“Fuga da Los Angeles”

In un recente dossier di “Nocturno” curato da Davide Pulici si è tracciata la rotta di una memorabile cavalcata in un genere (o magari un sotto-genere, se non un trans-genere) come il cosiddetto “Aftermath” o cinema “Post-atomico”. Bizzarra ibridazione di fantascienza, western, noir e action-movie con ambientazioni post-catastrofe nucleare e più o meno vigorose implicazioni socio-politiche. Il filone ha conosciuto enorme fortuna anche nel nostro paese, grazie all’opera di una schiera di registi apprezzati oggi da una minoranza underground di happy few. Da Castellari (“1990: I guerrieri del Bronx”, “Fuga dal Bronx”, “I nuovi barbari”) a Martino (“2019 dopo la caduta di New York”, “Vendetta dal futuro”), passando per i vari Aristide Massaccesi (“Endgame – Bronx lotta finale”), Ruggero Deodato (“I predatori di Atlantide”), Tonino Ricci (“Rush”, “Rage – Fuoco incrociato”) e persino Lucio Fulci (“I guerrieri dell’anno 2072”).

Inscritti al centro di un percorso per sua natura deviato e distopico come questo, ci sono i due fondamentali film di John Carpenter “1997: Fuga da New York” e “Fuga da Los Angeles”. In particolare il secondo dei due, per metà remake/calco e per metà sequel del precedente, poco apprezzato dai carpenteriani, rasenta il capolavoro nella sua folle (in)genuinità narrativa e nel suo meraviglioso (dis)impegno. E’ il ritorno on-stage del grandissimo Snake Plissken/Kurt Russel: semidio monoculo figlio delle lunghe ombre langhiane, apoteosi iconica dell’iconoclastia post-moderna, tatuaggio indelebile su pellicola di un cinema d’altri tempi (il western classico) e di tempi altri. Interamente giocato sulla dualità e sulla ripetizione interna del numero due, il secondo capitolo delle “fughe” carpenteriane (a proposito: è in arrivo il terzo anello della catena, una “Escape from earth” che sembra già dal titolo rievocare più di un fantasma da Marte) è la massimalizzazione del conflitto fra narrazione (sabotata, bucherellata, ridicolizzata in più punti e con diverse armi) e visione (pervicacemente ricondotta ad una sorta di norma, di regola, di canone). E’ la messa in discussione della stessa potenza rivoluzionaria del cinema, in buona misura piegata ad una uniformità massmediologica imposta ed ineludibile. Kurt Russell nel finale del film (uno dei più decisivi e beffardi di tutta la storia del cinema) che con il suo atto radicalmente eversivo “spegne” l’intero pianeta, in qualche modo annichilisce anche ogni residua capacità del cinema di potersi porre come veicolo/vettore di “messaggi” in un contesto in cui ogni “messaggio” (o presunto tale) contribuisce solamente all’ulteriore de-cerebrazione di un’umanità già ridotta ad informe massa gelatinosa priva di ogni capacità critica. Meglio allora tentare di far saltare gli ingranaggi di questo meccanismo perverso schiacciando l’interruttore giusto al momento giusto. Meglio restare al buio e cavalcare l’onda perfetta insieme ad un Peter Fonda sbucato fuori dal nulla, perdersi nella notte freak di questa città degli Angeli Perduti in avanzato stato di decomposizione, planare su un deltaplano insieme all’ologramma sfuggente di Pam Grier, trans(fuga) in protesi di silicone e celluloide.

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“Il matrimonio di Lorna”

