“Vincere”

“Ho visto Mussolini, al cinema. Molto diverso”. Lo afferma uno dei personaggi del film di Marco Bellocchio. C’è davvero uno scarto, nel film, tra l’icona-volto storica di Benito Mussolini (quella dei cinegiornali, dei libri di storia, di tutto un immaginario collettivo) e quella del Mussolini re-incarnato nelle sembianze di Filippo Timi. In più di una occasione l’ardito montaggio del film gioca persino ad accostare deliberatamente queste due figure, svelandone le incongruenze fisiche. Quasi a voler porre in opposizione il vero Mussolini e qualcuno che (e in una delle scene finali del film questo è chiaramente suggerito) si limita ad interpretarlo. E sarà proprio la “interpretazione di un personaggio” la possibilità che uno psichiatra indicherà ad Ida Dalser come unica via di salvezza perseguibile dalla follia e dalla disperazione. Sta forse in questa giustapposizione la natura tutta dialogica di questo (grande) film. Un dialogo inscritto nel cinema, che al cinema continuamente rimanda e che di frammenti di altro cinema si nutre e compone. Bellissima e significativa la sequenza in cui all’interno di una chiesa (trasformata in ospedale di guerra) si proiettano scene del “Christus” di Giulio Antomoro. Una chiesa che si trasforma in ospedale che si trasforma in cinema: tre diverse "sacralità" sovrapposte e stratificate in un solo luogo. Polifonia di voci e di mezzi espressivi. Un dialogo anche e soprattutto storico (o storiografico). Dopo “Buongiorno, notte” un nuovo capitolo di una sorta di libro apocrifo sulla storia segreta del nostro paese. Nella volontà di decrittare il linguaggio del potere e raccontarlo in modo altro ricollegabile al “Divo” di Paolo Sorrentino.

 

La macchina da presa di Bellocchio torna prepotentemente a farsi “camera stilo” per provare a ri-scrivere, imbevuta nell’inchiostro di uno straordinario impeto espressivo, un pezzo importantissimo della storia d’Italia e tentare di comprendere le ragioni di un doppio tradimento: quello di Mussolini ai suoi ideali giovanili (il socialismo democratico, il pacifismo, il sostegno alle classi più deboli, il viscerale anticlericalismo) e quello di Benito nei confronti di Ida Dalser e suo figlio. La “scrittura” di questo duplice tradimento si materializza sul film di Marco Bellocchio a caratteri cubitali, si consuma nella magnifica fotografia sgranata e plumbea di Daniele Ciprì (che, da sola, vale il prezzo del biglietto), e rivive in un uso assolutamente interessante e significativo degli effetti digitali. Pur con delle evidenti differenze di tono. Se la prima parte del film, con il suo ritmo incalzante e il suo violento mescolarsi di riprese del film a materiale d’archivio dell’Istituto Luce, è quasi una riscoperta formale (e critica) del marinettismo futurista, la seconda, più virata (anche nella colonna sonora di Carlo Crivelli) verso il melodramma, assomiglia ad un “Changeling” di casa nostra. Singolare che questo film sia uscito in Italia a distanza di 100 anni esatti dalla pubblicazione del Manifesto del Futurismo. Il tempo trascorso è servito per capire la genesi profonda di molti errori. Per comprendere quanto siano (state) pericolose l’idea che il progresso dovesse passare attraverso una necessaria fase di cauterizzazione violenta e la folle illusione di una guerra (r)innovatrice. Il busto di Mussolini in frantumi, stritolato sotto il peso dei caratteri della sue epigrafe (“VINCERE”), non è che l’emblematico e persistente segno di questa drammatica sconfitta.

 

[**** 1/2]

13 risposte a ““Vincere”

  1. Commento complicato perché la recensione mi è piaciuta moltissimo ed è molto stimolante, ma il film a me non ha convinto del tutto e non per motivi che si vanno a contraporre al tuo post.

