“Indiana Jones e il tempio maledetto”

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Seconda tappa nel percorso di avvicinamento al film (mi sbilancio) più atteso dell’anno. Almeno dal sottoscritto. Ancora il professor Jones quindi, per la seconda volta "impressionato" su celluloide. Cronologicamente si tratterebbe in realtà della prim a volta (considerazione che rende, di fatto, "Indiana Jones and the Temple of Doom" un pre-quel). Quando si parla di Indiana Jones peròbisogna provare ad abbandonare l’ingenua pretesa di "razionalizzare" le due dimensioni del tempo e dello spazio. Per abbandonarsi al fluire della meta-storia. Come in un grande cartoon. Shangai quindi, 1935. Un archeologo in abito bianco, papillon e garofano rosso all’occhiello siede a un tavolo di un night insieme ad un gruppo di figuri decisamente loschi dagli occhi a mandorla. Il corpo di ballo del locale svolazza sulle note di Anything Goes. Di lì a breve succederà il putiferio, in una delle sequenze d’apertura di un film più movimentate e travolgenti mai viste sul grande schermo. Ne succederanno di tutti i colori. Ma ancora una volta il nostro Indy riuscirà a venir fuori con stile da quel pasticcio (per cacciarsi subito in un altro, ovviamente, questa volta su un aereo in picchiata sulle cime dell’Himalaya) con al seguito una coppia di personaggi ben assortiti: la biondissima cantante del night (Kate Capshaw) e il piccolo Short Round (Ke Huy Quan). Entrambi forniranno il loro apporto decisivo in questa fantasmagorica e forsennata avventura che condurrà il dottor Jones nel cuore di tenebra dell’India al cospetto della sanguinosa setta dei Thug. Non i Nazisti questa volta, ma una comitiva di invasati e fondamentalisti adoratori del Male colpevoli tra l’altro di costringere ai lavori forzati con modi decisamente feroci centinaia di bambini ridotti in catene: pane per il nostro archeologo del cuore.

Considerato da molti l’anello debole della trilogia di Indiana Jones per il suo essere palesemente "fracassone" e spiccatamente kitsch in alcune scelte di regia e sceneggiatura, è una sorta di omaggio infantile e sincero al cinema (ma soprattutto al fumetto) americano d’avventura anni ’30, con le sue sfumature simpaticamente truculente e vagamente horror adatte a bambini di tutte le età. Un enorme e funambolico fumettone quindi, con qualche evitabile caduta di ritmo (su alcune divagazioni "romantiche" forse si sarebbe potuto risparmiare un po’ di pellicola), molti eccessi (ma questo è un aspetto su cui è imperativo chiudere un occhio quando si sceglie di guardare un film del genere) e almeno due o tre sequenze davvero sensazionali. Su tutte, oltre al già citato incipit con i set "divorati uno dietro l’altro" (ancora una volta citando il buon Ghezzi, Grezzi per gli amici) l’ormai mitica fuga sui carrelli a folle velocità nella miniera del finale. Per girarla, in un’epoca in cui l’industria degli effetti speciali non aveva certo raggiunto gli impressionanti livelli tecnici odierni (siamo nel 1989), quei due geniacci di George Lucas e Steven Spielberg architettarono un sistema di modellini in scala che servì egregiamente allo scopo. Una curiosità: dopo il film Kate Cashaw, probabilmente delusa dal non poter diventare in pianta stabile la signora Jones, sarebbe diventata la signora Spielberg. Noi avremmo ritrovato il dottor Jones soltanto cinque anni dopo sulle tracce di suo padre… e di un calice. Ma questa è un’altra storia.

16 risposte a ““Indiana Jones e il tempio maledetto”

  1. Ahahah la corsa sui carrelli è fenomenale, ma l’inizio non lo batte nessuno!!! Anche se quello del primo è una cosa monumentale!! Non vedo l’ora di recuperare il terzo e ovviamente di vedere il quarto!!!

  2. Altra ottima recensione (non avevo dubbi ^^).
    Io mi ricordo che da bambino ero colpitissimo dalla scena della cena, con l’occhio che spuntava dalla minestra ^^.
    Uno dei miei ricordi dell’infanzia cinematografica (uno dei tanti su Indy).

    Un salutone

    Chimy

  3. Già è vero!! Anche la scena della cena è bellissima. A me ha colpito molto (nonostante sia già bella grandicella) la scena della trappola in cui cadono Indy e il bambino, quella del soffitto che comincia a scendere con quei cosi acuminati!

  4. Bellissimo anche questo. Pieno di scene magnificamente meravigliosamente perfette. Cavolo quant’è bravo Spielberg! (che scoperta…)

  5. @Zenn: Caspita, non dimentichiamola! 😉

    @Ale: Ci stiamo avvicinando, ci stiamo avvicinando…

    @Chimy: Meravigliosa la cena…occhi che spuntano dal consommè, cervelli di scimmia, insettame e serpentame vario.
    E grazie di cuore per il “non avevo dubbi”.
    😉

    @Damiani: Lo aspettiamo! a Cannes palma d’oro a Indy!!! (Ah, no…mi pare sia fuori concorso…peccato)
    :)))

  6. @Edooo: Benissimo! allora non sono l’unico Indy-Fan che sta rievocando la saga! mi fa piacere, un salutone

    @Leonard: Che scoperta… e dire che ce ne sarebbero di cose da “imparare” dal buon Steven 😉

    @Noodles: Felicissimo di trasmettere voglia pazza :)) Diamo seguito, diamo seguito. A presto

  7. Il primo mi è piaciuto più degli altri due, ma in effetti questo è molto divertente: Concordo con Chimy sulla scena della cena all’epoca per me esilarante (Ma i tre film li rivedo sempre volentieri).

  8. Cultissimo!!!
    La parte degli insetti mi fa venire l’orticaria solo a pensarci…

    “Sembra di camminare sui biscotti!”

    BRRRRRR!^^

    Un saluto

  9. @Luciano: Il primo è insuperabile. Ma anche il “Temple of doom” offre momenti che non si dimenticano

    @Filippo: Bellissimo: “sembra di camminare sui biscotti” è fantastica
    :))

    @Simone: Già già…ce lo vogliamo gustare come si deve 😉

  10. Signora Spielberg e madre dei numerosi pargoli generati con il suddetto. Ma, venendo al film, in effetti è l’anello più debole della tril… ops… quadrilogia (fremo, fremo!!!!). Però personalmente non riesco a non “volergli bene” comunque.

    Ciao,
    Mr. Hamlin

  11. @Mr. Hamlin: Me certo, ci mancherebbe… da queste parti vogliamo bene pure al tipone che strappa il cuore a mani nude, non scherziamo :))

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