Top 20 Best Movies 2009

FUORI QUOTA

"My Son, My Son What Have Ye Done" (W. Herzog)


 

1) "Gran Torino" (C. Eastwood)

2) "Nel paese delle creature selvagge" (S. Jonze)

3) "Up" (P. Docter)


4) "Il curioso caso di Benjamin Button"  (D. Fincher)

5) "Nemico Pubblico"  (M. Mann)

 

6) "Bastardi senza gloria" (Q. Tarantino)

7) "Ponyo sulla scogliera" (H. Miyazaki)

 

8) "Vincere" (M. Bellocchio)

9) "Revolutionary Road" (S. Mendes)

10) "Lebanon" (S. Maoz)


11) "Segreti di famiglia" (F.F. Coppola)

12) "Parnassus- L’uomo che voleva ingannare il diavolo" (T. Gilliam)

13) "Two lovers" (J. Gray)

14) "Antichrist" (L. Von Trier)

15) "Australia" (B. Luhrmann)

16) "The wrestler" (D. Aronofsky)

17) "Capitalism: a love story" (M. Moore)

18) "Coraline e la porta magica" (H. Selick)

19) "Frost/Nixon: il duello" (R. Howard)

20) "Il cattivo tenente – Ultima chiamata New Orleans"  (W. Herzog)

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“La principessa e il ranocchio”

 
Una delle prime decisioni di John Lasseter, dopo aver assunto il timone di comando della nuova Pixar assemblatasi con i pezzi della vecchia Disney, è stata quella di ricominciare a puntare con decisione, negli studios della Disney, sulla animazione tradizionale. Scelta saggia, di diversificazione delle tecniche e forse anche delle fasce di pubblico. Se la Pixar con i suoi ultimi capolavori ha dimostrato di poter esercitare notevole interesse su fette di pubblico molto ampie, la Disney attraverso il suo consolidato mix di animazione, buoni sentimenti e musica mira a rilanciarsi nel ruolo di catalizzatrice dell’attenzione soprattutto dei più piccoli. “The princess and the frog”, presentata lo scorso Settembre in una piccola anteprima nel corso della cerimonia veneziana di consegna del Leone d’oro alla carriera alla Pixar, non si discosta dalla più che collaudata formula che ha contraddistinto l’animazione disneyana degli ultimi anni. L’elemento grafico però sembra animato da una ritrovata freschezza, imbevuto nei colori caldi e nelle atmosfere della New Orleans del Jazz e del Woodoo. Anche la colonna sonora, ravvivata dalle note di Randy Newman e dalle esecuzione del grande Dr. John, fa segnare un netto passo in avanti rispetto agli ultimissimi film Disney. Si è dovuti tuttavia arrivare alle soglie del 2010 per riuscire a vedere protagonisti di un film disneyano dei personaggi di colore. Per decenni la popolazione di colore negli Stati Uniti, proprio attraverso i cartoon, è stata vittima di una subdola campagna di vera e propria discriminazione razziale. Lunghissima e articolata la serie dei famigerati “Banned cartoons”, black-list di svariati cartoni animati, usciti dalla penna di animatori come Tex Avery, Chuck Jones o Friz Freleng che negli anni ha veicolato nelle case di milioni di americani tanti pericolosi stereotipi razziali. In anni più recenti personaggi come Woopy Goldberg e Spike Lee hanno provato a fare luce su questa bruttissima pagina di storia, ancora troppo misconosciuta. La Disney per anni non ha preso posizione sull’argomento, improntando comunque tutta la sua produzione ad una linea fermamente e costantemente “wasp”. Nel Natale 2009 la Disney sforna il suo primo lungometraggio in cui per la prima volta a vestire i panni di eroi positivi sono uomini (e soprattutto donne) di colore. Sull’onda lunga dell’entusiasmo obamiano. Un importante segno dei tempi. Forse fuori tempo massimo.

[*** 1/2]

4 colpi di un assassino/ il giallo all’italiana nel 1970 e dintorni

      

 

La morte del cinema di genere in Italia è figlia, oltre che di importanti mutazioni di gusti e tendenze, di un certo logoramento dei canoni espressivi e linguistici che a questi generi sono correlati. La filmografia di Dario Argento, con la graduale involuzione che contraddistingue già il cinema dei suoi esordi, può costituire un ottimo esempio a questo proposito. Argento esordisce dietro la macchina da presa nel 1970 con “L’uccello dalle piume di cristallo”, grazie all’appoggio fondamentale del padre produttore. Argento firma anche la sceneggiatura del film, e si avvale della collaborazione di un giovanissimo Vittorio Storaro per la fotografia e di Ennio Morricone per la composizione della colonna sonora. “L’uccello dalle piume di cristallo” è un esordio folgorante. In quel film la scrittura di Dario Argento, pur denunciando da subito il suo enorme debito verso alcuni padri illustri (su tutti il Mario Bava di “Sei donne per l’assassino”), sembra pervasa da un calibrato intento di “sperimentazione” ed esplorazione delle potenzialità espressive del mezzo cinema inteso come medium proteso verso la cattura di immagini e suoni rivelatori. La stessa attenzione, coniugata ad una diligente e avveduta costruzione formale, si riscontra anche nel film successivo, il secondo capitolo della cosiddetta “trilogia degli animali”.

