“The Informant!”



Steven Soderbergh dopo le fatiche cubane del mastodontico film sul Che deve essersi sentito particolarmente stanco. Nel fisico, soprattutto. E c’è da capirlo. Tanto sfinito da avvertire la necessità fisiologica di riposare le stanche membra con un film, come "The informant!", che ha nel punto esclamativo del titolo il suo più elevato picco di eccitazione. "The informant!" è un film da camera in tutti i sensi. Costruisce l’intera sua fortuna sulla parola e sulla mimica di Matt Damon, che peraltro (va detto) offre una ottima interpretazione. Oltre a questo non c’è molto altro negli interni di "The informant!". L’elemento che forse funziona di meno in questo film è con ogni probabilità anche il suo elemento più interessante e decisivo: la sceneggiatura. Senza dubbio in grado di incuriosire, ma a mio parere difficilmente in grado di "tenere" per tutte le quasi due ore del film. Il film procede, a mò di valanga, per accumulazione, senza tuttavia mai sforzarsi di introdurre elementi di variazione e novità dentro la sua struttura narrativa, che scivola via in modo piuttosto piatto e monocorde fino al (poco incisivo) finale. E Matt Damon, a differenza di quanto si è letto in giro, offre una interpretazione convincente ma del tutto in linea con molte altre della sua carriera, già vista e ancora una volta incastrata dentro lo stereotipo del simulator ac dissimulator. A Venezia surclassato sul piano del ritmo e della brillantezza dal gradevolissimo film del compagno di merende George Clooney, che con "The men who stare at goats" del semi-esordiente Grant Heslow, ha comunque riscattato i destini della banda di Ocean.

[***]

Annunci

La rovinosa caduta / dal cielo alla terra


Il rovesciamento prospettico tra cielo e terra, il chiasmo percettivo che ribalta l’alto e il basso, il volo e la caduta sono poli dialettici che trasversalmente attraversano la produzione cinematografica di Werner Herzog. Più volte Herzog, soprattutto nel primo periodo della sua produzione, ha abbassato il suo sguardo avvicinandolo (e avvicinandosi) al suolo, agli aspetti più grevi e dolorosi connessi con la menomazione, con il minus habens di chi guarda le cose da un punto di vista più basso rispetto a quello “degli altri”. E’ del 1970 la prima, allucinante incursione dentro la distorsione estrema di una rivoluzione dei nani, culminante in un delirio orgiastico di convulsa quanto inconcludente anarchia. Dell’anno successivo è “Futuro impedito”, un reportage sul disagio sociale con cui quotidianamente convivono i bambini tedeschi colpiti da gravi malformazioni fisiche. La teratogenesi innescata dalla Talidomide e il reiterato furto di dignità cui questi bambini vengono sottoposti arrivano a contaminare anche i loro disegni, specchi fedeli tanto della solitudine quanto della enorme forza interiore che abita dentro di loro. Nello stesso anno Herzog affronta in uno dei film più belli e importanti di tutta la sua filmografia (“Paese del silenzio e dell’oscurità”) la sfida più grande che un cineasta possa concepire: mettere il dispositivo audiovisivo al servizio di un racconto che prescinde da immagini e suoni. La sfera sensoriale di un sordo-cieco diviene terreno fertile per lo sviluppo di riflessioni di radicale importanza sul linguaggio (del cinema e non solo), sulla fede, sulla disperata necessità degli uomini di relazionarsi con il mondo e con la natura. Dopo aver esplorato le vette dell’estasi più assoluta, le rovinose cadute di Kaspar (caduta come azzeramento di un mondo di segni e strutture costituite) e le insondabili profondità di un cuore di vetro, Herzog negli anni ’80 configura altre due tappe importanti inscritte in questa sorta di percorso di progressivo abbassamento dello sguardo. Un momento apparentemente minore della filmografia herzoghiana come “God’s Angry Man – Fede e denaro” segna un primo cortocircuito tra infinitamente alto e infinitamente basso, tra trascendente e immanente. Negli occhi e nelle parole del dottor Gene Scott, sfuggente telepredicatore americano che in nomine Jesu raccoglie milioni di dollari con le sue furenti arringhe dinanzi alla telecamera, il baluginante nistagmo della stessa follia di uomini come Aguirre, Timothy Treadwell o Brad McCullum. Il traboccante eccesso di un fervore che alimenta la (con)fusione tra cielo e terra, vita e morte, paradiso e inferno. Nel 1984 ancora una volta, a 8 anni di distanza da "Nobody wants to play with me", la macchina da presa di Werner Herzog si abbassa per catturare lo sguardo dei più piccoli. Ancora uno sguardo trafitto, privato del fondamentale diritto ai sogni a cui nessun bambino al mondo dovrebbe mai rinunciare. “La ballata del piccolo soldato” documenta l’immane tragedia dei bambini soldato nel Nicaragua lacerato da rivoluzioni e contro-rivoluzioni. Gli Indios Miskito, per secoli isolati dal resto del mondo e della storia, catapultati al confine di eventi che non comprendono, cercano la risposta alla barbarie giocando alla guerra. Inconsapevoli vittime nell’olocausto dell’innocenza. E’ nel pellegrinaggio, nella ricerca di una verità più vera, nel camminare a piedi sperimentando l’aspra ruvidità della terra che trova sfogo il desiderio di catarsi dell’umanità di ogni angolo del globo. Sui laghi gelati della Siberia, lungo le scalinate che conducono verso i santuari del sincretismo a Città del Messico o in Tibet ai piedi del monte Kaylash. Luoghi alla fine del mondo, in cui la ricerca di una verità estatica si coniuga con il ribaltamento fisico di cielo e terra, e rintocchi dal profondo riecheggiano nel canto dei leoni marini.

