“Il divo”

 

C’è una sequenza nel “Divo” di Paolo Sorrentino che mi sembra particolarmente interessante come punto di partenza per provare ad afferrare la dinamica poetica inscritta nel cinema di questo straordinario cineasta. Siamo all’apertura del maxi-processo nell’aula-bunker di Rebibbia. La macchina da presa si introduce nell’aula dall’ingresso e mentre avanza in un lungo carrello viene osservata tra sguardi di silenziosa complicità e cenni di saluto dalle persone che già occupano i loro posti. Ad un certo punto accade l’imprevisto. Quella che aveva tutta l’aria di essere una soggettiva, si rivela d’un tratto “falsa”. Andreotti, attraverso il quale credevamo di aver visto la scena fino a quel momento, si defila lateralmente e la macchina da presa riappropriatasi del “suo” sguardo continua il suo pazzesco piano-sequenza andando a compiere un paio di vorticosi giri di walzer “alla Ophuls” nell’aula per poi andare a planare, lentamente e senza stacchi, sul volto (adesso per intero “dentro” l’inquadratura) di Giulio Andreotti. Questa particolare sequenza, così genialmente concepita e strutturata, mi sembra una sorte di dichiarazione programmatica “tra le righe” di quello che intende essere, nella sua sostanza, “Il divo”. Con quel piano-sequenza ai limiti del virtuosismo, Sorrentino rivendica con forza la piena, totale, necessaria libertà di “esserci”, di “essere lui”, di volerci trasmettere il suo sguardo e di conseguenza offrire allo spettatore un ritratto di Giulio Andreotti per forza di cose estremamente personale, “soggettivo”, persino “deformato”. Quindi parziale: necessariamente e volutamente parziale. E non a caso è proprio nella dimensione dell’ellissi e dell’enigma che Paolo Sorrentino sceglie di collocare il suo Nosferatu-Andreotti (un Toni Servillo “mostruoso” nella accezione più ampia del termine). Essere sfingeo e impenetrabile, figura carismatica di ieratico pantocratore odegitrio, oscuro manovratore, motore immobile, notturna e inquietante creatura dalle sembianze quasi non-umane ( il paragone con i “freak” del cinema muto potrebbe rivelarsi azzeccato ). L’ellissi passa attraverso lo specchio deformante del grottesco, per arrivare a restituire il ritratto splendidamente infedele di un fedele in missione per conto di Dio che "al di là del bene e del male" ha segnato nel profondo la storia del nostro paese e (cosa che credo interessi ancora di più a Sorrentino) il nostro immaginario collettivo. Una sorta di incrocio vivente tra un’icona pop e il simulacro religioso di una qualche Madonna dalle sette spade o Santo dalla lingua tagliata.

 