    Diciamo che per me molti dei ragionamenti che hai fatto, sulla natura dell’immagine, su varie suggestioni, sono presenti nella prima parte; ma non nella seconda dove per me il film si va ad appiattire e risulta molto meno privo d’interesse rispetto alla prima.
    Per ora non aggiungo altro 🙂

    Un saluto 🙂

    Chimy

  2. anche a me la seconda parte non mi ha entusiasmato, avevo in testa ancora “Buongiorno notte”.
    poi le cose si sedimentano e allora magari capisco che non è giusto fare confronti, e che questa storia è così, e dalla Storia del primo tempo si passa alla storia del secondo tempo, e la Storia schiaccia le storie, purtroppo.

  3. @Fmmasala: La Storia che schiaccia le storie, esatto. E stavolta non c’è nessuna fuga immaginativa ad offrire una pur illusoria consolazione finale.

  4. Quest’appunto sulla diversa qualità delle (presunte) due parti, sentito da più parti, io non riesco a capirlo fino in fondo. Lo slancio e il furore futurista sfuumano nel fuore e nello slancio del melodramma popolare, dai proclami utopistici avvolti nella nebbia e nel sangue si passa al dolore dichiarato sotto gli occhi silenziosi di tutti. La Storia, le storie e ancora il Cinema, i cinema. E poi sarà anche che proprio nella (presunta) seconda parte c’è la sequenza forse più esaltante del film, quella del ritorno di Ida al manicomio tra la folla inneggiante, con la macchina da presa fissa su di lei, sballotata nell’abitacolo della vettura. Infine, dall’altra parte del finestrino una bimba smarrita mentre Ida guarda con un lieve sorriso enigmatico direttamente in camera.

  5. A questo punto mi pento amaramente di non essere riuscita ad andare a vederlo. Mi interessa molto il discorso sulle diverse “voci” da te citato e anche a questo punto la fotografia, per cui vale la pena di vederlo.
    Spero di riuscire a recuperarlo al più presto.

  6. @UdP: Esatto. D’accordissimo con te. La ricchezza (disomogeneità?) di toni può essere (e in questo caso lo è) un valore aggiunto.
    Aspetto fiducioso un tuo post dedicato al film. 🙂

    @Ale: Ebbene sì. Film che meritava la visione in sala. Forse sei ancora in tempo. Io te lo consiglio.

  7. devo ammettere che anche io ho notato un – lievissimo – scarto tra le due parti, ma al tempo stesso pensavo che potesse essere voluto a rappresentare proprio l’involuzione di Mussolini, da ardente “futurista” al ripiegamento della dittatura sulle più canoniche istituzioni di parata.

  8. @Noodles: E’ anche questa una chiave di lettura possibile. Una progressiva trasformazione in “norma” linguistica (che comunque, a mio avviso, non scade mai nel banale o nello scontato), che segue l’istituzionalizzarsi della vicenda personale di Mussolini.

  9. Anch’io mi pento di non averlo visto. Ammetto che quando è uscito non gli ho dato molta importanza. Dev’essere un film molto emozionante (tra l’altro conosco la storia di Ida Dalser e ho visto il documentario “Il segreto di Mussolini” trasmesso in tv). Insomma un grave errore non aver visto Vincere. Spero di rimediare magari in un cinema estivo. Bellissima recensione.

  10. @Cinemasema: Il tempo a disposizione e la spesso indegna distribuzione sono 2 nemici con cui bisogna convivere. Io putroppo non sono ancora riuscito a vedere il film di Lars Von Trier, per esempio.
    “Vincere” ha qualche speranza in più di essere distribuito nelle rassegne estive, hai ragione. Ti auguro di riuscire a vederlo. Sono certissimo che lo apprezzeresti.

  11. @Lessio: Vero? Siamo in due. E la Giovanna Mezzogiorno della seconda parte del film mi ha per diversi aspetti ricordato la Jolie del film di Eastwood.

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