“Cani arrabbiati”

Crudele, spietato, violentissimo. L’ultimo "tarantiniano" e incredibile capitolo della filmografia Baviana è il testamento più inatteso, micidiale e obliquo di un cineasta puro di cristallina genialità e genuina grandezza. Concepito come una sorta di italico "Detour" con annessa discesa agli inferi senza ritorno, è un thriller con struttura da road-movie, atipico, vibrante, tesissimo, claustrofobico, senza un solo fotogramma superfluo e senza un singolo attimo di caduta di tensione. Magnificamente scritto e girato, recitato con sanguigna e viscerale potenza da un meraviglioso cast di iene tricolori, "Cani arrabbiati" (conosciuto anche almeno con altri 3 titoli diversi, in virtù delle innumerevoli versioni clandestine circolate nel corso degli anni) è il perfetto un-happy ending all’interno di un opus ricchissimo e variegato come quello di Mario Bava, percorso però sempre come tratto distintivo da una sotterranea vena aurea di beffarda ironia. Il ribaltamento dello stereotipo, lo sguardo disincantato e sagace, il disvelamento divertente e divertito del falso come chiavi di lettura del reale e come cardini di una poetica che è (e vuole essere) soprattutto poetica delle immagini. Grandiosa la creatività e la libertà espressiva del cinematographer Mario Bava dietro la macchina da presa. Veri e propri lampi di genio "artigiano": dall’utilizzo di particolari lenti per creare determinati effetti di fuori-fuoco, ad alcune incommensurabili soluzioni di movimenti di macchina o angolazioni di ripresa. Il tutto sistematicamente de-sistematizzato, quasi sempre ottenuto "per gioco" o per sfida sul set. C’è una fortissima componente ludica nel cinema di Mario Bava. Una specie di pietra filosofale che, in filigrana, dimostra spudoratamente come forse prendere poco sul serio sè stessi e molto sul serio quello che si fa possa essere davvero il modo migliore per provare a cavarsela. Sul set come nella vita.

[Per la serie "Non è vero ma ci credo", è accaduto ancora: grazie a qualche oscura forma di coincidenza astrale, trasmissione telepatica o contatto alieno questo blog e quello dell’amico blogger Filippo di Cinedelia hanno per la seconda volta dedicato un post in sincrono al Maestro senza preventivamente essersi messi d’accordo. Il suo emi-post baviano gemellare lo trovate qui. Sfide ad ogni umana forma di comprensione razionale.]

P.S. E per scoprire altri frammenti dispersi e capolavori-fantasma dell’italico cinema non potete non fiondarvi immediatamente sulle gloriose pagine del Teatrino dove ha da poco preso il via "Chi l’ha visto", una rubrica che da queste parti è già diventata un must assoluto.

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“La sottile linea rossa”

Pensiero. Volo: iniziale smarrirsi, lento precipitare. Alle radici del senso. Nel tentativo disperato di afferrare la ragione e le ragioni del vivere. Natura, caos, pòlemos. Tutto è conflitto nella natura, tutto rinvia ad un perpetuarsi di contrasti, solenne e maestoso nella sua infallibilità. Nel movimento stesso l’essenza di una logica di nascita, morte e rinascita. Dal contrasto tra gli opposti (amore/odio, terra/cielo, silenzio/rumore) il placido defluire della comprensione. Sonda inarrestabile, scandaglio (pre)potente, raggio di luce che folgora e brucia. Aggirare l’ostacolo terreno, illudere i sensi, barattare il dolore del corpo con un pezzo di cielo. L’orrore della guerra senza senso degli uomini agli uomini, la sconvolgente crudeltà della guerra della natura alla natura (che ha, sempre, il suo intimo perchè). Illuminante penetrazione fino alle colonne d’Ercole dell’autocoscienza, riflessione etica di abbacinante portata, estasi mistica, esperienza totale. "La sottile linea rossa", tangibile segno impresso sulla pellicola di dubbio esistenziale che non esita a porre domande ultime e definitive sul vivere e sul morire. La risposta, forse, altrove: racchiusa nella risacca della marea al tramonto, nel guizzo di sole che si rifrange dentro un dedalo di foglie lussureggianti, nel soffiare del vento sulle croci dei caduti in battaglia. Capolavoro assoluto di titanica grandezza. Oltre la definizione stessa di cinema. 

What is this great evil? How did it steal into the world? From what seed, what root did it spring? Who’s doing this? Who’s killing us? Robbing us of light and life. Mocking us with the sight of what we might have known.