L’elisione della verità (o delle verità) come mezzo ultimo e definitivo per ottenere la sopravvivenza politica e la perpetuazione del potere è il centro del messaggio più radicalmente e violentemente politico contenuto nel film: qui la deflagrazione più scomoda e devastante. “Esiste solo la politica”.  Negare ciò che è vero (vero per tutti, oggettivamente vero) per affermare ciò che è giusto (giusto per alcuni, soggettivamente giusto). Uno skateboard (semeion distopico, oggetto per sua natura “del tutto fuori luogo” nei palazzi del potere, come è del tutto fuori luogo in questi luoghi la verità) che irrompe, perturba, scuote, e infine esplode con il suo carico di tritolo. Atto d’accusa pesantissimo nei confronti di un uomo che per 50 anni ha probabilmente tenuto i fili della politica italiana e che per troppe volte nell’arco di questo lunghissimo periodo ha “strappato la pagina del libro con il nome dell’assassino” e ingoiato optalidon per provare a lenire emicrania e sensi di colpa. La cosiddetta “strategia della fermezza” (sua e di Cossiga) all’epoca del sequestro Moro. I rapporti mai definitivamente chiariti con Gelli e la P2. Le amicizie con quei bravi ragazzi nel feudo elettorale dimenticato del Regno delle due Sicilie. Le collusioni con alti prelati, gole profonde, banche svizzere e IOR. I tanti, troppi morti: Pecorelli, Calvi, Dalla Chiesa, Falcone. Il ciclone di Mani Pulite miracolosamente schivato. Condanne che finiscono sempre per trasformarsi in assoluzioni. Pezzi di verità sistematicamente e ontologicamente negati, sottratti al dominio della luce e regalati alla notte, insabbiati in polverosi archivi o fatti “tacere” nel sangue, timidi sussurri nel buio di un confessionale. Stato e contro-stato. Nel frattempo: il grande circo dello scenario politico italiano che instancabile produce vincitori e vinti, macinando vittime e carnefici all’interno dei suoi ingranaggi perversi. Un gatto bianco a simboleggiare (azzardo qui una mia personalissima interpretazione) il più potente partito che l’Italia repubblicana abbia conosciuto. Il gatto in questione è un gatto strano: ha due occhi che guardano al mondo attraverso due diversi colori dell’iride (giallo e azzurro), esattamente coma la Democrazia Cristiana al suo interno si caratterizzava per la presenza di due correnti di pensiero maggioritarie di natura storico-ideologica diversa: morotei e dorotei. Su entrambi i colori dell’iride del gatto del film si riflette, fateci caso, l’immagine ambigua e archetipica di Giulio Andreotti. La sua è la “terza corrente”, la più trasversale e ineffabile, la più decisiva nel determinare i complessi equilibri di cariche e poteri dentro cui affonda le radici una democrazia tragicamente “incompiuta” come quella italiana.

 

Nel 1972 venivano premiati a Cannes Elio Petri con “La classe operaia va in paradiso” e Francesco Rosi con “Il caso Mattei”. Su entrambe le pellicole Gian Maria Volontè imprimeva il suo carisma e la sua immensa statura attoriale. Esattamente 36 anni dopo sono stati premiati a Cannes altri due italiani. Paolo Sorrentino con “Il divo” (film che al cinema espressionista e obliquo di Petri mi sembra legato da non poche assonanze) e Matteo Garrone con  “Gomorra” (pellicola sicuramente pasoliniana, ma che con la cruda asciuttezza stilistica di Rosi ha di certo qualche rapporto). In entrambi i film la presenza del grandissimo Toni Servillo.  “Credete al caso?”


Una annotazione doverosa sul magistrale apporto che il suono, i suoni, la musica (e persino i silenzi) riescono a conferire al film in termini di pregnanza artistica e forza espressiva. Dalla fulminante sequenza di apertura in cui il “beat” asincrono e diradato della musica elettronica si fonde alla perfezione con l’efferata catena di delitti a cui stiamo assistendo fino ai momenti in cui ogni fonte sonora (non solo quella extradiegetica) viene bruscamente portata al silenzio per lasciar spazio al tempo del monologo interiore. Passando per l’ormai leggendaria sequenza in perfetto “Sergio Leone style” dentro la quale un fischio, reiterato e dissipato nello spazio insieme chiuso e aperto di un atrio, si fa potente veicolo di contenuti testuali e meta-testuali. Un sound design geniale, sfrontato, caustico anche nella scelta di molti brani musicali: semplicemente grandioso. Valore aggiunto in grado di trasformare un grandissimo film in grandissimo cinema. Con la forza di una creatività che sa manifestarsi per davvero in ogni singolo attimo, fotogramma o recesso del film: dal primo istante dei titoli di testa all’ultimo secondo di titoli di coda. L’utilizzo meravigliosamente creativo persino dei “sottopancia” rossi con i nomi dei protagonisti ne è la prova. All’insegna soprattutto del puro, viscerale, incondizionato e (parola chiave: libero) amore per le immagini. Un tratto distintivo fondamentale e importantissimo che credo accomuni in modo evidente due straordinari registi “di sguardo” come Matteo Garrone e Paolo Sorrentino. Due artisti veri, le cui opere, in qualche modo emblematicamente complementari e in qualche modo “parallele e convergenti” una rispetto all’altra, formano un dittico sull’Italia di ieri, di oggi e di domani di enorme valore artistico e impatto civile. Ci auguriamo possa essere per davvero l’inizio di una rinascita per il cinema italiano. Nel segno di una rinnovata e totale “intransigenza estetica”. Dentro la rivendicazione assoluta e “parziale” proprio di quella urgente, totale, libera necessità di sguardo che consideravamo perduta.

