Play it again, Sam!

Terza puntata del cine-musi-quiz più atteso della blog-sfera. 3 punti in palio oggi per chi associa la giusta locandina al motivo misterioso…non è difficile. Buona gara…via!

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“Il vento fa il suo giro”

Viviamo in un tempo e in una società sempre più atomizzati. La percezione individuale del singolo istante è diventata più importante del vivere il tempo insieme dentro quell’insieme. L’atomizzazione delle vite, degli individui, delle comunità produce solitudini, diffidenza, ignoranza. Amplifica le "distanze" tra i luoghi, separa le persone, diastema in modo drammatico il passato dal presente. E comporta una perdita inevitabile del proprio patrimonio di vissuto collettivo. Questo accade ovunque. In particolar modo nei piccoli centri, nelle realtà rurali, nelle sperdute località di provincia. Nei luoghi cioè dove è sedimentata la maggior parte della storia vera del nostro paese. Lontano anni luce dai centri di potere, dalle capitali economiche, dal vuoto pneumatico dello show-business. Il cinema può e deve essere un potente veicolo di recupero per sensibilità disperse e modi di vivere schiacciati dalla modernità. Per sapori, colori, suoni sepolti dalla omologazione culturale che il nostro oggi sembra pretendere. L’Italia, tutta, è ricchissima di una miriade di favolose piccole realtà, ognuna con una sua specifica vocazione, con un suo denso patrimonio identitario costruito nei secoli, con un suo specifico segno umano scavato sui volti della gente che le popola. Realtà che andrebbero difese, amate, vissute. Perchè fanno parte di noi, del nostro sangue e della nostra carne. Perchè senza aver sentito la presenza di certi luoghi dentro di noi non saremmo quello che siamo. Il cinema deve fare la sua parte. In Italia è spesso solo il cinema indipendente, forse perchè più vicino al "territorio" (come si dice nel triste linguaggio catastale pre-elettorale), ad essere vicino a queste tematiche. "Il vento fa il suo giro" è uno di questi piccoli film miracolosi, preziosi, che nel silenzio quasi generalizzato attraversano con enorme difficoltà l’Italia nascosta dei cineforum e delle rassegne. Una storia di progressiva e ordinaria (dis)integrazione, ambientata negli splendidi scenari montani della Valle Maira in Piemonte, ultimo baluardo della cultura e della storia occitana. Racconto semplice, composto, imbevuto di poesia e intriso di malinconia. Con un finale spiazzante. "Il vento fa il suo giro e ogni cosa prima o poi ritorna". Per una analisi più approfondita del film e delle sue tematiche, vi impongo la lettura di questo bellissimo post. Leggetelo…e auguratevi con tutto voi stessi di riuscire a vedere questo piccolo grande film.

[****1/2]

“Viva l’Italia”

Viva l’Italia
L’Italia liberata
L’Italia del valzer
E l’Italia del caffe’
L’Italia derubata e colpita al cuore
Viva l’Italia
L’Italia che non muore

Viva l’Italia
Presa a tradimento
L’Italia assassinata dai giornali e dal cemento
L’Italia con gli occhi asciutti nella notte scura
Viva l’Italia
L’Italia che non ha paura

Viva l’Italia
L’Italia che e’ in mezzo al mare
L’Italia dimenticata
E l’Italia da dimenticare
L’Italia meta’ giardino e meta’ galera
Viva l’Italia
L’Italia tutta intera

Viva l’Italia
L’Italia che lavora
L’Italia che si dispera
E l’Italia che s’innamora
L’Italia meta’ dovere e meta’ fortuna
Viva l’Italia
L’Italia sulla luna

Viva l’Italia
L’Italia del 12 dicembre
L’Italia con le bandiere
L’Italia nuda come sempre
L’Italia con gli occhi aperti nella notte triste
Viva l’Italia
L’Italia che resiste

Lettere dal teatrino

Dopo qualche meditazione sulla "opportunità" della cosa (soltanto perchè da queste parti il livello di saturazione nei confronti della classe politica tutta è alle stelle…), aderisco anch’io con convinzione alla importante iniziativa proposta dal caro amico Conte Nebbia sul suo Teatrino. Una iniziativa che primariamente ci richiama ad interessarci TUTTI alla vita politica del nostro paese, a seguirla con attenzione, a non abbassare mai la guardia. E a prendere le distanze dalle sue aberrazioni. Il Conte segnala un’anomalia (magari una delle tante, aggiungo io) del nostro sistema politico. Sicuramente una anomalia mostruosamente grande e preoccupante, che impedisce al nostro paese di essere un paese normale e che è impossibile da ignorare: il "piazzista delle libertà". Leggete con attenzione le parole del Conte, traete le vostre conseguenze in autonomia…e andate a votare. Per qualcuno che si meriti il vostro voto, possibilmente. Se volete un po’ di bene al paese in cui vivete.

