“Fantastic Mr. Fox”


 

Non si può non voler bene a uno come Wes Anderson. Uno che sin dalla tenera età ha imbracciato la macchina da presa e, per gioco (ma facendo da subito estremamente sul serio), ha cominciato a girare film. Da allora non ha più smesso di considerare il suo cinema come una specie di giocattolo di puro artigianato, via via realizzando film strepitosamente belli, divertenti, colorati, e curandone moltissimi aspetti della loro produzione. Come un regista d’altri tempi. Il godibilissimo “Fantastic Mr. Fox” è la suo vacanza/omaggio nel mondo dei libri per bambini di Roald Dahl. Un mondo di splendide volpi in completi di velluto, che cercano di mascherare la loro natura selvaggia dotandosi di ogni status di civilizzazione che si rispetti. Utilizzando al meglio la tecnica dello stop-motion, Anderson ricrea in questo film molti dei motivi tipici del suo cinema (la famiglia, le diverse identità all’interno di un gruppo, la scrupolosa attenzione al dettaglio cromatico e di scenografia, le brillanti scelte musicali) confezionando un regalo al suo pubblico e a quanti, tra i più giovani, faranno per la prima volta la conoscenza con il suo cinema. Uno degli appuntamenti imprescindibili di questa stagione cinematografica. Due curiosità cine-musicali: nella colonna sonora, nella prima parte del film, spiccano due importanti momenti legati all’universo disneyano: la canzone che Mr. Fox ascolta con la sua radiolina all’inizio del film è la sigla della miniserie disneyana del 1954 “Davy Crockett”. Più avanti è udibile la melodia di “Love”, tema musicale del più importante parente disneyano di Mr. Fox: il “Robin Hood” a cartoni animati del 1973. Da vedere preferibilmente in lingua originale, per apprezzare le performance vocali di George Clooney e Meryl Streep nonché di alcuni andersoniani di lungo corso come Bill Murray, Jason Schwartzman, Owen Wilson e Willem Defoe.

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Hype dell’anno: il mito della caverna

«Pensa a uomini chiusi in una specie di caverna sotterranea, che abbia l’ingresso aperto alla luce per tutta la lunghezza dell’antro; essi vi stanno fin da bambini incatenati alle gambe e al collo, così da restare immobili e guardare solo in avanti, non potendo ruotare il capo per via della catena. Dietro di loro, alta e lontana, brilla la luce di un fuoco, e tra il fuoco e i prigionieri corre una strada in salita, lungo la quale immagina che sia stato costruito un muricciolo, come i paraventi sopra i quali i burattinai, celati al pubblico, mettono in scena i loro spettacoli».
«Li vedo», disse.
«Immagina allora degli uomini che portano lungo questo muricciolo oggetti d’ogni genere sporgenti dal margine, e statue e altre immagini in pietra e in legno delle più diverse fogge; alcuni portatori, com’è naturale, parlano, altri tacciono».
«Che strana visione», esclamò, «e che strani prigionieri!».
«Simili a noi», replicai: «innanzitutto credi che tali uomini abbiano visto di se stessi e dei compagni qualcos’altro che le ombre proiettate dal fuoco sulla parete della caverna di fronte a loro?»
«E come potrebbero», rispose, «se sono stati costretti per tutta la vita a tenere il capo immobile?»
«E per gli oggetti trasportati non è la stessa cosa?»
«Sicuro!».
«Se dunque potessero parlare tra loro, non pensi che prenderebbero per reali le cose che vedono?»
«E’ inevitabile».
«E se nel carcere ci fosse anche un’eco proveniente dalla parete opposta? Ogni volta che uno dei passanti si mettesse a parlare, non credi che essi attribuirebbero quelle parole all’ombra che passa?»
«Certo, per Zeus!».
«Allora», aggiunsi, «per questi uomini la verità non può essere altro che le ombre degli oggetti».
«E’ del tutto inevitabile», disse.

Platone, "La repubblica"

[Qui qualche notizia in merito]

Omaggio a Jacques Tourneur

Durante la conferenza stampa romana di presentazione di “Shutter Island” Martin Scorsese, nel dissezionare l’articolato background cinefilo che sostiene il suo ultimo lavoro, ha citato due film degni di menzione. Uno è “Laura”, in Italia “Vertigine”, noir di grande raffinatezza ed efficacia del grande Otto Preminger. L’altro è “Out of the Past”, in Italia “Le catene della colpa”, capolavoro nascosto e quasi invisibile di un regista invisibile e sempre più dimenticato come Jacques Tourneur. Francese di nascita e americano di adozione, Tourneur rientra sicuramente in quel gruppo di registi-artigiani che sono riusciti a plasmare la pellicola di celluloide con la forza della loro personale “visione”. Basta ad esempio pescare tra gli horror a basso costo prodotti da Val Lewton e diretti da Tourneur per la RKO, per vedere condensato nel dittico felino “The Leopard Man”/“Cat People”  il nucleo centrale di una poetica della paura non vista (e spesso non nominata), che sembra rimanere sempre un metro fuori dall’inquadratura ma che non cessa mai di far sentire i suoi devastanti effetti sulla psiche e sui corpi degli uomini (Tourneur è regista delle “mutazioni” quanto David Cronenberg o Shinya Tsukamoto, sebbene le sue “mutazioni” siano quasi sempre soltanto suggerite alla immaginazione dello spettatore). In “Out of the past”, mirabile saggio di scrittura cinematografica sorretto da un enorme Robert Mitchum e da un ottimo Kirk Douglas, fantasmi di altra natura (i fantasmi del passato) reclamano un primo piano sin dalla formidabile sequenza di apertura. La forza dirompente di un evento pregresso irrompe nel presente e nel progresso narrativo del film, tanto da obbligare il regista a concederle un flashback ampio quasi metà film. Al centro di questo violento scontro di forze, la magnifica fotografia, contrastata e tagliente di Nicholas Musuraca suggella il soccombere di ogni redenzione possibile davanti alla ineffabile e totalizzante influenza del vissuto sulla vita degli uomini. «That’s not the way to win.»-«Is there a way to win?»-« There’s a way to lose more slowly.»