 

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“Be kind rewind”

Rewind. Riavvolgete il nastro della memoria. Se non volete scoprirvi anonime creature digitali senza passato. Una vecchia VHS vi salverà, permettendovi di ri-cor-dare (nel senso di “ri-dare al cuore”) ciò che è necessario. Un nastro quindi, un vecchio e logoro nastro. Non un disco: perché un disco non lo puoi certo riavvolgere. Il nostro passato appartiene a noi, e solo a noi. E soltanto conoscendo la nostra storia (e ri-conoscendo in essa il nostro vissuto) si può scoprire davvero chi siamo e dove vogliamo andare. Poco importa se quella storia alla fine si dimostra essere soltanto “una storia”. L’importante è che quella storia ci appartenga, ci permetta di identificarci in essa e ci faccia sentire parte di un “tutto” più grande. E proprio la leggenda, il sogno, la mitopoiesi (in altre parole il cinema) hanno questo potere. Un potere taumaturgico e aggregante, una magia difficile da spiegare, una forza che muove e commuove. Una specie di miracolo.

 

Reverse. Non fermatevi mai alla facciata. Ogni recto ha il suo verso: leggeteli entrambi. Perchè non è detto che il lato nascosto della medaglia non possa rivelarsi il più interessante, o il più divertente. Un banalissimo “Keep Jerry Out” letto specularmente può diventare tutt’altro, magari una rivelazione importante su un passato rimosso o mai definitivamente chiarito. Magari lo spunto per un viaggio di fantasia di cui non sapevamo di avere il biglietto a portata di mano. Così come un effetto “negativo” della macchina da presa può artigianalmente diventare cosa molto molto positiva e tornare utile per girare sequenze in “effetto notte”. Il risultato non sarà perfetto, ma la perfezione lo sappiamo non si addice di certo all’arte. Quella è roba per ragionieri. Anche uno schermo bianco può avere il suo verso, e diventare così proiezione diffusa, cemento all’interno di una comunità che su (e dentro, e oltre) quello schermo si riconosce, anello di congiunzione tra persone che condividono la stessa passione. E lo stesso amore.

 

Recut. Rieditate il film della vostra vita. Se è vero che il nostro passato appartiene a noi e soltanto a noi, allora solo e soltanto a noi è concesso il privilegio di cambiarlo se lo vogliamo. Ogni film vive (o meglio ri-vive) nella nostra memoria infinite volte. Ghezzianamente ogni film, una volta interiorizzato dal nostro sub-conscio, può diventare mille altre cose diverse, trasformandosi in mille altri film, spalancando mille altre porte all’immaginazione. Rimettere in scena quel film secondo il nostro sentire, preziosissimo proprio perché “di nessun altro”, equivale a riappropriarci di parti di noi stessi che non immaginavamo neanche di avere. Equivale a rivendicare, con forza, il diritto ad avere un sogno per cui vale la pena vivere. E vivere insieme. A dispetto delle troppe forze disgreganti che tendono ad annullare, mercificare, omologare il nostro modo di vedere la vita (e il cinema, suo specchio fedele). Osservate per un attimo il mondo attraverso le lenti colorate di Micheal Gondry: è davvero il posto ideale per provare ad essere felici.

