Un dollaro d’onore”). Non una concessione al non necessario, non una virgola fuori posto, tutto magnificamente in equilibrio, tutto improntato alla massima linearità ed efficacia espressiva. Una sceneggiatura sui toni di western “da camera”, dialoghi di mirabile efficacia, attori assolutamente perfetti. Un John Wayne monumentale, con in testa lo stesso logoro cappellone indossato in “Ombre Rosse” e “Sentieri selvaggi”. Le note dal grande fascino di Dimitri Tiomkin. E poi, al centro, il nucleo forte dei valori hawksiani per eccellenza: l’amicizia virile, la condivisione, il cameratismo, la professionalità e l’etica dell’onore, il sarcasmo antieroico, la donna come forza di impetuosa potenza in grado di sconvolgere la placida riservatezza insita nel sesso maschile. Cinema di immortale grandezza. Di cui abbiamo bisogno.

 

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Don’t look twice, it’s alright

Sondaggio-dibattito domenicale, frutto di una aguzza e squisitamente inutile dissertazione epistemologico-filosofica del sabato sera. Si parlava di "fruizione" di film. Di quante volte si è soliti vedere un film, per la precisione e banalizzando la questione. Il buon Okram sosteneva la tesi della "seconda visione necessaria", per apprezzare ogni particolare di un film  (ma estendendo il concetto, potremmo fare lo stesso discorso per un libro ad esempio). Pickpocket controbatteva supportando la necessità fondamentale di "una sola visione ma buona". Il momento della verità sarebbe collocabile (almeno secondo me) proprio alla prima visione, al primo contatto con un’opera: l’elaborazione migliore, più attendibile e più "definitiva" di un giudizio discenderebbe da quell’istante lì. La seconda visione in qualche modo porterebbe ad una qualche deformazione inevitabile del giudizio su un film. Questa valutazione, aggiunta alla curiosità e al desiderio di affrontare sempre cose nuove (perchè "tempus fugit"), mi porta a non rivedere (quasi) mai due volte lo stesso film. Con le dovute (poche) eccezioni. Voi che ne pensate? siete per la visione "one-shot" o per la "re-visione"? discussione interessante …

Play it again, Sam!

fantasia2000

Quarta puntata del cine-musi-quiz di cinedrome, questa volta in notturna. Giro particolarmente tosto stasera. Note esotiche, misteriose…note "vintage"…ed è l’unico aiuto che vi posso dare. Ben 5 punti in palio. Buona gara…che vinca il migliore.

hatari

“La notte dell’iguana”

John Huston è uno dei numi tutelari di questo blog. Lo è stato, lo è e lo sarà in futuro. Il suo modo di fare cinema, di vedere il cinema e di vivere il cinema (e di vivere la vita) è stato qualcosa di assolutamente unico, grandioso, credo irripetibile. Sguardo beffardo, spirito libero e avventuroso, innegabili capacità tecniche, straordinaria abilità nella direzione degli attori, versatilità e deliberata voglia di confrontarsi con svariati "generi", enormi capacità nell’adattare per il grande schermo opere letterarie. Tutto questo era John Huston, figura gigantesca di "patriarca" del cinema americano. Regista oggi per buona parte dimenticato, misconosciuto, oscurato (forse proprio perchè molto molto poco "inquadrabile" in correnti, generi, schemi). "La notte dell’iguana", il suo venticinquesimo lungometraggio, è un coacervo di luoghi e situazioni tipicamente e profondamente hustoniane. Girato in condizioni a dir poco avventurose in una sperduta località della costa messicana, fu una delle scommesse più grandi di tutta la carriera di questo cinesta. Cast di prim’ordine con attori all’apice della loro carriera e poco inclini a cedere all’altro il "ruolo" di protagonista (Richard Burton, Ava Gardner, Deborah Kerr, Sue Lyon), grosso sforzo produttivo on location, temi e suggestioni ancora parecchio off-limits per l’epoca. Tratto da un romanzo di Tenessee Williams, racconta le controverse vicende di un prete in profonda crisi esistenziale, espulso dalla sua chiesa di appartenenza con accuse di fornicazione e stupro di minorenne e successivamente decaduto al rango di "guida turistica" in miseri villaggi della provincia messicana. Alcolizzato e in preda a violenti attacchi nervosi, il reverendo Shannon (un ottimo, febbricitante Richard Burton) durante una notte di tempesta ha modo di relazionare la sua anima tormentata con quella di due grandi donne: l’energica e vitale proprietaria di un albergo (la grandissima Ava Gardner, in una interpretazione tra le più memorabili) e una misteriosa disegnatrice vagabonda (Deborah Kerr). Un contatto salvifico, provvidenziale, liberatorio: culminante nella "liberazione", simbolica e allusiva, di una iguana dal giogo di una corda che la teneva legata alla terra. Lampi di grande cinema e atmosfere di rara intensità, fotografate splendidamente dal cine-occhio di Gabriel Figueroa (mitico collaboratore di Luis Bunuel, qui per la prima volta al fianco di Huston). Si racconta che all’inizio delle riprese del film, quando sembrava che da un momento all’altro le tensioni presenti all’interno del gruppo di attori fossero sul punto di esplodere, John Huston abbia regalato ad ognuno dei membri del cast una rivoltella d’oro perfettamente funzionante con allegati dei proiettili con su scritti i nomi degli altri attori. Colpi da maestro, è il caso di dire.