“Lancillotto e Ginevra”

lancelot

Se il cinema è prima di tutto un linguaggio, provare ad esplorarne le potenzialità fino in fondo è dovere di ogni artista che con quel linguaggio abbia deciso di misurarsi. Robert Bresson è forse il regista che in assoluto ha provato con maggiore decisione e coraggio a scardinare, violentare, piegare i meccanismi e la sintassi del linguaggio-cinema alle sue urgenze comunicative. I suoi film rappresentano una continua, sfiancante sfida alle capacità di lettura/interpretazione dello spettatore. Un duello, un assedio, una sorta di apnea neuro-vegetativa. Cinema senza tempo (nel senso di a-temporale): quanto di più lontano, anacronistico (anacronistico "sempre" e rispetto a "tutto") e diverso (profondamente diverso) si possa arrivare a concepire oggi. "Lancillotto e Ginevra", uno dei film più gelidi ed estremi di tutta la filmografia Bressoniana, è il guanto di sfida più ambizioso che questo regista abbia lanciato nei confronti delle convenzioni stilistiche proprie della settima arte. La ricapitolazione di una delle saghe medievali più note della cultura occidentale non è che un semplice pretesto per raggiungere un’astrazione inseguita ostinatamente, con ogni mezzo, a costo del più atroce dei fallimenti artistici. Attori-modelli privati di ogni volontà/necessità di "espressione", condannati ad un immobilismo ligneo, prigionieri di armature che ne impediscono i movimenti ma che permettono al sangue di scorrere attraverso le loro maglie di metallo. Stilizzazione estrema di ambienti, scenografie, costumi. Sottrarre tutto il superfluo per lasciare sullo schermo soltanto "ciò che è veramente necessario", e che come tale esclude ogni elemento accessorio. Cinema delle "esclusioni": assenza totale di recitazione, di colonna sonora, di ogni volontà di soddisfare le esigenze dello spettatore. Dettagli rivelatori, improvvise esplosioni di luce che emergono dalla lacerazione di un’imene intessuto di buio impenetrabile. Sguardi che insistono su piedi ( "arti inferiori" preposti al movimento eppure così spesso inchiodati al suolo dalla forza di gravità del potere/possesso) e mani ("arti superiori" nobilitati dal gesto di condivisione di una mano che ne sfiora amorevola un’altra, offesi dal freddo contatto con armi veicolo di morte). "L’impossibile è la mia meta", afferma Lancillotto in una battuta del film. Difficile immaginare una dichiarazione d’intenti più chiara, onesta e limpida di questa. Rendere con immagini di immanenza l’essenza profonda del trascendente, catturare ciò che per definizione è non catturabile, immobilizzare lo scorrere indistinto del flusso del tempo in un istante di pura, sublime e ineffabile bellezza.

What is it, this film?  I know nothing of it.

Is it a ‘super-production’?  There are horses, knights in armour, a tournament…as anachronistic as possible.

Anachronistic?  You need to remove the past to the present if one wants to make it believable.

The direction of actors?… I mean to say, of your "models".  It isn’t a question of directing someone, but of directing oneself. The rest is telepathy.

(da un’intervista a Robert Bresson tratta da Masters of Cinema)

“Santuario”

<< Meglio per lei se morisse stanotte, pensò Horace, incamminandosi. E anche per me. Pensò a lei, a Popeye, alla donna, al bambino, a Goodwin, tutti radunati in una stanza, spoglia, letale, immediata e profonda: un unico istante di annientamento fra l’indignazione e la sorpresa. E anch’io; pensando a come quella sarebbe stata la sola soluzione. Rimossi, cauterizzati dall’antico, tragico fianco del mondo. E anch’io, ora che siamo tutti isolati; pensando a un gentile vento oscuro che soffiava nei lunghi corridoi del sonno, e lui disteso sotto un tetto basso e intimo nel lungo rumore della pioggia: il male, l’ingiustizia, le lacrime. All’imbocco di un vicolo c’erano due figure faccia a faccia, ferme, senza toccarsi; l’uomo che a voce bassa, in un mormorio carezzevole, rivolgeva alla donna un epiteto osceno dietro l’altro, lei immobile davanti a lui, rapita, meditabonda, come in preda a un’estasi voluttuosa. Forse è nell’istante in cui ci rendiamo conto, in cui ammettiamo che nel male vi è un disegno logico, è allora che moriamo, pensò, ripensando all’espressione che una volta aveva vista negli occhi di un bambino morto, così come di altri morti: l’indignazione che si raffredda, l’improvvisa disperazione che si attenua, lasciando due globi vuoti nel profondo dei quali, in miniatura, si aggira il mondo immobile. […] La casa era buia, immobile, come fosse stata abbandonata nello spazio dal riflusso del tempo. Gli insetti erano calati in un basso timbro monotono, in tanti posti e in nessuno, esausto, come se il loro suono fosse l’agonia chimica di un mondo lasciato a morire nudo sul limite estremo della marea di quel fluido nel quale viveva e respirava. La luna era lassù, ma senza luce; sotto giaceva la terra, senza oscurità. Aprì la porta e entrò a tentoni nella stanza per cercare la luce. La voce della notte – insetti, quello che fossero – lo aveva seguito in casa; capì d’un tratto che era la frizione della terra sul suo asse mentre si avvicinava il momento in cui doveva decidere se continuare a girare oppure rimanere ferma per sempre: una palla immobile nello spazio raggelante attraverso il quale, come fumo gelido, si avvitava uno spesso odore di caprifoglio. >>