 

Una piccola perla. Illuminata da un fantastico Danny Glover. E dalla meravigliosa, unica, straordinaria Mia Farrow, più naif che mai, in un ruolo che mi è sembrato anche un affettuosissimo omaggio alla sua indimenticabile “Rosa Purpurea” alleniana. Notevole anche la ripresa in chiave goliardico-ludico-dilettantesca di un cultissimo come “Ghostbusters”: cultissimo che a sorpresa si materializzerà sul serio dentro il film grazie alla presenza ectoplasmica e inquietante di una marmorea Sigourney Weaver. Colonna sonora da brivido, perfettamente intonata all’atmosfera anarchica e vintage in cui respira tutto il film. Splendido finale, sulle note immense di “Swing low, Sweet Chariot” e sulla voce di Fats Waller.

Cinema che fa bene all’anima. Provate a dimostrarmi il contrario.

 

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“Indiana Jones e il Regno del teschio di cristallo”

 

Lo abbiamo atteso per tempo immemore. Spasmodicamente. Alla fine ieri eravamo in sala: al primo spettacolo e in prima fila. Con una certa emozione mista a dosi industriali di curiosità. Il ritorno del professor Henry Jones sul grande schermo dopo la bellezza di 19 anni dall’ultima apparizione non è cosa che capita tutti i giorni. E allora eccoci qui a parlare di questo ritorno. Non senza una punta di amarezza. La sensazione, lo dico subito per levarmi questo doloroso macigno dalla coscienza, è che la saga di Indy sarebbe potuta tranquillamente (e più degnamente) concludersi con i primi 3 film. Per l’esattezza con quella cavalcata di Indy Junior, Indy Senior e Marcus Brody verso il sole con cui si chiude il terzo splendido capitolo della saga. Riesumare una saga di tale portata dopo così tanto tempo comporta dei rischi. Bisogna innanzitutto fare i conti con l’età anagrafica dei soggetti coinvolti nel progetto. Il trio delle meraviglie Spielberg-Lucas-Ford che vent’anni fa veleggiava allegramente intorno ai quaranta adesso viaggia abbondantemente sopra i sessanta. E si vede, permettetemi. Non tanto nelle pur bellissime sequenze d’azione in cui il nostro Harrison sfodera una forma atletica degna di un Highlander, quanto piuttosto in molti altri momenti “di stanca” del film. Momenti, lo sottolineo, completamente assenti in ognuno dei primi tre capitoli della trilogia, veri concentrati iper-adrenalinici di azione, brio ed entusiasmo (soprattutto il primo e il terzo film). Per tentare di “abbassare l’età media della squadra” si è stati quindi costretti a introdurre nella storia l’elemento giovanile del figlio di Indy/Shia LaBeouf. Elemento di cui, diciamolo, non si sentiva la mancanza. Voglio solo sperare che il lancio di questo quarto capitolo non preluda ad una operazione (dallo stucchevole sapore commerciale) di ripresa della saga che sfrutti la presenza di Shia LaBeouf per continuare in altri episodi ancora. Non lo tollereremmo mimimamente: Indiana Jones è Harrison Ford. Lui e nessun altro. Ogni deviazione rispetto a  questo dogma da queste parti sarebbe accolta come qualcosa di semplicemente inaccettabile.

