“Invictus”

Non è affatto semplice riuscire a gestire emotivamente una delusione. Specie se a dartela è qualcuno verso cui nutri una ammirazione sconfinata. “Invictus” è una delusione. Dal regista di alcuni tra i più grandi capolavori del cinema degli ultimi anni è lecito aspettarsi molto di più di un film come questo. Nobilissimo negli intenti e forte nei contenuti, senza dubbio meritevoli di una ribalta planetaria, ma fiacchissimo sotto molti altri aspetti. A cominciare dalla sceneggiatura, piatta e placidamente adagiata sul politicamente corretto, prevedibile e scontata. Senza guizzi. Come senza guizzi e senza nessuna ambizione è la regia del nostro amato Clint. E’ possibile, forse (ipotizzo), che la forza e l’importanza della vicenda narrata abbiano indotto Clint a girare un film con il freno a mano tirato, proprio per lasciare maggiore campo possibile alla storia. Ne è venuto fuori un film che può seriamente ambire a qualche statuetta (Morgan Freeman nel ruolo di Nelson Mandela, in primis) ma che non somiglia nemmeno lontanamente ai capolavori a cui Clint ci ha abituati negli ultimi anni. Ci aveva abituati troppo bene, nonno Clint. “Invictus” si può inserire nel corposo filone di film che hanno trattato la tematica dello sport come arma di riscatto e di conquista civile, dal leggendario “Fuga per la vittoria” ad “Alì”. E’ deficitario però anche e soprattutto nelle sequenze di gioco, che Clint Eastwood prova a girare come Oliver Stone senza essere Oliver Stone. Siamo già in attesa di “Hereafter”, attualmente in post-produzione. Uscita prevista per il Dicembre 2010. A supernatural thriller centered on three people — a blue-collar American, a French journalist and a London school boy — who are touched by death in different ways. Sarà sicuramente un grande ritorno.

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“Tepepa”

 
E’ trascorso poco meno di un mese dalla scomparsa silenziosa di Giulio Petroni. Uno dei tanti grandi artigiani che con vivo entusiasmo e solida professionalità hanno animato, per anni, la scena della produzione cinematografica italiana. Ricordare Petroni significa ricordare il mito assoluto di una pellicola immortale come “Tepepa”. Esaltante come poche altre del genere. Forse per la magnifica colonna sonora morriconiana. Forse per il titanico duello d’attori tra Tomas Milian e un divertito, sornione, Orson Welles, in vacanza in Italia. Forse per quel perfetto finale, sulla stessa falsariga dell’altrettanto memorabile finale di un altro film italiano che di lì a qualche anno avrebbe inondato di sangue il cinema italiano. C’è una distanza incolmabile tra quel cinema e il cinema che oggi in Italia si produce e si consuma. Il film di Petroni, come molti altri dello stesso periodo, figlio arrabbiato del furore sessantottino, non si sottraeva ad una netta presa di posizione politica e sposava in pieno l’idealità rivoluzionaria che si respirava in quei giorni. Tomas Milian era in qualche modo la personificazione perfetta di tutto quello che rappresentava la ribellione, fusione sincretica tra Cristo, Pancho Villa e Ernesto Guevara. Nel giro di una manciata di  anni una serie di interpretazioni in film diventati leggendari: “La resa dei conti”, “Faccia a faccia” e “Corri uomo, corri” di Sollima, “Se sei vivo spara” di Giulio Questi, “Tepepa” di Petroni, “Vamos a matar, companeros” di Corbucci. Mette un po’ di malinconia rivedere Tomas Milian in TV mentre ricorda con la voce rotta dall’emozione le sue tante e multiformi diversioni nel cinema italiano. Da queste parti preferiamo ricordarlo vestito di stracci e lanciato a cavallo nel deserto messicano. A capo di quella rivoluzione necessaria che forse non è ancora cominciata.

“Che”

 

Mettere in scena la vita di un personaggio che ha attraversato i confini della storia per abitare i territori del mito non è mai impresa semplice. Il rischio è duplice: da un lato si rischia di cadere nella agiografia o nella facile santificazione. Dall’altro, per eccesso di asepsi, si rischia di confezionare un prodotto freddo e  sterilmente didascalico. Sapere a quale distanza porre il proprio sguardo è un elemento fondamentale, capace di influire in modo decisivo sulla messa a fuoco dell’oggetto. Steven Soderbergh, che con questi due film si conferma essere uno dei cineasti più versatili (camaleontici?) del cinema americano, ha scelto di porre una ampia distanza tra il suo film e il mito di Che Guevara, annullando invece ogni distanza sul piano fisico dal corpo di Che Guevara. Il Che Guevara di Soderbergh, magnificamente incarnato da Benicio Del Toro, è un Argentino che si offre allo spettatore in tutta la sua più concreta e dolente fisicità. Sulla stessa lunghezza d’onda vibra la seconda parte del film, la più compatta e incisiva, affresco di quella “Guerriglia” boliviana tentativo di innesto di una idea panamericana di rivoluzione anti-imperialista oltre il confine cubano. Molto più pregnante della comunque apprezzabile prima parte, forse un po’ troppo clinica nella sua ricercata alternanza di piani temporali e cromatici. Il viaggio nei giorni del Che si concluderà con l’annullamento della distanza tra lo spettatore e il suo corpo, con una forse blasfema soggettiva della morte (in)diretta del Che. Curiosamente lo stesso sguardo caduto, rovesciato rispetto al piano della percezione vitale dell’occhio che guarda, ha fatto la sua apparizione anche nel finale del coppoliano “Youth without youth”. Curiosamente due soggettive impossibili di due uomini votati alla rivoluzione, morti o morenti, già passati ad un’altra giovinezza immortale. Due prospettive sul tempo arrestate nel loro fluire e consegnate ancora una volta alla eternità del tempo-cinema, tempo senza tempo.


cdee9_che-part-two-UK-poste.jpg image by The_Playlist

“Che – L’Argentino” [***]

“Che – Guerriglia” [****]