“Il cattivo tenente – Ultima chiamata New Orleans”

 

 

E’ abbastanza difficile partorire una valutazione equilibrata di un film come “Bad Liutenant – Port of call: New Orleans”. Difficile e, con tutta probabilità, inutile. Può essere invece molto più utile e interessante marcare qualche punto fermo relativo alla sua genesi. Werner Herzog, che da qualche anno vive stabilmente negli States e che ha sposato una statunitense, con questo film ha voluto sperimentare l’ennesima avventura/diversione del suo cinema erratico: il viaggio dentro il cinema “commerciale” e “di genere” americano. Un divertissement, un mettersi alla prova in qualcosa che raramente nella filmografia del regista bavarese aveva avuto prima diritto di cittadinanza: la realizzazione di un film pensato per la grossa distribuzione, che avesse tutte le carte in regola per poter raggiungere la più ampia fetta di pubblico. Fin qui le motivazioni “artistiche”. E’ noto poi che dietro l’operazione “Bad Liutenant” c’è stata, da parte della produzione e del regista, la volontà di recuperare almeno una parte dei soldi investiti per la realizzazione di un altro film (che preferiamo non nominare). Herzog si è trovato a lavorare per “Bad Liutenant” su una sceneggiatura non sua (caso rarissimo nella sua storia di cineasta), per giunta dovendo affrontare da subito la grana Abel Ferrara, rabid dog in preda alla furia omicida incazzato nero per essersi visto profanare il suo Cattivo Tenente. A questo proposito conviene chiarire subito un concetto: il film di Herzog non è un remake del film di Ferrara. Addirittura Werner ha affermato di non aver mai nemmeno visto il film di Abel. Quella di Herzog è piuttosto la rilettura di un personaggio, che trae spunto da alcuni elementi del film di Ferrara, li trasferisce dentro cornici e contesti radicalmente diversi e sviluppa su questi un discorso che nulla (o pochissimo) ha in comune con l’opera di Ferrara. Durante la conferenza stampa di presentazione del film sono emersi particolari decisivi relativi alla visione che Werner Herzog ha di questo suo film. Werner considera il suo Bad Liutenant un film noire. A suo dire il noire è un genere cinematografico figlio di momenti di particolare incertezza sociale ed instabilità economica. Herzog ha raccontato che solo pochi giorni dopo la fine delle riprese del film si verificò il terremoto dei colossi di Wall Street che tutti ricordiamo, e secondo lui la presenza minacciosa di questo scenario di apocalisse incombente deve avere in qualche modo influenzato l’umore e il tono del film. Altro elemento di grande interesse è la scelta di girare il film nella New Orleans post-uragano Katryna. New  Orleans è la vera protagonista del film di Herzog, a partire dal titolo: la sua aura magica e allucinata pervade tutto il film, e la sua musicalità sciamanica rappresenta il binario morto lungo cui si muove la bizzarra parabola autodistruttiva del tenente Cage. Il sogno di un pesce, la visione di un febbricitante, segnata dalla presenza di alcune memorabili unghiate herzoghiane. Su tutte la marmorea ed esilarante stupidità di una iguana ripresa a distanza super-ravvicinata con una fibra ottica.

