Happy Halloween!

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Oggi alle 15 su PeepingTom l’inizio della nuova tappa del Cineblogger Trivia Awards. Non fatevi spaventare e partecipate numerosi! Dolcetto o scherzetto?

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“The mist”

Periodo denso di uscite estremamente interessanti questo. Proprio nella dimensione della "densità" (contrapponibile alla diluizione) si colloca anche l’ottimo lavoro firmato Darabont e intitolato "The mist". Da molti considerato il migliore adattamento di un romanzo di Stephen King dai tempi di "Shining". Non scopriamo di certo adesso le virtù di un grande cineasta, capace di scrivere/adattare/dirigere due film belli e importanti come "Le ali della libertà" e "Il miglio verde". Con "The mist" una virata di genere ma non di sostanza. Ancora una pugnalata politicamente scomoda alle verità rivelate, al pericolo dei fondamentalismi, al militarismo aggressivo e non rispettoso degli equilibri, agli effetti devastanti della paura (innata o indotta) sull’uomo del terzo millennio. All’interno della cornice/loculo di un "genere" forse definitivamente morto e sepolto come l’horror quindi, la rivitalizzante sferzata della polemica sociologica. Uno schiaffo al Leviatano partorito dalla (in)coscienza degli individui, un colpo di pistola suicida e paradossalmente inevitabile, un monstrum che si palesa in tutto il suo tragico orrore proprio quando the fog sembra diradarsi. La notte delle coscienze partorisce mostri. E mette in luce la vera natura dell’animo umano. Quella biga alata capace allo stesso tempo di innalzarsi al cielo come creatura angelicata e, in un attimo (nella frazione di secondo necessaria per premere un grilletto) di precipitare nell’abisso del male più profondo. "Lezione" morale (mai moralistica) diretta ed essenziale anche nelle scelte stilistiche e di linguaggio. Dalla quasi totale assenza di contrappunto musicale al continuo, ossessivo ricorrere allo zoom, associato spessissimo alla mobilità quasi parkinsoniana della camera. Spasmo visivo, messa a fuoco difficoltosa, disorientamento dello/nello sguardo difronte alla catastrofe imminente.

[****]

“Vicky Cristina Barcelona”

vicky allen 

“Vicky Cristina Barcelona” è un gran film. Un film scritto e diretto con enorme padronanza espressiva. Un “bellissimo film”, per dirla utilizzando l’algoritmo valutativo simpaticamente naif adoperato nella Connection. Apro con questa netta ed inequivocabile presa di posizione un post di chiara fede alleniana, scritto da un alleniano convinto e allenato (si spera non alienato). E’ di tutta evidenza che con “Match Point” la filmografia di Woody Allen ha conosciuto un importante risveglio dal tautologico torpore in cui andava calando. Il cambio di scena e l’aria della Vecchia Europa avevano già allora fatto bene alla messa in scena alleniana. La tendenza era stata poi confermata lo scorso anno dai cinerei e londinesi grigiori di “Cassandra’s dream” e ha trovato perfetto compimento in questo splendido Allen catalano. Partiamo dunque dal titolo (per una volta non deformato in chiave grottesca dalla traduzione italiana). Il titolo del film racchiude in un’economica e fulminante sintesi i tre protagonisti del film stesso. Vicky (un’ottima Rebecca Hall, quasi una nuova Annie Hall): puro alter-ego alleniano, un meraviglioso Woody in gonnella e senza occhiali. Realista, nevrotica, insicura, americanissima. Cristina (Scarlett Johansson): incarnazione archetipica del burroso ideale femminino alleniano. Bella e sciocca, carnosa e infantile, fasulla figura di (posticcia) intellettuale à la page, insulsa nella sua smania di atteggiarsi eppure in grado di esercitare un fascino irresistibile su qualsiasi individuo di sesso maschile le capiti a tiro. Anche lei: americanissima. Infine Barcellona: la capitale ispanica, vera terza protagonista del film, non solo set a cielo aperto. Con i suoi colori nazionali (il giallo oro e il rosso sangue, sapientemente accostati nella tavolozza della splendida fotografia di Javier Aquirresarobe), i suoi suoni (le chitarre di flamenco), i suoi profumi, i suoi sapori. Barcellona e due americane quindi, al centro del vero (e più interessante) triangolo amoroso del film. Un triangolo tutto al femminile, saffico, questo sì intriso di amorosi sensi e di fascinazioni esotiche. Un triangolo che collega antico e nuovo continente, Mirò e Jackson Pollock, la Rambla e la Fifth Avenue. La Spagna alleniana è la Spagna vista con gli occhi di un americano, di uno dei più grandi (e geniali) americani viventi. E’ la Spagna che avvince e ammalia con i suoi cromatismi accesi e con la sua passionalità focosa. Ma è anche la Spagna che parla una lingua incomprensibile (“Non parlare spagnolo davanti a lei!”) per chiunque in quella terra non vi sia nato e non si sia “nutrito” della sua cultura e della sua luce. E allora forse a ben guardare “Vicky Christina Barcelona” finisce paradossalmente per parlare più di America, che di Spagna. Perché l’America è il luogo che Allen conosce meglio. Perché la sua Spagna non è che una parentesi giallo-rossa tra due voli intercontinentali. Perché Allen, da americano, può permettersi di sorridere (dis)incantato e assorto davanti agli eccessi (e agli accessi, d’ira furente e pistolettate isteriche) di una cultura che non sarà mai la sua, che sente anzi lontana anni luce dalla sua sensibilità ma da cui si sente nonostante tutto profondamente attratto. E’ l’inconciliabile e tragicomica collisione tra due weltanschauung antitetiche del mondo: il turgido e autodistruttivo romanticismo latino e l’algido, razionale, puritanesimo anglosassone. Perfettamente incarnati da un meraviglioso quartetto di attori. Ottime non soltanto le prove di Penelope Cruz e di Javier Bardem (in questo film entrambi se vogliamo elementi di “colorito folklore locale”). I veri protagonisti di questa satira di costume (alla ineffabile moralità americana e ai folli furori romantici mediterranei) in forma di favola metropolitana (da qui l’utilizzo, stilisticamente perfetto e sempre sul filo della sottile ironia, della voce narrante onnisciente) sono da ricercare, come detto, altrove. Forse anche in quella Manhattan che fuori campo attende paziente che gli Yankees facciano ritorno a casa sani e salvi.

