“Il curioso caso di Benjamin Button”

Il curioso caso di Benjamin Button si apre con una immagine di straordinaria importanza. La primissima cosa che David Fincher decide di farci vedere è un logo della Warner Bros. interamente composto da bottoni. Come se tutta la storia del cinema si potesse concepire come un grosso cumulo di bottoni colorati. Di taglie, forme, colori e materiali diversi. Il bottone è un luogo fisico di congiunzione, un istmo fatto per tenere insieme due pezzi di tessuto diversi. Benjamin è intrinsecamente “un Button” perché è egli stesso la sintesi vivente di due cursori temporali che si muovono nella stessa direzione ma con versi opposti. Il suo corpo (nato vecchio) è destinato a ringiovanire col passare degli anni (rivelando tra l’altro quanto le due età estreme della vita costituiscano due realtà per tanti aspetti sovrapponibili). La sua psiche (tabula rasa alla nascita) è destinata nel corso del tempo ad invecchiare. Accumulando ricordi, sensazioni, esperienze. Benjamin Button è quindi la saldatura vivente (solo per un istante perfetta: nell’attimo in cui la sua immagine si raddoppia sul vetro di uno specchio e il tema tutto fincheriano della dualità conosce un’altra straordinaria declinazione) tra due movimenti antitetici e contrapposti del tempo, e i suoi occhi sono i testimoni diretti di questo impensabile miracolo. Nel suo sguardo si sovrappongono incontri, distacchi, perdite. Tutto “il curioso caso” è infatti letteralmente disseminato di dipartite, continuamente bucherellato da una successione di decessi e di distacchi. Sono le persone che Benjamin ha incontrato sul suo cammino e che, per colpa di un incredibile scherzo del destino, sono condannate a morire prima di lui scorgendo nei suoi occhi la luce di una youth without youth. Dipartite ed agnizioni. E’ da questo duplice raccordo di allontanamenti/ravvicinamenti che germina il senso profondo del film di David Fincher. Il suo Benjamin Button si inserisce perfettamente in un più ampio “discorso a più voci” che sembra interessare molti dei più giovani cineasti del panorama contemporaneo. P.T. Anderson con “There will be blood”, Sam Mendes con “Revolutionary Road”, Baz Luhrmann con “Australia”. E a questi si può aggiungere un giovane-vecchio (alla Button) come Clint Eastwood e il suo magnifico “Changeling”. Ognuno secondo le tonalità peculiari della sua tavolozza espressiva, eppure tutti come accomunati da un sentore di assoluta necessità, e dalla volontà di esprimere un’idea comune. Per poter continuare “ad esserci”, per non smarrire il senso dell’orientamento mentre fuori imperversa l’uragano bisogna ristabilire un legame con i padri. Sulla base di un rapporto affettivo. Non “comandato”, istituzionale, programmatico, prescritto. O teorico. Affettivo. Che passi cioè attraverso una fase decisiva di agnizione (e nel film di David Fincher ci sono ben due agnizioni padre-figlio, una delle quali non a caso collocata proprio nella fabbrica di bottoni) e si compia poi nel gesto sincero, disinteressato, amorevole di un abbraccio riconoscente verso coloro che sono venuti prima. E di cui inevitabilmente (persino senza rendercene conto) portiamo il peso sulle spalle.

 

button

 