("Santuario", William Faulkner – Biblioteca Adelphi)

“Il corridoio della paura”

shock corridor

Samuel Fuller è senz’altro uno degli inamovibili Dei di celluloide all’interno del sacro Pantheon cinefilo che protegge questo blog. Insieme ad un altro Sam probabilmente ("quel" Bloody Sam), e a qualche altra anima di cineasta dissidente che ha solcato con il suo graffio indelebile lo schermo bianco della settima arte. Il cinema di Fuller è stato, azzardo, forse il cinema più politicamente anarchico e artisticamente sovversivo che si sia mai visto in tutta la storia del cinema. Non "imbrigliabile", libero, irridente, caustico, atrocemente ghignante. Sulla sua arte “senza arte” e mai fino in fondo compresa si espresse Francoise Truffaut usando queste illuminate parole: "Samuel Fuller non è un principiante: è un primitivo. La sua mente non è rudimentale: è rude. Le sue pellicole non sono semplicistiche: sono semplici. Ed è questa semplicità che io ammiro in particolar modo".

 

Considerato il suo capolavoro (ma chi vi scrive ritiene il mitico “Quaranta Pistole” persino leggermente superiore) “Shock Corridor” è la storia di una definitiva e drammatica discesa negli inferi della malattia mentale, raccontata con tagliente veemenza e spiazzante creatività. Un rampante giornalista in carriera, affamato di gloria e ossessivamente proteso verso il premio Pulitzer, sceglie di mettere a repentaglio la sua stessa integrità psichica pur di "centrare lo scoop della vita" decidendo di fingersi folle con lo scopo di essere internato in un ospedale psichiatrico teatro in passato di un misterioso omicidio. Tra le mura asfissianti e pallide del nosocomio, si agita quello che resta dei fantasmi e degli scheletri del sogno americano, uscito a pezzi dopo la lacerazione nazionale subita con la guerra di Corea. Schizofrenie e paranoie per significare un “altro” politico e sociale. Tre casi emblematici di alienazione mentale per gettare un’ombra scurissima sulle propaggini estreme e sulle stessa fondamenta malate di un intero Paese. Il disertore passato a fiancheggiare i comunisti e sventolare bandiere rosse in Corea: ridotto poi coattamente allo stato di pazzia e scivolato verso la patetica e perenne rievocazione delle gloriose vittorie del generale Custer. Il nero che sventola un cartello con su scritto “Integration and democracy don’t mix: go home nigger!” e si affilia al Ku Klux Klan per propagandare il motto “L’america agli americani”: è stato colui che da piccolo ha fatto da cavia in una scuola in uno dei primi tentativi di integrazione tra bianchi e neri. Con esiti disastrosi e traumatizzanti. Il fisico premio Nobel inventore di armi di distruzione di massa, scienziato di eminente grandezza intellettuale precipitato ad uno stato mentale di pura ingenuità infantile. Uno psichiatra dal nome a dir poco significativo: doctor Christ, impotente ed esangue figura di tutore dell’ordine. Ossessioni, ipocrisie, nefandezze di una nazione costruita per vincere e forse definitivamente condannata a perdere la sua battaglia più importante. Nell’ospedale psichiatrico la riproposizione soltanto leggermente più reale di quello che avviene “fuori”, tra la cosiddetta gente normale: malati che litigano sul proprio minuscolo “pezzo” di proprietà privata (una manciata di pillole ricostituenti), razzismo, discriminazione, devianza, ninfomania, “bombe di sessualità repressa”. Capolavoro di orgiastica potenza visiva e concettuale. Sovra-impressioni. Temporale. Fuller on fire.