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  • Il mistero del falco – The Maltese Falcon (1941)
  • In questa nostra vita – In This Our Life (1942)
  • Agguato ai Tropici – Across the Pacific (1942)
  • The Battle of San Pietro (1945)
  • Il tesoro della Sierra Madre – The Treasure of the Sierra Madre (1947)
  • L’isola di corallo – Key Largo (1948)
  • Stanotte sorgerà il sole – We Were Strangers (1949)
  • Giungla d’asfalto – The Asphalt Jungle (1950)
  • La prova del fuoco – The Red Badge of Courage (1951)
  • La regina d’Africa – The African Queen (1951)
  • Moulin Rouge – Moulin Rouge (1953)
  • Il tesoro dell’Africa – Beat the Devil (1954)
  • Moby Dick la balena bianca – Moby Dick (1956)
  • L’anima e la carne – Heaven Knows, Mr. Allison (1957)
  • Il barbaro e la geisha – The Barbarian and the Geisha (1958)
  • Le radici del cielo – The Roots of Heaven (1958)
  • Gli inesorabili – The Unforgiven (1960)
  • Gli spostati – The Misfits (1960)
  • Freud, passioni segrete – The Secret Passion (1962)
  • I cinque volti dell’assassino – The List of Adrian Messenger (1963)
  • La notte dell’iguana – Night of the Iguana (1964)
  • La Bibbia – The Bible: In The Beginning (1966)
  • Riflessi in un occhio d’oro – Reflections in a Golden Eye (1967)
  • La forca può attendere – Sinful Davey (1969)
  • Di pari passo con l’amore e la morte – A Walk with Love and Death (1969)
  • Lettera al Cremlino – The Kremlin Letter (1970)
  • Città amara – Fat City – Fat City (1971)
  • Uomo bianco, va’ col tuo dio – Man in the Wilderness (1971)
  • L’uomo dai sette capestri – The Life and Times of Judge Roy Bean (1972)
  • Anno 2670: ultimo atto – Battle For The Planet of the Apes (1973)
  • L’agente speciale Mackintosh – The Mackintosh Man (1973)
  • L’uomo che volle farsi re – The Man Who Would Be King (1975)
  • La saggezza nel sangue – Wise Blood (1979)
  • Fuga per la vittoria – Victory (1980)
  • Annie – Annie (1982)
  • Sotto il vulcano – Under the Volcano (1984)
  • L’onore dei Prizzi – Prizzi’s Honor (1985)
  • The Dead – Gente di Dublino – The dead (1987)

“Tutta la vita davanti”

Premessa. Il mio personale tasso di incompatibilità con il cinema di Paolo Virzì è sempre stato pericolosamente alto. Non credo di aver mai amato nessuno dei suoi film, nemmeno “Ovosodo” che da molti è considerato il suo migliore. Dopo la visione (nefasta e direi incidentale) di “Tutta la vita davanti” non posso che rimanere sulla mia posizione, e se possibile rafforzarla. I film di Virzì sono sempre stati a mio avviso una specie di furbesco mix tra giovanilismo facile, autoindulgente protagonismo “autoriale” e luoghi comuni assortiti. Uniti ad una certa sciatteria (o quantomeno mancanza di originalità) espressiva. Insomma quanto di peggio il cinema italiano contemporaneo possa offrire. Questo film si inserisce perfettamente in questo filone e affronta (affronta?) il tema (difficile, serio, drammatico) del precariato. Una realtà che condiziona pesantemente la nostra generazione, che influisce su tante importanti scelte di vita, che in molti casi è all’origine di serissimi conflitti e squilibri interiori. Dispiace vedere che anche un tema così delicato e importante possa diventare facile preda del “cannibalismo” più deteriore del nostro italico cinema. Operazione da bocciare in toto, per quanto mi riguarda. Una summa quasi perfetta di difetti sotto vari punti di vista. Tono che oscilla per tutto il film tra il goliardico becero-ammiccante (parodico forse, nelle intenzioni) e il mieloso-zuccheroso-piagnucoloso di certe situazioni. Banalità e insulsaggini a raffica in una inconcludente e confusa sceneggiatura: il sindacalista sfigato e triste con il volto del pur simpatico Valerio Mastandrea, la ragazza-facile-traviata dalla vita-ma dal cuore d’oro-possibilmente-discinta con prole al seguito, l’impiegato vessato che a un certo punto esplode contro il sistema e “si ribella”, la timida neo-laureata in filosofia che sbatte il muso contro le porte delle case editrici. Parecchie sottotrame (tutte peraltro abbastanza inutili) frettolosamente concluse e abbandonate al loro misero destino prima che scorrano i titoli di coda. Parte finale di solenne e scomposta bruttezza, tra morti che resuscitano (una via di mezzo tra “Tutti dicono i love you” e, mutatis mutandis, il finale del primo "Heimat"?), simpatiche nonnine e pranzi felici nell’aia. Scelte musicali che gridano vendetta. Vuoto pneumatico in formato trentacinque millimetri. Cinema che non aggiunge e che non toglie. Sabrina Ferilli imbarazzante. Massimo Ghini appena discreto. Carina ma parecchio sbiadita Isabella Ragonese. Ho letto in giro di accostamenti con Petri (Petri??) e Fellini (Fellini???). No comment.

 

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