Gods and monsters

“A serious man”

 
E’ un sillogismo privo del termine conclusivo l’ultimo (grandissimo) film dei fratelli Coen. Una sfida alla logica e alla fisica, (s)montata e costruita in modo impeccabile, giocata sul filo del paradosso e di uno scuro sarcasmo esistenziale. Insieme all’ultimo Todd Solondz è anche il film che forse più di tutti gli altri all’interno del nuovo cinema americano, rivendica le sue radici di piena appartenenza alla cultura e alla tradizione ebraica. Il protagonista del film, uomo serio dalla struttura mentale rigidamente impostata sui binari della legge azione-reazione, si lancia in un vero e proprio cammino di rivelazione. Graduale e ineffabile, scandito dal progressivo avvicinamento alla fonte della verità, il percorso si conclude con la più clamorosa delle sottrazioni. Davanti alla quale non può che calare il buio dei titoli di coda. Probabilmente il miglior film dei Coen, sugli stessi livelli (e sulle stesse tonalità, benedette dalle note di Carter Burwell e dalla fotografia di Roger Deakins) di un capolavoro assoluto come “Fargo”. Una lettura accurata e acuta delle antinomie che squarciano la tela di questo film è stata data qui, a casa di amici di Cinedrome.
 
[*****]
 
“Antichrist”


 
Difficilissimo esprimere un giudizio di valore su un film come “Antichrist”. Probabilmente il film soffre di una stratificazione di livelli persino eccessiva, che sovrappone ad un (interessante) registro clinico-psichico un livello simbolico-horrorifico che crea alcune confusioni. Non è da sottovalutare nemmeno il fatto che Von Trier abbia dedicato il suo film all’opera e al genio di Andrej Tarkovskij: la natura, con la sua potenza generatrice/distruttrice, in “Antichrist” riveste un ruolo fondamentale. Ed è l’opposizione stato di natura/civiltà (insieme a quella femminile/maschile) a costituire forse la chiave di lettura migliore per comprendere il senso profondo del processo di elaborazione del lutto e del dolore messo in scena dal regista danese. Forse l’unico modo per provare ad entrare dentro questo film è approcciarlo senza alcuna volontà esplorativa o analitica, scivolando nelle sue pieghe senza porsi troppi quesiti interpretativi. Eppure il film di Von Trier, a fine visione, lascia lo spettatore con una messe di dubbi e interrogativi davvero impressionante: chi è the Antichrist? Vive nella natura o è una sua negazione? Si ascrive al principio generatore femminile, alla sessualità violenta dell’uomo o è una fusione di entrambi? Straordinaria, comunque, l’interpretazione di Charlotte Gainsbourg: migliore interpretazione femminile dell’anno solare 2009, per quanto mi riguarda. Messa in scena controversa, di rara complessità e ricchezza.
 
[*** 1/2]
 
“Ricky”

 
Non è un film che merita di finire sotto i freddi bisturi di una “analisi” critica il piccolo, meraviglioso, film di Francois Ozon. O almeno, non da queste parti. Miracoloso nella sua calibrata freschezza e linearità, è un film che parla la lingua del cuore e che riesce, attraverso la narrazione di una storia tanto sospesa quanto verosimile, a strutturare attraverso metafora un discorso importantissimo su temi come accettazione, abbandono, fuga, rinascita e teoria del volo. Favola metropolitana, colma di amore e tenerezza, assolutamente da non lasciarsi scappare.
 
[****]

“Avatar”

Cominciamo con una affermazione tanto ovvia quanto, a mio parere, importante: “Avatar” è il più spettacolare film concepibile allo stato attuale dall’industria cinematografica americana. E’ il massimo risultato raggiungibile, adesso, ora da parte di quella enorme macchina dei sogni che nel corso del Novecento ha regalato agli occhi e ai cuori del pianeta mondi infiniti come “Fantasia” o “Star Wars”. Produzione industriale dal budget stratosferico, “Avatar” segna senza dubbio una tappa fondamentale nella storia del cinema per le vertiginose vette tecnologiche raggiunte da Cameron e tutta la sua squadra di tecnici. La straordinaria combinazione di computer-grafica, riprese digitali in 3D e tecnica motion-capture offre allo spettatore del film una esperienza visiva di grande intensità: innegabile. Molte anche le possibili letture teoriche del rapporto tra corpo e avatar, tra “natura” reale e virtuale, tra l’immagine e quello a cui questa rimanda. Quello che non convince fino in fondo del film di Cameron è il suo insistere per quasi 3 ore di film (messe al servizio della spettacolarità più pura e ipertrofica) su una linea di sceneggiatura abbondantemente usurata e prevedibile: la vicenda di un individuo appartenente ad una classe/gruppo di invasori/colonizzatori che, entrato in contatto con le popolazioni invase e rimasto affascinato dalla loro cultura, sceglie di passare dalla loro parte e di contrastare i soprusi operati dagli uomini al fianco dei quali una volta combatteva. La storia del cinema è davvero densa di (grandi) film che in maniera magistrale hanno raccontato vicende simili, ottenendo almeno per quanto mi riguarda risultati di empatia ben più potenti: da “Lawrence d’Arabia” a “Balla coi Lupi”, a “L’ultimo Apache”. La rilettura del discorso anti-colonialista si fonde poi nel film di Cameron a spunti ecologisti e vagamente animisti a difesa di una natura che respira e vive di sinapsi sotterranee, che connettono tra loro tutti gli organismi viventi. Proprio il concetto di link nel film di Cameron rappresenta forse l’elemento cardine di una poetica del virtuale che rimanda al reale. Canale di trasmissione di informazioni, energia, immagini, che trasporta in realtà altre e distanti, dentro virtualmente falsati profili identitari.
 
[****]

“Basta che funzioni”



Aprire un nuovo anno con la visione di un film di Woody Allen è salutare. I suoi film sono come dosi di vaccino: somministrate con cadenze regolari, aiutano a potenziare le difese immunitarie. “Whatever works” è l’ennesima variazione alleniana sul tema della cine-terapia, o terapia del(le immagini e cose in) movimento. Il movimento salvifico è sempre quello più improbabile, in apparenza assurdo, regolato dal caso e generatore di improvvise svolte esistenziali. Il ritorno a Manhattan del cinema di Woody Allen è anche un ritorno a tutti i clichè («il modo migliore per esprimere un punto di vista») alleniani. Lo sfondamento della quarta parete non è uno stilema nuovo nei film di Woody Allen. Si pensi alla cornice di “Io ed Annie” o più ancora all’attraversamento fisico dello schermo cinematografico nella “Rosa Purpurea del Cairo”. In “Basta che funzioni” il canale di comunicazione tra il protagonista del film e i suoi spettatori sembra essere più amalgamato all’interno della “normale” struttura narrativa del film stesso, arrivando a costituirne il nucleo essenziale. Non c’è cesura tra quello che Boris comunica a noi e quello che Boris comunica agli altri personaggi del film. Il tutto avviene, più volte, persino all’interno dello stesso “spazio-tempo” scenico. “Basta che funzioni” funziona proprio in questo. Nel saper fare di una sceneggiatura (come sempre) magistrale un oggetto condiviso. Un vero e proprio dono. Personalmente amo di più i film di Woody Allen con Woody Allen. Ma c’è da dire che la presenza di Larry David lo fa rimpiangere davvero pochissimo. E raggiunge punte  di acre misantropismo che mi risulterebbe difficile immaginare dipinte sul volto di Woody. Buon anno, quindi. Basta che funzioni.
 
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