4 colpi di un assassino/ il giallo all’italiana nel 1970 e dintorni

      

 

La morte del cinema di genere in Italia è figlia, oltre che di importanti mutazioni di gusti e tendenze, di un certo logoramento dei canoni espressivi e linguistici che a questi generi sono correlati. La filmografia di Dario Argento, con la graduale involuzione che contraddistingue già il cinema dei suoi esordi, può costituire un ottimo esempio a questo proposito. Argento esordisce dietro la macchina da presa nel 1970 con “L’uccello dalle piume di cristallo”, grazie all’appoggio fondamentale del padre produttore. Argento firma anche la sceneggiatura del film, e si avvale della collaborazione di un giovanissimo Vittorio Storaro per la fotografia e di Ennio Morricone per la composizione della colonna sonora. “L’uccello dalle piume di cristallo” è un esordio folgorante. In quel film la scrittura di Dario Argento, pur denunciando da subito il suo enorme debito verso alcuni padri illustri (su tutti il Mario Bava di “Sei donne per l’assassino”), sembra pervasa da un calibrato intento di “sperimentazione” ed esplorazione delle potenzialità espressive del mezzo cinema inteso come medium proteso verso la cattura di immagini e suoni rivelatori. La stessa attenzione, coniugata ad una diligente e avveduta costruzione formale, si riscontra anche nel film successivo, il secondo capitolo della cosiddetta “trilogia degli animali”.

 

 

 

“Il gatto a nove code”, girato a pochi mesi di distanza dal precedente, è forse uno dei titoli più interessanti dell’intera filmografia argentiana, sebbene quasi disconosciuto dal suo autore. Non mancano, anche in questo film, gli spunti di riflessione “teorica” sul mezzo (il cieco, un grande Karl Malden, che indaga su una efferata sequenza di omicidi, l’ingannevole rappresentazione dell’immagine fotografata, le soggettive dell’assassino), ma la costruzione della sceneggiatura comincia a denunciare qualche crepa: il giallo si risolve in modo abbastanza inverosimile, i tasselli della vicenda sembrano non combaciare perfettamente tra loro e il tono complessivo del film subisce qualche primo pericoloso sbandamento verso la melassa o verso la macchietta. “Quattro mosche di velluto grigio”, terzo capitolo della trilogia, conferma tutto quanto di buono e di cattivo visto nel suo predecessore. Film invisibile per lungo tempo e solo da non molto tornato alla ribalta, è dei tre il film che in modo meno convincente tenta di coniugare interessanti trovate visive ad un intreccio a tratti decisamente improbabile. Del velluto grigio del titolo nel film non c’è traccia, e anche la messa in scena di Argento comincia a slabbrarsi e a perdere la forza stilistica e la coerenza dell’esordio. Dopo, nella carriera artistica del cineasta romano, sarà un continuo susseguirsi di alti e bassi. Il giallo all’italiana sarà comunque un territorio destinato ad essere esplorato sporadicamente, e con rarissimi esiti positivi. Una menzione speciale merita un film coevo all’esordio di Argento, quel “Colpo Rovente” oggi divenuto oggetto di culto per molti cinefili. Esordio senza seguito alla regia dello scenografo Pietro Zuffi, co-sceneggiato da Ennio Flaiano, vertiginosamente (s)montato dal grande Kim Arcalli, musicato in modo pazzesco da Piero Piccioni e nobilitato da una assurda interpretazione di Carmelo Bene, è il termine di paragone ideale per mettere in evidenza, per contrasto, tutto quello che è da sempre mancato al cinema di Dario Argento: quella sana dose di sfrenatezza e di freschezza “di sguardo” che ha reso per esempio immortale il cinema di maestri come Mario Bava e Lucio Fulci.

10 risposte a “4 colpi di un assassino/ il giallo all’italiana nel 1970 e dintorni

  1. Non sono mai stato un estimatore di Argento, anche se mi mancano i primi tre film che forse sono anche i migliori. certo, amo Profondo rosso come forse tutti ma gli altri li reggo poco. anche il tanto decntato Suspiria mi sembra soffra delle solite problematiche dei suoi film: sceneggiatura all’acqua di rose, risoluzione inverosimile, una trama che serve solo da pretesto ad Argento per lasciarlo libero di creare le sue "uccisioni" sempre più strambe e ricercate, con un tale slegamento dal resto che sfocia in una sorta di pornografia della violenza, compiaciuta e alla fine anche involontariamente risibile (a me fa sempre ridere il finale della tipa in Suspiria che finisce impiccata dopo essere passata per diecimila torture…).