Ma torniamo al film. Siamo nel 1957. Lontani dagli scenari immersi nell’atmosfera da Seconda Guerra Mondiale a cui eravamo abituati. Qui siamo nel pieno della Guerra Fredda. Questo giustifica un importante cambio della guardia sul fronte dei cattivi: questa volta i nemici da combattere sono quei rossi dei Russi, capeggiati da una Cate Blanchett tanto fumettosa quanto monocorde. Il nostro archeologo sarà ancora una volta coinvolto nella ricerca di un oggetto capace di riservare un potere sconfinato a chi ne entra in possesso. Un misterioso teschio scolpito nel quarzo, in grado di permettere il controllo delle menti se riunito ad altri 12 teschi di identica fattura collocati in un luogo non chiaro del globo. Peccato che questa volta non c’entrino nulla le tavole dell’alleanza di Mosè, il culto della dea Kalì dei Thughs o il calice dove fu raccolto il sangue di Cristo. Questa volta (udite, udite: watch out SPOILER) ci sono per lo mezzo gli alieni. O per lo meno degli strani (ma neanche troppo) figuri “interdimensionali” un po’ “Alien” e un po’ “Incontri ravvicinati”, chiaramente debitori delle creature di Carlo Rambaldi. Non era esattamente quello che ci aspettavamo, almeno da queste parti. Non era esattamente quello che avremmo voluto vedere quel finale che sembra una sorta di guazzabuglio alla “Guerra dei Mondi” in salsa “Apocalypto”. Mi sembra però l’evidente conferma che la parte “ludica” (per me la migliore) del cinema di Steven Spielberg attraversi una fase di palese declino e mancanza di idee, camuffati dall’uso sempre più massiccio di effetti speciali ipertrofici e chiassosi. Detto questo (e vi assicuro che per un Indyano duro e puro come il sottoscritto è stato difficilissimo scrivere quello che avete letto) al professor Jones non possiamo non voler bene sempre e comunque. Persino se si sposa. E dopo tutto: quel cappellone, un attimo prima che comincino a scorrere i titoli di coda, se lo riprende lui. Questo lascia ben sperare. Eravamo lì per lui e solo per lui. Guai a chi prova a imitarlo. Ce ne fossero di professori così.

 

[*** ½]

Play it again, Sam!

Siamo alla penultima tappa del torneo cine-musi-quizzaro di Cinedrome. Il gioco è entrato nel vivo, la posta in gioco è alta, altissima. Punti che valgono oro. Ben 5 a chi mi dice a che film appartiene questo motivo… Non è così facile. Avete voluto la bicicletta: ora pedalate.

“Indiana Jones e l’ultima crociata”

Probabilmente tutto è cominciato da qui. Monument Valley. Luogo di ineludibili reminiscenze fordiane. Utah, 1912. Una scampagnata di boy-scout a cavallo e un boy-scout un po’ diverso da tutti gli altri. Capace di mettersi da solo contro un manipolo di predatori di antichità. Senza pensarci due volte. Quella roba è troppo importante per finire esibita nelle collezioni di qualche ricco epulone con la passione per i tesori sepolti. Quella roba deve essere in un museo, dove tutti possono conoscerla e ammirarla. Da qui l’origine del mito. La frusta, il cappello, la cicatrice sul mento, la fobia per i serpenti. E l’inarrestabile tenacia del nostro amatissimo professor Jones.

Il terzo capitolo della saga di Indy è credo in assoluto uno dei migliori tra i tre, forse soltanto di pochissimo inferiore ai “Predatori”. Un film straordinario, arricchito da un elemento di valutazione del tutto personale non di poco conto: è stato il primo film di Indiana Jones che ho visto. Dirò di più. Forse è stato uno dei primi film che ho visto in assoluto, volendo addentrarsi nel terreno dell’archeologia cinefila. Un motivo in più per voler bene a questa travolgente ed entusiasmante Crociata contro il potere delle tenebre.