 

[*** ½]

Venezia 66

Primo resoconto con voti in scala da 0 a 10 delle pellicole viste, nelle varie sezioni, durante la 66esima mostra del cinema di Venezia. Seguiranno, nelle prossime ore e nei prossimi giorni, commenti o recensioni dei film ritenuti dalla redazione di Cinedrome più importanti. Stay tuned. And stay scared.  

Venezia 66 – Concorso

Life during wartime, Todd Solondz: 9

The road, John Hillcoat: 7

Lourdes, Jessica Hausner: 8

Bad Liutenant: Port of Call New Orleans, Werner Herzog: 7.5

Tetsuo the bullet man, Shinya Tsukamoto: 8

White Material, Claire Denis: 8.5

Capitalism: A love story, Micheal Moore: 8

Lo spazio bianco, Francesca Comencini: 4.5

My Son, My Son, What Have Ye Done, Werner Herzog: 10

Lebanon, Samuel Maoz: 9

Survival of the dead, George A. Romero: 7

36 vues du Pic Saint Loup,  Jacques Rivette: 6

Venezia 66 – Fuori Concorso e altre sezioni

South of the Border, Oliver Stone: 7

Napoli Napoli Napoli, Abel Ferrara: 7.5

The men who stare at goats, Grant Heslow: 7.5

The informant!, Steven Soderbergh: 6.5

I sogni muoiono all’alba, Indro Montanelli/Enrico Gras/Mario Craveri: 6.5 [Questi fantasmi 2]

Metropia, Tarik Saleh: 6 [Settimana della critica – evento speciale]

Il terrorista, Gianfranco De Bosio: 7.5 [Omaggio a Tullio Kezich]

Toy Story 2 3D, John Lasseter/Lee Unkrich/Ash Brannon: 8.5 [Leone d’oro alla carriera]

Up, Pete Docter: 9.5 [Leone d’oro alla carriera]

Dieci Inverni, Valerio Mieli: 5.5 [Controcampo italiano]

Pepperminta, Pipilotti Rist: 3 [Orizzonti]

La Bohème, Werner Herzog: 9 [Orizzonti – eventi]

Deserto Rosa – Luigi Ghirri, Elisabetta Sgarbi: 5 [Orizzonti – eventi]

Citaem blokadnuju knigu (Reading book of Blockade), Aleksander Sokurov: 8 [Orizzonti – eventi]

P.S. Per considerazioni preliminari su buona parte di questi film potete spostarvi qui e qui, a casa di amici.

My Werner, My Werner, What Have Ye Done

my-son-my-son-herzog-traile.jpg image by The_Playlist

[Play soundtrack]

"Anni fa stavo cercando il gallo più grande che potessi trovare e ho sentito di un tizio a Petaluma, in California, che possedeva un gallo di più di tredici chili, chiamato Weirdo. Purtroppo Weirdo era morto, ma i suoi figli erano ancora vivi ed erano anche più grossi. Mi sono recato sul posto e ho trovato Ralph, figlio di Weirdo, che pesava incredibilmente quattordici chili e mezzo! Poi ho trovato Frank, una speciale razza di cavallo in miniatura, alto meno di sessanta centimetri. Ho detto al proprietario di Frank che volevo riprendere Ralph mentre inseguiva Frank – quest’ultimo con un nano in groppa – intorno alla più grande sequoia del mondo, trenta metri di circonferenza. Sarebbe stato stupefacente perchè il cavallo e il nano insieme sarebbero stati comunque più bassi di Frank, il gallo. Ma sfortunatamente il proprietario di Frank ha rifiutato. Ha detto che la cosa avrebbe fatto sembrare stupido Frank."

Werner Herzog, Incontri alla fine del mondo – conversazioni tra cinema e vita, a cura di Paul Cronin, Ed. Minimum Fax