La generazione che ha vissuto la propria prima giovinezza negli anni Ottanta, sotto il segno di Craxi – ascendente Goldrake – ha visto lo sfacelo di una classe politica senescente e vetusta, apparentemente spazzata via dal pool di Mani Pulite. Ancora ricorda le monetine lanciate su Craxi ed il filo di bava che pendeva dalla bocca tremante di Forlani durante gli interrogatori. Svezzata con tali orrori, era quasi naturale che sconfinasse nel più ovvio qualunquismo. Fortunamente, ma solo per il fatto di aver fatto rinascere in molti un attaccamento alla Cosa Pubblica sempre più vilipesa, è sceso in campo il Piazzista della Libertà che, volenti o nolenti, ha forgiato la Nuova Italia (come dimostrava Nanni Moretti ne Il caimano).

La classe operaia, sempre più disperatamente ancorata all’aspirazione verso uno status "borghese" va a braccetto con le siure impellicciate che distribuiscono tartine canticchiando "Silvio, Santo Subito…". I giovani sono attratti dai manganelli della Destra più reazionaria e dalle pistole ad acqua che Bossi cerca di svendere dal suo gerontocomio. Ora, amici, ci troviamo ad un bivio: qui non è più questione di "destra" e "sinistra". E’ divenuto fondamentale impedire che la vera anomalia (Berlusconi) governi nuovamente l’Italia, tenendo sotto il giogo Fini e imboccando Bossi all’ora del brodino. E’ il Piazzista delle Libertà che ci ha portati non più a votare per un ideale, ma solo a scagliarci l’un contro l’altro armati. Tolta questa piaga dal Paese, forse, rimboccandoci TUTTI le maniche, potremo vedere di far qualcosa per questa Italia, sempre più simile all’Argentina. Giusto con qualche Reality Show in più. Per queste ragioni, e per altro ancora, il mio Blog non vota per Berlusconi. ” 

Conte Nebbia

“Juno”

“Juno” è uno scarabocchio che non si può cancellare. Una piacevolissima e colorata sopresa. Uno di quei film che non meritano di finire vivisezionati sotto i bisturi glaciali di una recensione. “Juno” non è un film da recensire. E’ un film da vedere, semplicemente. Possibilmente con gli occhi del cuore. Abbassando il volume delle polemiche. E ignorando gli spot elettorali delle vecchie volpi dal pelo rossastro e degli atei credenti che hanno battezzato questo film in nome del loro cinismo. “Juno” è un film che rispedisce al mittente ogni subdolo tentativo di strumentalizzazione e lo fa con le armi della freschezza, dell’ironia, della tenerezza. “Juno” è un film che dice diverse cose importanti e per nulla scontate (una su tutte: “Never judge a book by its cover”, come dicono gli americani) e le dice nel modo migliore possibile: onesto, semplice, pulito, sincero. Senza intellettualismi, moralismi, fondamentalismi. Riuscire a parlare di vita senza cadere nella trappola del rigorismo ideologico è impresa ardua: la bella sceneggiatura di Diablo Cody riesce a colpire nel segno anche in questo. Nascondendo profondità, maturità e consapevolezza proprio dove qualcuno non si sognerebbe mai di cercarla. Nel sapore di una caramella all’arancia. E negli occhi della meravigliosa Ellen Page.

 

[****]

“Il futuro non è scritto”