indy side-car

“Conta fino a dieci. In greco”. Sono le primissime parole che il professor Henry Jones pronuncia nel film, in un indimenticabile fuori campo. Tanto basta per introdurre nel migliore dei modi la figura gigantesca di Sean Connery all’interno dell’universo filmico di Indiana Jones. Un personaggio a dir poco straordinario. Il professore di lettere antiche che nessuno vorrebbe mai avere: inflessibile, impeccabile, occhialuto. Un topo di biblioteca molto poco versato per l’azione ma sempre in grado di scovare la soluzione ad ogni problema in qualche antico manoscritto. Magari nelle cronache di Sant’Anselmo, o nelle memorie di Carlo Magno. Connery che contamina la trilogia con il suo ineffabile tocco di “bondismo” e di humor britannico è sicuramente una delle cose più belle di tutto il film. Insieme ad alcune tra le più magnifiche location mai viste al cinema. Oltre alla già citata Monument Valley del prologo, nel classico cortocircuito spazio-temporale che siamo abituati a vivere nei film di Indiana Jones, veniamo trasportati in una serie di luoghi di straordinario fascino. Venezia: e l’ambientazione risulta talmente suggestiva da indurci a chiudere entrambi gli occhi su qualche diciamo "significativa" imprecisione storico-geografica (le catacombe in laguna, con tanto di mitici topastri flambè). Il castello di Brumwaldt, Austria, centrale di spionaggio nazista (“Nazisti. Io la odio questa gente”). Berlino: le sue svastiche e la Fahrenheit dei libri messi al rogo (“Questa gente dovrebbe imparare a leggerli i libri, anziché bruciarli”). E poi, attraverso una serie di scoppiettanti fughe a bordo di qualsiasi mezzo di trasporto immaginabile per terra e per aria, la meravigliosa Petra. Luogo di infinite suggestioni, santuario di roccia scolpita dietro il quale si cela il segreto più antico di tutti. Siamo pronti a ripartire da qui. A cavallo, verso il sole. Esattamente dove ci eravamo lasciati vent’anni fa. L’attesa è quasi finita, ragazzi. Preparate i bagagli.

“Un cane? Tu porti il nome di un cane??”

“Ho un sacco di bei ricordi di quel cane…”

“Gomorra”

“Ero stato partorito a un mondo dove la dedizione d’un adolescente, buono come sua madre ,improvvido e animoso, mostruosamente timido, e ignaro d’ogni omertà che non fosse ideale era avvilente segno di scandalo, santità ridicola. Ed era destinata a farsi vizio; chè marcisce l’età la mitezza, e fa, dell’accorato dono di sè, ossessione. E se ho trovato di nuovo un’accorata purezza nell’amare il mondo, il mio non è che amore, nudo amore, senza futuro. Troppo perduto nel brusio del mondo, troppo cosparso dell’amaro di un pur triste, chapliano riso…E’ resa. Umile ebbrezza del contemplare, partecipe, sviscerato, e inattivo. Umile riscoperta d’un allegro restare degli altri uomini al male; il reale, vissuto da loro in un empire di luoghi miseri, ridenti, sulle rive di gai torrenti, sui gioghi di monti luminosi, sulle terre oppresse dall’antica fame… E’ senso della grandezza, questo senso che mi strugge sui minimi atti di ogni nostro giorno; riconoscenza per questo loro riapparire intatti a me sopravvissuto, e pieno ancora di stantio pianto” (P.P. Pasolini)

 

gomorra

 