lorna

C’è ancora tempo per aspettare un cinema come quello dei fratelli Dardenne? C’è ancora spazio per un tipo di cinema così radicalmente "centrato" sulle persone, tanto (con)centrato sugli "affetti" da permettersi il lusso di mettere da parte ogni altro tipo di "effetto"? Ascoltare i film dei fratelli Dardenne significa sintonizzarsi sulla lunghezza d’onda del reale, percepirne la rivoluzionaria forza tellurica che sale dal basso, dalle periferie, dalle banlieu, dai crepacci di una società fatta di donne e uomini sempre più incapace di riconoscersi nell’altro. Al centro del "Matrimonio di Lorna" c’è ancora una volta una storia di disperate solitudini, di umanità smarrite, di finzioni perpetuate come unico (e aberrato) sistema di adattamento possibile al reale. Il paradosso più interessante dentro questo film, nella cornice spartana di una mise-en-scene (soltanto apparentemente) annullata, è proprio il ripetersi di azioni (vere, reali, o almeno "reali" nella misura in cui può esserlo la finzione filmica) "finte". Lorna, immigrata albanese in terra di Francia, sposa uomini in modo assolutamente "finto", con il solo scopo di ingannare il sistema burocratico e procurarsi una fonte di sostentamento economico. Lorna si procura dei lividi (reali) con lo scopo di ricreare nel film "la messa in scena" di un "finto" divorzio. Sembra essere "finta" persino la presenza che Lorna percepirà dentro di sè nel corso del film. Una realtà invisibile eppure capace di determinare una svolta fondamentale nella vita di Lorna e nel film dei Dardenne. Ancora una volta l’importanza estrema del fuori-campo. Di quanto per scelta etica ed estetica viene lasciato dai fratelli Dardenne ai margini dell’inquadratura, ai confini dell’osservazione, a cavallo tra visibile e invisibile. Presenza sfuggente, tangenziale, periferica. Eppure decisiva. Come la loro macchina da presa.

[***1/2]

Masters of light/ V

Sven Nykvist

  • La fontana della vergine, Ingmar Bergman (1960)
  • Come in uno specchio, Ingmar Bergman (1961)
  • Luci d’inverno, Ingmar Bergman (1963)
  • Persona, Ingmar Bergman (1966)
  • Sussurri e grida, Ingmar Bergman (1973)
  • Scene da un matrimonio, Ingmar Bergman (1973)
  • L’inquilino del terzo piano, Roman Polanski (1976)
  • Sinfonia d’autunno, Ingmar Bergman (1978)
  • Fanny e Alexander, Ingmar Bergman (1982)
  • Sacrificio, Andrej Tarkovskij (1986)
  • Un’altra donna, Woody Allen (1988)
  • Crimini e misfatti, Woody Allen (1989)
  • Celebrity, Woody Allen (1998)

Thanks, David

"In autentico stile Midwest, la gente di Bloomington non è scostante ma tende ad essere riservata. Può capitare che uno sconosciuto vi sorrida calorosamente, ma in genere non ci saranno chiacchiere nella sale d’attesa o in fila alla cassa. Adesso però, grazie all’Orrore, c’è qualcosa di cui parlare che è più forte di ogni inibizione, come se fossimo tutti lì e avessimo appena visto lo stesso incidente stradale."

David Foster Wallace, "Considera l’aragosta"

 

“Strange days”

Per una estetica destrutturata delle percezioni. Frammentazione, parcellizzazione, atomizzazione di vissuti in forma di proiettato/proiezione. Fuori e dentro, ora e allora, prima e dopo, in un continuo gioco dialogico e interscambio di posizioni spazio-temporali. “Strange days” è forse il film che in modo più folgorante e folgorato (lobotomizzazione, implosione, colliquazione continua della corteccia cerebrale) ha esplorato il cinema come declinazione elettrizzata di sensazioni audio-visive (con)divise e reiterate ad libitum. Ambiguo e sfuggente furto di realtà, sottrazione di essenza di reale alle cose, fantasma di verosimiglianza, circuito neuronale di ri-elaborazione di una esperienza sensibile. Furto e ripartizione. Vedere un film, vedere lo stesso film equivale a condividere con altre persone la stessa identica refurtiva, equivale a percepire sul piano sensibile lo stesso oggetto, equivale a porsi tutti esattamente in una identica posizione e prospettiva rispetto alla stessa cosa. Evento miracoloso che presuppone l’annullamento (sul piano puramente sensibile) delle diverse angolazioni attraverso le quali ci relazioniamo col mondo. Miracolo che nella percezione di una realtà non-filmica non potrà quindi mai avere luogo. Lo SQUID di “Strange days” è quindi la stessa sostanza psicotropa immateriale di cui è imbevuto il cinema fin dalla sua nascita.

bigelow

 