  2. Non amo Argento. Ed ovviamente non lo considero un maestro nel suo genere. Ma sono molto d’accordo con l’opinione che i suoi migliori film sono la "trilogia degli animali", mentre dopo questa purtroppo breve parentesi iniziale, Argento si è buttato più su un cinema fatto di sangue e sempre meno composto da una logica decente. Già da "Profondo rosso", film ridicolo a mio modesto parere, appare tutto il cinema che verrà, fatto di decapitazioni, squarci e braciole di maiale. Il pubblico apprezzerà molto alcune pellicole, ed io ancora mi chiedo il perchè. "Suspiria" è uno dei film più brutti che ho visto in vita mia. Magari, se restava solo uno sceneggiatore, poteva guadagnarsi una grande carriera (d’altronde ha collaborato alle sceneggiature di "C’era una volta il West" e "Metti una sera, a cena").

  3. @Noodles: A me "Suspiria" non è dispiaciuto. Considero comunque "Profondo Rosso" il miglior Dario Argento, e forse quel film è proprio la sintesi in bella copia di tutti i 3 film di cui si parla nel post. Ti consiglio comunque di vederli, godibilissimi tutti e tre.
    Saluti, e auguroni di buon Natale.

    @Al: Non sono d’accordo con te su "Profondo Rosso". 🙂
    Film in cui i contributi di Bernardino Zapponi e dei Goblin fanno fare il salto di qualità decisivo ad Argento. I problemi maggiori per Argento, secondo me, sono iniziati dopo "Suspiria" e hanno raggiunto livelli proeccupanti con i film degli ultimi anni…
    Saludos, e auguri anche a te

  4. I film degli ultimi anni di Argento mi fanno sempre venire voglia di piangere. Questi tre titoli mi mancano, ma mi attirano sempre morbosamente. Prima o poi ovviamente li recupererò.

  5. A quando un’edizione integrale in dvd della gemma di Zuffi? Dopo il passaggio a Venezia sarebbe possibile editarla…che tristezza gli ultimi vent’anni di cinema di Argento….un declino tale lo fa diventare uno dei registi più sopravvalutati del nostro cinema

  6. @Ale: Recuperali… ti piaceranno. :))
    Byby

    @Scaglie: Purtroppo sono reperibili solo versioni super-mutilate di quel film, hai ragione. Che tradiscono completamente lo smontaggio Arcalliano, tra l’altro. Speriamo in qualcosa di degno a breve, magari confidando in una opera buona della Minerva-RaroVideo.

  7. Si capisco che vado contro l’opinione comune affermando che "Profondo rosso" è un film molto brutto. Fondamentale la’pporto di Zapponi e dei Goblin. Io direi quasi che Argento ci si è disteso sulle musiche del film, facendole diventare il Leit Motiv e la vera ragione d’esistere del film. Se togliamo un paio di sequenze (il manichino e il primo omicido magari), credo sia un film particolarmente evitabile, figlio di un cambio di rotta fin troppo duro da parte del regista (o dello sceneggiatore, visto che in questo film Zapponi è una new entry).
    Auguri di Buona feste anche a te Pick.

  8. @Al: Ti concedo la radicale diversità di opinione su "Profondo rosso" soltanto perchè l’espressione "particolarmente evitabile"  è meravigliosa. 🙂
    Saludos

  9. Come noterai qui e qui , sono da sempre un attento studioso e appassionato del primo argento: come dici giustamente tu, la trilogia degli animali resta uno dei vertici della sua cinematografia, quando ancora argento sembrava aver voglia di sperimentare e di cercare nuove strade all’interno di un certo cinema di genere che, per quanto sia debitore del film culto di mario bava da te citato, lo stesso argento ha contribuito a far nascere (in fondo il film di bava ha indicato la via, ma credo che argento l’abbia davvero imbeoccata per primo). Concordo sul fatto che dei 3 il migliore sia l’uccello dalle piume di cristallo (in cui la commistione fra il thriller e il giallo classico raggiunge l’amalgama perfetto), ex aequo agli altri 2, di cui ho apprezzato molto la sperimentazione tecnica (in particolare nelle soggettive de il gatto a 9 code, con la bellissima scena al cimitero). Dopo, Argento ha firmato un capolavoro assoluto, Profondo Rosso, per poi inziare una parabola discendente con poche buone eccezioni (suspiria, phenomena) che da sempre aumenta il mio rimpianto nei confroni di un autore che non è stato capace, a mio parere, di sfruttare fino in fondo le sue idee ed il suo talento.

  10. @MonsierVerdoux: Concordo pienamente con tutto quello che hai scritto nei tuoi due post, siamo sulla stessa lunghezza d’onda. 🙂
    Soltanto mi sembra che "4 mosche di velluto grigio" sia già almeno di un gradino inferiore ai due precedenti. La colonna sonora del "Gatto a nove code" rientra secondo me tra i massimi capolavori morriconiani.
    Saluti e auguri!

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