Il caso Kotionkin: Who framed Honeyboy?

intoccabili

Un dubbio amletico, un enigma epocale, un rovello di quelli che si agitano come salamandre impazzite in un acquitrino stagnante sta scuotendo in questi giorni i cerebri già da tempo provati del mondo cinebloggaro italico. L’imprevista apparizione, quasi teofanica, di Kotionkin sulle frequenze di blogspot ha scombussolato non poco le categorie mentali kantianamente predisposte e rigidamente compartimentate tipiche della speciale nicchia ecologica popolata dai cineblogger. Sospetti, sussulti, depistaggi, isteria diffusa, clima maccartiano, sussurri e grida. Prove e controprove, tesi e ipotesi, verità e menzogne, moventi esterni ed interni possono essere portati a sostegno delle più disparate argomentazioni su chi si nasconda "DAVVERO" dietro il cartello di Kotionkin. Per questa ragione, animati solo e soltanto dall’amore per la verità e desiderosi di fare al più presto chiarezza sull’argomento, abbiamo deciso di avviare una serie di indagini per venire a capo della spinosa questione. Dopo una lunga sequenza di appostamenti, pedinamenti notturni, intercettazioni ambientali e telefoniche su skype e perizie balistiche, fiduciosi che in questa sede si possa sviluppare un proficuo e illuminante dibattito, nel solco antico del ben noto “spirito democratico” che contraddistingue ogni cineblogger, abbiamo deciso di proporre ai lettori in esclusiva assoluta alcuni scottanti documenti sul tema pervenuti da poche ore in redazione. Quella che vi proponiamo è una sintesi stringata della relazione di indagine conclusiva sul “Rapporto Kotionkin” elaborata da alcuni nostri fidati collaboratori. E’ necessario sottolineare che siamo assolutamente certi della veridicità profonda e assoluta di ogni affermazione qui riportata. E intendiamo anche difendere preventivamente l’onorabilità di tali affermazioni, in vista di probabili ondate di informazioni calunniose e tendenzialmente diffamatorie che potrebbero presto apparire altrove, ingenerando ulteriore confusione e clamore. Alleghiamo al post a beneficio dei lettori parte del contenuto di alcuni importanti dossier non-secretati che ci hanno fornito un contributo sostanziale nella operazione di "verifica dei fatti" e accertamento della verità fin qui compiuta.

top secret 1

 

Esaminiamo la semplice successione fattuale degli eventi, attenendoci ai dati finora in nostro possesso. Nella blog-sfera compare un blog che in modo palese, caustico e divertente prende di mira con un tocco di geniale spirito ironico auto-referenziale la storia stessa del cine-blogging, i suoi archetipi comunicazionali, le sue modalità espressive, i suoi canoni comportamentali, persino i suoi imperativi etici e le sue istanze estetiche. E’ quindi del tutto evidente come dietro una simile operazione di auto-decostruzione volontaria si possa celare soltanto qualcuno che ha contribuito in modo importante alla nascita e allo sviluppo del fenomeno, qualcuno talmente legato affettivamente al “fenomeno” da poter arrivare a concepirne anche una forma di de-mitizzazione. Qualcuno inoltre dotato di spiccato genio comico e capacità comunicativa, qualcuno capace di gettare uno sguardo onnisciente e acuto sulla cine-blogo-sfera. Questa sezione dell’ufficio per le indagini preliminari crede pertanto di aver individuato in Ohdaesu il principale ideatore e geniale “deus ex-machina” dell’intera operazione. top secret 2Evidente poi che la realizzazione di un progetto di tale portata sia stata compiuta con una modalità di cooperazione definibile “a più mani” (suggestione questa sottilmente riconducibile anche al nick scelto dal gruppo per postare "in anonimato": Sheeva, divinità Indù che l’iconografia diffusa vuole rappresentata appunto con “più mani”). Non riteniamo peraltro nemmeno possibile escludere con certezza che anche nella stesura di un singolo post possano lavorare in collaborazione più persone. Accanto al già citato Ohdaesu quindi, abbiamo fondati motivi per supporre che abbiano prestato la loro collaborazione al progetto altre importanti figure di spicco di cineblogger per così dire “storici”: Miss Vengeance appare di certo come una principale indiziata in tal senso. Diversi però i blogger che a vario titolo potrebbero aver collaborato alla organizzazione della “congiura”. Ne prendiamo in considerazione alcuni. Cinemasema a quanto ci risulta dalle indagini potrebbe aver offerto parte del suo indiscusso genio intellettuale e della sua sterminata cultura alla “causa” (il suo blog non a caso compare nel peraltro depistante trailer abbinato al lancio promozionale del blog). Probabilmente decisivo poi il contributo di alcune pericolose e agguerrite rappresentanti dell’altra metà del cielo cine-bloggaro. MissBlum: con la sua sardonica ironia, la sua contrabbandata “pigrizia” e il suo beffardo spirito “laissez-faire” potrebbe in realtà costituire uno dei nuclei di potere più forti nascosti all’interno dell’organizzazione. Ale55andra: il suo blog è una vera e propria miniera traboccante di post. Fonti di intelligence suggeriscono che all’interno dei post del suddetto blog siano nascoste minacce cifrate al sistema e altri segnali subliminali che minerebbero dalle fondamenta l’organizzazione del consesso civile cinebloggaro nella sua interezza. Trinity: soggetto difficilmente controllabile, impulsivo, per natura incline all’eversione. Contiene peraltro persino nel nick delle impressionanti affinità teologiche con la suddetta “Sheeva” di Kotionkin, elemento di non poco valore ai fini della proposta di incriminazione. In ultimi, ma non per importanza, citeremmo due illustri blogger “outsider” che quasi certamente hanno assicurato il loro sostegno all’operazione. Souffle (nella impostazione grafica “minimal” di Kotionkin è evidente l’apporto di un raffinato esteta del blogging come lui) e Losteyeways (l’assenza del suo link nella colonna dei blog “spiati” non tragga in inganno: essa rappresenterebbe a nostro modo di vedere un palese tentativo di depistaggio, oltre che un acuto omaggio cinefilo ai giochi di rifrazione multipli presenti nel cult di Micheal Powell da cui il blogger ha preso in prestito il nick)