Insieme a “Point break” uno dei veri punti di rottura del cinema statunitense di fine millennio. Riflessione di devastante portata sulla civiltà dell’immagine e sull’immagine di una civiltà sempre più vicina alla barbarie. Sul punto di non-ritorno di un anno 2000 specchio di una storia già vista e già scritta di violenze, repressioni e vite/vetri/verità in frantumi. C’è davvero tutto in “Strange days”. Tutto quello che dovrebbe esserci, e al posto giusto. A cominciare dalla straordinaria unità trinitaria di attori Bassett-Fiennes-Lewis. Tre facce della medesima deriva esistenziale post-moderna. C’è poi il riscatto negato di un grandissimo Vincent d’Onofrio, repressore represso con le mani contaminate dal suo stesso sangue. C’è l’abilità registica totale, assoluta, esplosiva di Kathrin Bigelow al suo apice artistico, con questo film definitivamente consacrata alla leggenda. Uno sguardo schizoide, fratturato nel suo (s)montaggio frenetico, costantemente sopra le righe, costantemente iper. Iper-reale, iper-cinetico, iper-adrenalinico. Eppure percorso nel suo vitalismo dallo spettro di una specie di voyeurismo necrofilo. Occhio che uccide, Micheal Powell. Ancora una volta. Terribile istante di verità e di scarto. Cono d’ombra in cui il cinema stesso si vede morire. Vittima e carnefice impressionati per sempre dentro la zona morta dello stesso fotogramma.

 

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Cronache dalla Laguna/3

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“Encarnacao do demonio” – Jose Mojica Marins (Fuori Concorso)

 

Ed eccoci al vero momento cult (meglio ancora stra-cult) dei giorni lagunari. La visione in sala grande di “Encarnacao do demonio”, a mezzanotte, con presenti in sala il sublime Ze de Caixao alias Coffin Joe, nonché il nostro amatissimo Conte reduce dal red carpet ha rappresentato un momento di quelli che i fortunati presenti potranno descrivere ai nipoti con orgoglio. Film esaltante e disturbante come pochi altri, questo terzo capitolo della trilogia horror brasiliana di Coffin Joe (a proposito, almeno 3 le trilogie che si sono chiuse quest’anno a Venezia: singolare coincidenza). Pellicola splendidamente girata, dalla dirompente forza visiva e dal fortissimo impatto splatter, eppure percorsa da alcune riflessioni sotterranee e profondissime sul senso stesso del cinema come “territorio” di mezzo tra presente e passato, tra bene e male, tra vita e morte. Visione per stomaci forti e palati raffinati. Ne riparleremo.

 

Voto: 8,5

 

“Shirin” – Abbas Kiarostami (Fuori Concorso)

 

Troppo radicale, troppo estremo, troppo complesso (nella sua assoluta, totale semplicità) per poterne parlare in poco spazio. Il cinema di Kiarostami è un cinema di idee applicate nella loro essenzialità al mezzo cinematografico. Con questo film declinato per intero al femminile, uno dei più coraggiosi e sperimentali di tutto il cinema degli ultimi anni, Kiarostami si spinge con la sua poetica molto oltre rispetto a quanto aveva fatto con i film precedenti. Il risultato è uno di quei film che dividono e che non possono mettere tutti d’accordo. Sicuramente il film più interessante tra tutti quelli visti. Anche qui: se ne riparlerà. Sperando in una degna distribuzione.

 

Voto: 9

 

“Vinyan” – Fabrice Du Welz (Fuori Concorso)

 

Film strano, credo non completamente riuscito. Racconta la storia di una coppia di coniugi europei che decide di mettersi alla ricerca del figlio scomparso durante uno tsunami nella giungla Thailandese. I due si renderanno protagonisti di una specie di discesa nell’incubo, man mano che le loro solide certezze occidentali cominceranno ad essere scalfite dalle ombre e dall’ipnotizzante presenza di una natura a loro ostile. A tratti bello, con alcune immagini che non si dimenticano. Alla lunga decisamente troppo ripetitivo.