 

[**** 1/2]

10! – Round n.10

Eccoci. Pronti per il gran finale? Siamo vicinissimi al traguardo, i paparazzi si accalcano per scattare le fotografie ai vincitori… pochi minuti ci separano dall’assegnazione del titolo di questa tappa del "Cineblogger Trivia Award". Chi la spunterà sugli altri? Chi avrà l’onore di finire sul podio? A breve tutte le risposte. Buona gara e… che vinca il migliore!

“La classe”

 la classe

“La classe” è luogo fisico (e insieme tempo della vita) di condivisioni forzate e individualità nascenti. E’ momento di incontro e di conflitto, coacervo ribollente di diversità “costrette” dentro le mura. Frammentato frammento di società, sineddotico rimando ad un corpo sociale ancora in fieri eppure già drammaticamente imploso dentro sé stesso. E’ quindi (o dovrebbe essere) il luogo ideale per imparare la sintassi della comprensione, la grammatica della convivenza, il valore dell’ascolto, il rispetto dei reciproci “colori”. Compito dell’educatore cercare di trarre l’arcobaleno da un’apparente tavolozza di tonalità discromiche, la melodia dall’accostamento di note e “registri” apparentemente dissonanti. Il film Palma d’oro a Cannes nel 2008 riesce nella difficile impresa di raccontare questa realtà (l’unica realtà possibile nella sempre più multietnica banlieue francese) senza facili didascalismi o sbandamenti retorici. Con lucidità, coerenza e sincerità esemplari. Cucendo sulla pelle dei protagonisti uno sguardo costantemente “ad altezza d’uomo”, che guarda dritto negli occhi e negli occhi coglie l’essenza di una comunicazione molto spesso incapace di farsi “parola”. Al centro del “discorso” di Cantet il concetto di regola, di legge, di nomos. Se imparare le regole è la prima regola da imparare, è altrettanto vero che la regola non può trasformarsi in rigido “regolamento” (di conti) tra vittima e carnefice. La norma non può e non deve diventare arma di repressione o di “demolizione” se la sua vera funzione è la “costruzione” delle identità, la valorizzazione delle reciproche differenze. Fondamentale allora l’esigenza di problematizzare, contestualizzare, attagliare il canone (anonimo, asettico, indistinto) all’individualità e alla diversità di ogni “lingua”. Registri, sguardi, percezioni diverse del reale. Volti come grafemi, inscritti nella profondità di campo di un fotogramma.

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