Riemergere dalle scure, umbratili, notturne, nerissime immagini di “Gomorra” è come tornare alla luce dopo aver sperimentato una violenta immersione dentro un mare profondo di denso petrolio. Un petrolio di pasoliniana e apocalittica potenza distruttiva. Un petrolio che ammorba, ingloba, segna corpi e vite, getta cupe ombre sulle esistenze dei protagonisti e sui fotogrammi di un film che è nella sua sostanza un distillato di “cinema totale”. Una scura macchia di morte, livida e consunta, che esplode con la prepotenza di uno schiaffo davanti al nostro sguardo di spettatori. Per una volta complici, correi, testimoni del degrado, dell’annullamento dell’essere in favore del non-essere operato dalla malavita e dal “furto di futuro” ai cui essa tragicamente conduce. Parte di esso, dentro di esso,  perché “abbiamo visto” e condiviso quei pezzi di vita/cinema con i nostri occhi. Frutti malati figli di una terra malata, oppressa dai tentacoli soffocanti di una criminalità “organizzata” che poggia le sue fondamenta sordide sul denaro. Denaro pesante come il cemento, contaminato come una discarica al cadmio, prezioso quanto una partita di eroina. Soldi che girano: sempre più sporchi, sempre più imbevuti del sangue dei tantissimi giovani caduti sotto i colpi delle lotte tra clan, sempre più lividi di nera disperazione. Il perverso intreccio tra camorra ed economia è uno degli aspetti centrali del libro-inchiesta di Saviano, elemento traslato con potenza ed efficacia nel film di Garrone. Insieme allo sguardo intenso e partecipato sul rapporto che lega la Camorra ai giovani. Nella struttura policentrica scelta per dare una drammaturgia filmica alla materia letteraria del libro, emergono nitide tre diverse modalità di rapportarsi con la malavita da parte della meglio gioventù campana. Qualcuno, ancora con gli occhi di bambino, attratto dal potere auto-referenziale e identitario di una “cosa”  come la Camorra, sceglie di partecipare al gioco. Pur schierandosi dalla parte sbagliata. Qualcun altro pur di rifare il verso a Scarface, pur di rivendicare il proprio diritto alla fuga, pur di sottrarsi ad un cono d’ombra che fagocita sogni e speranze, farebbe di tutto. Soltanto qualcuno trova il coraggio di “scendere dal treno” per provare ad intraprendere un percorso diverso. Possibile e necessario. Non va meglio agli adulti, a quanti sono già irrimediabilmente impregnati dal male. Le cicatrici, le menomazioni, le deformità dei loro corpi sono specchio di un danno esistenziale che ha giù avuto il tempo di trasformarsi in carne. Materico ed inestirpabile cancro.

 

 

 

Era un’impresa ardua tentare di far collimare due sguardi, due percezioni del reale, due sensibilità forti come quelle di Roberto Saviano e Matteo Garrone. Operazione rischiosa, difficilissima, persino pericolosa: una scommessa vinta. Le pagine di incandescente potenza di Saviano hanno trovato nel personalissimo stile visivo di un regista come Garrone una forma di complementarietà che rende “Gomorra” uno dei film italiani più decisivi e importanti del nostro cinema recente. Particolarmente azzeccate due fondamentali scelte di “realismo”: un numero considerevole di attori non professionisti e  l’uso estensivo del dialetto. Due elementi che consentono a “Gomorra” di respirare vita a pieni polmoni e di “restituirci” quella stessa vita attraverso la dirompente potenza del cinema. Un realismo comunque rielaborato da Garrone attraverso le lenti di uno sguardo mai banale, mai scontato, sempre sottilmente eversivo, sempre attento a catturare immagini di tellurica portata evocativa. Grandissimo uso dei primissimi piani: la macchina da presa scandaglia i volti dei protagonisti come fossero mappe attraverso cui ricostruire percorsi esistenziali deviati. Alcuni rivelatori, straordinari campi lunghi e lunghissimi ad abbracciare paesaggi e non-luoghi impoveriti, scarnificati, erosi dalla presenza invisibile dallo spettro della violenza. Magistrale uso del fuori-fuoco, a rimarcare distanze e annullamenti, presenze ed assenze. Come solo il grandissimo Cinema sa fare. Attraverso il suo sguardo, tangenziale e illuminante, sulle realtà delle cose.

 

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NOTA: Una piccola ma importante segnalazione in coda che mi fa davvero piacere fare. Qui , su un blog a cui collabora anche Roberto Saviano, è comparsa una bellissima recensione su questo film scritta da una persona a cui, qui a Cinedrome, vogliamo particolarmente bene. Leggetela con attenzione.

Play it again, Sam!

Ottavo, cruciale, round del nostro attesissimo cinequiz musicale del sabato. Il gioco si fa duro: i duri cominciano a giocare… 5 pesantissimi punti a chi associa questo motivo al film giusto. Oggi non è per nulla facile. Mi avete provocato…avete fatto male.