Tutto il cinema fonda il suo statuto ontologico su un ineludibile paradosso. Macchina cinema/macchina del tempo, capace di filmare il tempo e di congelarlo. Di riavvolgerlo su un nastro e di prevederne infinite altre riproduzioni in altri luoghi e in altri tempi. Macchina (del) tempo scissa tra il percorso di dispositivo tecnologico (come tale proiettato necessariamente in avanti, verso il futuro, un passo oltre il possibile) e la sua natura di creazione umana, frutto di un cammino durato decenni e figlio un  patrimonio e di una eredità che in esso si è via via sedimentata (che rivendica la sua imprescindibile importanza, e che è possibile cogliere soltanto voltando lo sguardo anche verso ciò che è già stato, ancora verso ciò che è già passato davanti ai nostri occhi). E’ il cortocircuito concettuale di un mezzo che in superficie è materialmente legato al perenne ringiovanimento (tecnico, o tecnologico) ma che dentro di sé non può non avvertire tutto il peso di oltre 110 anni di vita. Tutto il cinema che è venuto prima di questo cinema allora è stato utile e necessario, e ha avuto la sua piena legittimazione teorica semplicemente per il fatto stesso di esserci stato e aver costituito così “uno dei bottoni” dentro la scatola. Allacciare una corrispondenza interiore, spirituale, con questo tesoro ereditato diventa necessità imperante per provare a mantenere le posizioni mentre fuori si abbatte la tempesta del secolo. Accendere una lanterna magica, o un lume votivo nella camera verde, può servire ad illuminare la strada. Quella già percorsa e quella da percorrere. Il cinema, specchio come sempre fedele del suo tempo, è al guado. Potrà superare la scossa di terremoto che stiamo vivendo solo se sceglierà di edificare le sue fondamenta su un terreno solido. Come quello arato e dissodato da chi è venuto prima. Perfetto per piantarci radici profonde e per (ri)costruire sul suo humus vitale i presupposti di un rinnovato sguardo di meraviglia verso il fluire del tempo ed i suoi infiniti battiti d’ali. "Nei tempi stretti delle nostre vite tutto resta lì, angosciosamente presente; le prime immagini dell’eros e le premonizioni della morte ci raggiungono in ogni sogno; la fine del mondo è cominciata con noi e non accenna a finire; il film di cui ci illudevamo di essere spettatori è la storia della nostra vita." (Italo Calvino)

 

[*****]

Annunci

21 risposte a ““Il curioso caso di Benjamin Button”

  1. @Chimy: Non te la cavi così… dobbiamo parlarne per bene… voglio capire. (è una minaccia, ovviamente ^^)

    @Honeyboy: Thanks. 🙂

  2. ecco, digleilo un po’ anche tu alla connection. Fortuna che abbiamo un po’ rimpinguato… con un triumvirato da cinque pallette!
    Agli oscar ovviamente non se lo son filato di striscio.

  3. oi stefano, secondo me sei stato esageratamente buono buono con questa pellicola.
    personalmente credo si tratti di un discreto film, ma nulla di più. le 13 candidature (esagerate anche loro), si sono infatti risolte con ben pocchi oscar.
    il film è godibile, anche se a volte si ingolfa nella lentezza. mi è sembrato un po’ un incrocio tra titanic (il rammentare la propria vita e l’amore “incompiuto”) e forrest gump (button che percorre la sua vita e un tratto della storia americana) con la variante del ringiovanimento e minore impeto narrativo e accuratezza dei sopra citati.
    a mio parere 3 stellette erano sufficienti.
    ti consiglio, oltre al romanzodi fitzgerald, anche “le confessioni di max tivoli” di greer, che racconta quasi la stessa storia.
    andrea

  4. @Noodles: Diciamoglielo a gran voce! Il triumvirato delle cinque pallette promette strenua battaglia. 🙂

    Gli Oscar… lasciamo perdere.

    @Andrea: Dunque…
    E’ chiaro che l’impianto narrativo del film è molto simile a quello di molti altri film ma… questo film a mio avviso conserva un suo peso specifico assoluto, tanto nel lavoro di regia (grandioso) di Fincher, quanto nella sceneggiatura (perfetta, necessariamente dilatata e prolissa: credo dovesse proprio essere così, in questo film) di Eric Roth. Nell’insieme un grande affresco sul tempo, e sul tempo nel cinema. Peso specifico che non ritrovo assolutamente in “Titanic”, per esempio. Mentre “Forrest Gump” (bellissimo) per me è tutta un’altra cosa…

    Questa volta siamo in disaccordo, direi. 🙂

  5. Un’altra recensione piena di spunti di riflessione e di ottima qualità. Chapeau! Il film mi è piaciuto molto. Non come al triumvirato – quattro pallette – ma se non ho concesso il massimo è per motivi che dovrei ridefinire in una prossima eventuale visione. Comunque la visone di Button mi ha indotto a scrivere una recensione (almeno credo) insolita, nel senso che alcune sequenze del film sono bastate a suscitare in me sensazioni temporali diverse… difficile da spiegare in poche parole. La tua recensione mi induce a fare altre riflessioni; riguardo al cinema ad esempio potremmo dire che il cinema nasce vecchio (nel nostro immaginario il cinema delle origini è definito “vecchio” e non giovane). Morirà neonato?
    Un saluto 🙂