 

Voto: 5,5

 

“L’autre” – Patrick Mario Bernard e Pierre Trividic (Venezia 65 – In concorso)

 

Una delle più positive sorprese. Singolarissimo film, meritevole di attenzione soprattutto (se non soltanto) per quanto riguarda il suo aspetto puramente visivo (di fotografia e regia). Purtroppo un po’ carente sul piano della sceneggiatura: plot nebuloso e dal tono indeciso. La carenza però come dicevo può per certi versi essere compensata da un lavoro davvero accurato e creativo sulla composizione delle immagini, improntato sulla linea di una estrema libertà tecnica ed espressiva. Più video-arte che cinema-cinema. Ci è piaciuto comunque.

 

Voto: 8

 

Cronache dalla Laguna/2

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"Arcana" – Giulio Questi (Rassegna speciale "Questi fantasmi")

La visione in sala, a Venezia, di questo folle ed inquietante frammento disperso del cinema italiano è stato per quanto mi riguarda sicuramente uno dei momenti più alti di tutta la kermesse lagunare. Lodi sperticate al grande Tatti Sanguineti e a Sergio Toffetti per aver pensato di inserire anche questo titolo nella preziosa rassegna "Questi fantasmi". Dopo la proiezione a completare l’idillio alcune memorabili esternazioni dello stesso Questi ("un film che io stesso non ricordavo più di aver girato") e l’incommensurabile Enrico Ghezzi che ghezzeggiava fuori-sincrono sul concetto di (s)montaggio nel cinema di Kim Arcalli. Momenti irripetibili. Non potremo non dedicare un post a questa indimenticabile e sconvolgente visione/esperienza.

Voto: 8

"The Burning Plain" – Guillermo Arriaga (Venezia 65 – In concorso)

Una delle più solenni delusioni. Film monocorde, scialbo, statico e vuoto. Probabilmente anche presuntuoso. Una sola idea di sceneggiatura (nemmeno così originale e sviluppata senza troppa convinzione), regia col doppio freno a mano tirato, interpretazioni trattenute. Senso di pesantezza angosciante. Morale della favola: che gli sceneggiatori facciano gli sceneggiatori e i registi facciano i registi. Marco Muller in un fantasioso editoriale ha parlato di "film-treno" e "film-carro-di-campagna". Restando nella metafora dei trasporti questo potrebbe definirsi "film-a-dorso-di-mulo". Si guardava l’orologio ogni 5 minuti.

Voto: 4

"35 Rhums" – Claire Denis (Fuori Concorso)

Un vero peccato che questo piccolo film, delicato e composto, elegante e profondo, non sia stato inserito tra i film in concorso. Splendido nella sua semplicità, racconta una storia di integrazione e (dis)integrazione all’interno di una famiglia di origini congolesi trapiantata a Parigi. Davvero ottima ed intensissima l’interpretazione del protagonista maschile Alex Descas. Regia misurata dal pregevole tocco femminile. Una delle cose migliori viste. Felicissima sorpresa.

Voto: 8,5

“La rabbia di Pasolini” – Pier Paolo Pasolini (Rassegna speciale “Questi fantasmi”)

Ci vorrebbe ben altro spazio (e magari ben altro luogo) per affrontare l’analisi di un film problematico, ostico e spinoso come “La rabbia”. Problematico, ostico e spinoso già nel 1963, all’epoca della sua nascita, quando un manipolo di coraggiosi produttori propose a Pier Paolo Pasolini e Giovanni Guareschi l’idea di realizzare un singolare cine-documentario d’attualità socio-politica. I due registi lavorando su materiale d’archivio e cinegiornali dell’epoca avrebbero dovuto costruire una sorta di contraddittorio per immagini e parole, Pasolini proponendo il suo sguardo “da sinistra” e Guareschi “da destra”. La porzione di film realizzata da Pasolini poi sarebbe stata ulteriormente impreziosita dai commenti della “voce in prosa” di Giorgio Bassani e dalla “voce in poesia” (nonché dai dipinti) di Renato Guttuso. Nei giorni scorsi a Venezia è stata presentata una versione arricchita da frammenti inediti e restaurata della “Rabbia di Pasolini”. Tutto bene ma ,come si intuisce dal nuovo titolo, dal film originario è stata letteralmente espunta la parte che pertineva a Guareschi. Scelta a mio avviso sbagliatissima. Avremmo preferito vederla e farcene un’idea. Peccato.

Voto: s.v.