 

 

 

“Il gatto a nove code”, girato a pochi mesi di distanza dal precedente, è forse uno dei titoli più interessanti dell’intera filmografia argentiana, sebbene quasi disconosciuto dal suo autore. Non mancano, anche in questo film, gli spunti di riflessione “teorica” sul mezzo (il cieco, un grande Karl Malden, che indaga su una efferata sequenza di omicidi, l’ingannevole rappresentazione dell’immagine fotografata, le soggettive dell’assassino), ma la costruzione della sceneggiatura comincia a denunciare qualche crepa: il giallo si risolve in modo abbastanza inverosimile, i tasselli della vicenda sembrano non combaciare perfettamente tra loro e il tono complessivo del film subisce qualche primo pericoloso sbandamento verso la melassa o verso la macchietta. “Quattro mosche di velluto grigio”, terzo capitolo della trilogia, conferma tutto quanto di buono e di cattivo visto nel suo predecessore. Film invisibile per lungo tempo e solo da non molto tornato alla ribalta, è dei tre il film che in modo meno convincente tenta di coniugare interessanti trovate visive ad un intreccio a tratti decisamente improbabile. Del velluto grigio del titolo nel film non c’è traccia, e anche la messa in scena di Argento comincia a slabbrarsi e a perdere la forza stilistica e la coerenza dell’esordio. Dopo, nella carriera artistica del cineasta romano, sarà un continuo susseguirsi di alti e bassi. Il giallo all’italiana sarà comunque un territorio destinato ad essere esplorato sporadicamente, e con rarissimi esiti positivi. Una menzione speciale merita un film coevo all’esordio di Argento, quel “Colpo Rovente” oggi divenuto oggetto di culto per molti cinefili. Esordio senza seguito alla regia dello scenografo Pietro Zuffi, co-sceneggiato da Ennio Flaiano, vertiginosamente (s)montato dal grande Kim Arcalli, musicato in modo pazzesco da Piero Piccioni e nobilitato da una assurda interpretazione di Carmelo Bene, è il termine di paragone ideale per mettere in evidenza, per contrasto, tutto quello che è da sempre mancato al cinema di Dario Argento: quella sana dose di sfrenatezza e di freschezza “di sguardo” che ha reso per esempio immortale il cinema di maestri come Mario Bava e Lucio Fulci.

“Parnassus – L’uomo che voleva ingannare il diavolo”

Partiamo da un presupposto. Il cinema di Terry Gilliam oppone delle strenue resistenze interne a qualsiasi tentativo di analisi "critica". Preservare tracce della sua visionarietà anarchica dopo una accurata e scrupolosa vivisezione è impresa improba. Fatalmente lo scoperchiamento o lo svelamento di tutti i meccanismi che sostengono il carrozzone “Gilliam” ne provocherebbe una diminuzione di potenza evocatrice. E forse persino attardarsi in considerazioni tecniche sull’oggetto "film" in questo caso lascia il tempo che trova. La sceneggiatura di "The Imaginarium of Doctor Parnassus" è zoppicante in più parti e sotto più aspetti. Sembra una tela grezza multicolore cucita alla meglio, e in cui sono ancora visibilissime tutte le cuciture. L’elemento di maggiore interesse di questo film sta però altrove: nel suo essere (diventato) un caso assoluto e praticamente unico nella storia di metacinema totale. L’intreccio che lega la morte di fiction di Heath Ledger "attore" nel teatrino del Dottor Parnassus, la morte reale dell’attore Heath Ledger sul set (a riprese non ancora concluse, quindi dentro il cinema ma fuori dal film) e i successivi rimaneggiamenti di script e di cast potrebbe da solo bastare a spalancare riflessioni di enorme interesse. Su tutto questo, su una materia di fiction così ampiamente contaminata dalla realtà, dalla vita e dalla morte oltre lo schermo, Terry Gilliam è riuscito a costruire se non il suo film più riuscito di certo uno dei suoi più sinceri e sentiti. Impreziosito da un grande cast e dalla titanica, sulfurea figura di un luciferino Tom Waits, perfetto nei panni di un povero Diavolo di cui è impossibile non fidarsi.

 

[****]