  6. Bellissimo il quesito posto da Luciano, devo dire. Così come bellissima è questa analisi (vedo che il rapporto coi padri ha fatto colpo anche su di te, oltre che su Dome e di rimando su me). Comunque io non ho apprezzato totalmente la pellicola per alcuni elementi di cui ho già parlato, ma tutto sommato l’ho trovato sicuramente un buon film.

  7. @Cinemasema: Morirà neonato se saprà esplodere di meraviglia. Accecandosi di stupore. 🙂
    (Grazie per l’apprezzamento al post, passerò prestissimo a leggere cosa ne hai scritto tu.)

    @Ale: Beh, se non è un buon film questo io sono Sterling Hayden e tu sei Orson Welles. :))
    E comunque, nel merito, ho letto da te i tuoi appunti al film… li rispetto ma (come puoi immaginare) non li condivido.

    A presto 😉

  8. Ahhhh!!! Momento orgasmico!!! 😀 Per fortuna ho trovato un sostenitore del film di Fincher!!! Credevo di essere l’unico a cui era piaciuto e che aveva scritto qualcosa di positivo su questo film e la cosa mi sembrava alquanto strana!!
    Altro che “Zodiac”…Gran bel ritorno del Caro autore di “Seven”.
    Ha praticamente perso tutto agli Oscar eh, ma d’altronde…quando mai gli Oscar premiano davvero alla perfezione??!!

  9. appena tornato sulla blogosfera trovo che il tuo ultimo articolo è esattamente riguardante uno dei film che al momento sono più curioso di vedere…tendendo in questo caso a fidarmi sono contento di cominciare ad immaginarmelo come un bel film!
    A proposito, seguendo il tuo consiglio ho iniziato a colmare questa mia lacuna…ho visto “Se Sei Vivo Spara”…filmone!

  10. @Zenn: Vattelo a vedere “Benjamin”! Non fartelo sfuggire.

    “Se sei vivo spara”, cambiando bruscamente rotta, anche lui filmone, decisamente. Molto felice che ti sia piaciuto. E se ti è piaciuto non perderti anche “La morte ha fatto l’uovo”.

  11. L’ho visto ieri e devo dire che mi è piaciuto molto, c’è sostanza, c’è cinema. L’ultima parte, secondo me, è bellissima e tostissima, riesce a far star male, l’impossibilità di fermare il tempo, cosa a cui poco pensiamo, è disegnata in pochi, terribili, tocchi d’artista, e fanno male. Anche a me la vecchietta che racconta mi ha ricordato Rose di Titanic, e il predicatore, mutatis mutandis, mi ha ricordato quello del petroliere con D. Day Lewis, ma dopo la Bibbia, l’Iliade e l’Odissea tutto è citazione e tutto si può riferire a qualcos’altro, l’importante è l’occhio di chi racconta, e qui è un buon occhio.
    Chiudo con una cosa che mi ha fatto sorridere, a un certo punto si dice “vendei” per tre volte, non mi è suonato bene, e infatti è una parola che usava Ariosto.
    Ho letto la recensione, dopo il film, e nobilita il film, se ce ne fosse bisogno.

  12. @Markx: Thanks! Fa piacere vedere che anche altri spettatori hanno apprezzato questo film. Sembra che in giro ci sia solo gente che lo ha poco gradito. Fortunatamente non è proprio così. 🙂

  13. Qualche anno fa ho letto un bel libro di P.Dick, “In senso inverso”, che racconta una storia di uno che esce dalla tomba e comincia a vivere al contrario, magari non c’entra col film, ma mi sono ricordato adesso, se qualcuno ha interesse.

  14. Non conosco il racconto di Dick ma potrebbe essere una specie di rilettura in chiave fantascientifica del testo di Francis Scott Fitzgerald. Buona segnalazione.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...