 

top secret 3Passiamo ora brevemente in rassegna quanti altrove sono stati o saranno ingiustamente e proditoriamente accusati di poter essere coinvolti in quella che da alcuni organi di stampa è stata ormai ribattezzata “Kotionkin disconnection – connection” o, per i nostalgici della cortina di ferro “Kotionkinopoli”. Necessario per il bene di tutti fare un po’ di chiarezza ed evitare processi sommari e giudizi forcaioli. Un primo imputato che ci sentiamo di scagionare con assoluta convinzione, incrollabile certezza e senza ombra di dubbio alcuna è Honeyboy: per una serie di pressanti impegni di natura extra-cinebloggara che lo assillano in questo periodo, e per una sua naturale e radicata propensione al “bene” riteniamo con certezza che sia impossibile, assurdo e persino gravemente offensivo immaginare anche solo per un istante un simile soggetto (che non farebbe DAVVERO “male a una mosca”, figuriamoci se mai si potrebbe accanire sul corpo martoriato di una zanzara) inserito in un contesto radicalmente eversivo come quello di “Kotionkin”. Ancora. Sicuramente avulso dal fenomeno “Kotionkin” è una recente re-incarnazione bloggara di una qualche vecchia conoscenza cinefila: William Dollace. Il suo stile delirante, sconnesso, febbricitante e personalissimo non si coniuga in modo organico e costruttivo con la prosa per forza di cose chiara, diretta, essenziale richiesta da un blog come “Kotionkin”. Da escludersi anche il convolgimento nel progetto di qualche altro autorevole blogger osservatore/ free thinker non-collocabile: Unodipassaggio su tutti. In aggiunta, collocabili nella lista dei “francamente improbabili”: un blogger per troppi versi atipico e un lonesome cowboy della blogo-sfera come Pickpocket, la celebre coppia Para&Chimy (blogger attenti e appassionati, persone che difficilmente potrebbero concepire la “decostruzione” e la “demitizzazione” dell’angolo di web a cui sono così tanto dediti), il sornione e pacifico Noodles, il ConteNebbia (troppo impegnato in altri atti di blasfemia, antropofagia e malvagità assortite per imbarcarsi in un progetto impegnativo e dispendioso di tempo ed energie psico-fisiche come questo), Trino, Gokachu (su questi ultimi due blogger l’ufficio si riserva di chiedere l’autorizzazione a indagini aggiuntive, data l’esigua disponibilità di materiale investigativo sul loro conto). In conclusione, una precisazione importante: ci sentiamo di escludere da una partecipazione attiva alla realizzazione di “Kotionkin” anche Kekkoz. Una figura di spicco così importante nel mondo stesso del “cineblogging” potrebbe però aver assicurato il suo influente appoggio esterno all’intera operazione.

 top secret

 

Numero di protocollo: 98436176

Aut. Proc. Def. 12/65/1 del 11/06/2008

STRICTLY CONFIDENTIAL