Joe Strummer è stato un gigante della cultura pop del Novecento. Il suo genio, il suo carisma, le sue straordinarie doti di comunicatore (di “predicatore” secondo alcuni) hanno segnato l’immaginario collettivo di una generazione. Il suo talento musicale, polimorfo e anarchico, e la sua straordinaria persona sono al centro dello splendido “Il futuro non è scritto” film indipendente diretto da Julien Temple (già autore di due lungometraggi dedicati ai Sex Pistols), presentato al Sundance nel 2007, frutto di una collaborazione anglo-irlandese e passato come al solito in sordina nel nostro paese. Ricordo schizofrenico e incalzante, vorticoso e ritmato, di un uomo che non conosceva soste, sempre alla ricerca di nuovi stimoli (“No input, no output” uno dei suo celebri motti), mai fermo. Immagini di repertorio, interviste, spezzoni di film, materiale indedito, bozzetti animati freneticamente instabili. Prima e dopo la grandiosa stagione d’oro dei “Clash”, leggendaria formazione della scena punk londinese anni settanta. Le dinamiche interne alla band, il lento ma inesorabile deteriorarsi dei rapporti di collaborazione tra i musicisti (Mick Jones, Paul Simonon, Topper Headon) e il suo progressivo dissolversi sotto i colpi di un successo troppo grande per non impaurire. Prima Hippy, poi Punk, poi nuovamente Hippy. Infine Techno, impegnato nelle riprese di “Mistery Train” diretto dall’amico Jim Jarmusch, autore di colonne sonore, prigioniero di un contratto-capestro milionario con la Epic. Solitudine, LSD, dipendenze, eccessi. Periodi di crisi interiore, di ricerca, di abbandono, di sconforto. Il pensiero: il pensiero come “cosa più divertente che ci sia”, come la più valida delle ragioni per cui vale la pena svegliarsi ogni mattina. Comunque. Le rinascite, le cadute, i successi, le sconfitte. La più insolita delle reunion, su un palco scalcinato di periferia, a sostegno della protesta per i salari dei vigili del fuoco. Una morte inattesa, causata da una malformazione cardiaca mai diagnosticata. Intorno ad un falò, sulle rive del fiume Hudson in una notte stellata, tutti gli amici di una vita a cercare di catturare l’essenza di Joe Strummer, nell’ombra di una scintilla che rapida si deposita sulla sabbia. I musicisti, gli amici, le testimonianze di Steve Buscemi, Bono, Jim Jarmusch, Johnny Depp, di una Courtney Love in lacrime. La registrazione della voce di Strummer tratta dalle sue trasmissioni radiofoniche che introduce dischi di Bob Dylan e di Woody Guthrie, di Nina Simone e di Harry Belafonte: un fantasma nel buio/vuoto della grande mela del 2007, un fantasma che fa pesare la sua assenza. E poi la musica, tanta musica: dal rockabilly degli esordi alle note potenti e prepotenti di "White riot", "London Calling", "Rock the Casbah", "I fought the law", "Should i stay or should i go". Un denso patrimonio sonoro, di accordi e rime baciate, di parole insanguinate di rabbia, di verità urlate e proteste globali, di autorità contestate, case occupate, vetri infranti. Non solo rock’n roll: la presa di coscienza, necessaria e urgente, che qualcosa si deve fare per  provare a scrivere tutti insieme un futuro diverso. “Il futuro non è scritto”, non lo è mai stato per uno come Joe Strummer, uno che ha respirato la vita fino in fondo e che dalla vita si è lasciato divorare. Visione consigliata (distribuzione permettendo), ovviamente doverosa per ogni fan dei Clash che si rispetti. Per tutti gli altri un validissimo antipasto, prima che Martin Scorsese accenda i riflettori su Mick Jagger e compagni.

[***1/2]

“Time”

Avvertenza per i kim-ki-dukkiani all’ascolto: post che non avrei voluto scrivere, post che non avreste voluto leggere. Ma ormai ci sono (e ci siete), quindi conviene andare avanti. Con dolore.  In sostanza e arrivando subito al succo della questione: bisogna rassegnarsi all’idea che anche al migliore regista possa capitare di sbagliare un film. Anche ad uno come Kim Ki-Duk, uno da cui siamo abituati ad aspettarci sempre film capaci di stupire ed emozionare con la loro straripante bellezza. “Time”, film del 2006 del regista coreano, stupisce sì. Ma in negativo. E’ come se con questo film Kim Ki-Duk avesse voluto (quasi) completamente abbandonare la strada percorsa prima per intraprendere un discorso stilistico (e proprio di discorso trattasi, vista l’inattesa e spiazzante sovrabbondanza di dialoghi presenti in questo film) diverso. Probabilmente anche per rispondere a quanti lo avevano tacciato di manierismo parlando del precedente “L’arco” (ma anche qui bisognerebbe mettersi d’accordo: cosa distingue così nettamente la “maniera” dallo “stile” di un autore?), il coreano ha voluto mescolare le carte in tavola sforzandosi di apparire in qualche modo il più possibile nuovo. Abbandonati i luoghi (che corrispondono ad altrettanti “luoghi dell’anima”) e le atmosfere suggestive dei precedenti film, innanzitutto Ki-Duk sceglie di ambientare il suo racconto in una fredda e amorfa Seoul. La storia narrata poi, pur traendo spunto da una interessante idea di base (l’idea della faccia specchio del nostro essere profondo), si snoda in modo assolutamente freddo, piatto, prevedibile. Qua e la qualche immagine degna di nota, per il resto anche regia e fotografia senza mordente, spente. Il tutto poi è appesantito da una sceneggiatura basata molto (troppo) sul topos della ciclicità e della reiterazione degli eventi, elemento tipico del regista ma che in questo film aggiunge soltanto una sensazione di stanchezza alla narrazione. Ad ulteriore detrimento della pellicola,  alcuni tocchi autocelebrativi un po’ parecchio fuori luogo: il protagonista del film fa il montatore e, guarda caso , durante il film monta al computer proprio alcune sequenze di “Ferro 3” (!), e come se non bastasse alla sue spalle campeggia un bel posterone di “Wild animals” (!!). Infine, come già accennato, il danno più grosso: un deleterio abuso di dialoghi. A volte palesemente inutili, letterari, vuoti, da soap-opera. Se avete apprezzato il cinema di Kim Ki-Duk per il suo saper essere cinema rarefatto, denso di meravigliosi silenzi e sguardi evocativi, tutto questo parlare non potrà non irritarvi (o, nella migliore delle ipotesi, spiazzarvi). Insomma un passo falso. Un colpo rimasto in canna. Può capitare anche ai migliori.

[** 1/2]