L’indeterminazione di un principio

Non si chiamava Fritz ma si chiamava Werner, Werner Heisenberg. L’uomo che ha affermato, inchiodando per sempre la sua fama all’omonimo “principio di indeterminazione”, che non si può stabilire in un dato momento l’esatta posizione e l’esatta velocità di un oggetto/particella. L’affermazione equivale a sostenere che di un qualsiasi fenomeno non si possa mai comprendere per intero la portata dinamica. Qualcosa di confinante con alcuni aspetti del criticismo Kantiano, con quel “noumeno” destinato perennemente a sfuggire alla comprensione di ogni “fenomeno” che lo racchiude e nasconde. Il cinema, che è per statuto ontologico arte del movimento, ha eretto un colossale monumento al principio di indeterminazione di Heisenberg attraverso l’opera di Joel e Ethan Coen. In particolare 3 pezzi della loro filmografia possono essere scelti come 3 momenti ideali di una grande dimostrazione cine-filosofico-matematica sulla non-dimostrabilità di un nesso di connessione tra gli eventi e (di conseguenza) sulla impossibilità di comprensione delle dinamiche che li regolano. Il primo dei 3 tasselli di questa trilogia non può non essere “Fargo”. Nella cornice glaciale del Nice Minnesota un uomo senza qualità orchestra il rapimento della moglie per risolvere problemi personali di natura economica (p.s. sono quasi sempre i soldi il primum movens delle reazioni a catena tipiche della sceneggiature coeniane). Gli eventi gli sfuggiranno di mano, e tingeranno di rosso il candore della neve del letargico Upper Midwest americano. Jerry Lundegaard non è che una palla da biliardo che i fratelli Coen fanno rimbalzare sul tappeto del loro script, disegnandone l’imprevedibile traiettoria e  (da osservatori, prima ancora che da creatori) influenzandone il destino. Spesso in altri film dei Coen (“Il grande Lebowski”, “L’uomo che non c’era” o “A serious man”) l’inquadratura è costituita da un fondo nero e da un oggetto di forma sferica che si allontana o si avvicina. Jerry Lundegaard è un oggetto “in orbita” esattamente come questi. E il cartello che apre il film è una affermazione di verità viziata da una menzogna di fondo, ma la verità profonda sepolta sotto le superfici innevate di Fargo è proprio che, senza dubbio, là fuori da qualche parte un vero Jerry Lundegaard sta provando a raschiare il ghiaccio dal cruscotto della sua auto. La natura di “osservatori” dei Coen quindi, per questo film, data anche la loro intrinseca appartenenza a quei luoghi, è di non trascurabile importanza. La seconda tappa di questa ipotetica pista cine-filosofica, passa attraverso un capolavoro assoluto come “L’uomo che non c’era”. Qui, a differenza che in “Fargo”, il protagonista del film, altro oggetto umano scagliato dentro un flipper di eventi concatenati, non è un uomo insignificante come Jerry Lundegaard. Ed Crane è un personaggio dal notevole (seppur ambiguo) carisma, dal profilo vicino a quello dei divi del grande cinema noir americano (di cui i Coen, senza dubbio, sono e sono stati grandissimi “osservatori” e profondi conoscitori), dalla spiccata intelligenza e delle grandi doti, a sua volta, di osservatore silenzioso. Ed Crane, passeggero disinteressato della sua vita, è l’osservatore interno in grado di condizionare con la sua sola presenza gli eventi. Il momento in cui prenderà la sua prima vera decisione coinciderà con l’inizio della fine. Il processo innescato, come in “Fargo” da una questione di soldi, porterà a conseguenze non previste e irreparabili che, per paradosso, nella scrittura (Crane che racconta per un giornale la storia della sua vita) troveranno una ricapitolazione ma non una risposta. La risposta ai perché di un destino tragicomicamente infame la cerca anche Larry Gopnik in “A serious man”. I Coen la individuano a sua insaputa in una specie di ineffabile colpa ancestrale (magnificamente stilizzata nel prologo del film) che affligge i figli di Israele, e di cui forse Joel e Ethan si sentono in qualche modo portatori. A Larry Gopnik, travolto da un uragano di eventi apparentemente indipendenti dalle sue scelte (può la decisione di cambiare un voto già scritto su un registro avere qualcosa a che fare col destino della sua famiglia?) è affidato il difficilissimo compito di cercare la risposta delle risposte. Nelle radici della cultura e della tradizione ebraica. Imparando ad accettare il mistero che sempre regola le traiettorie delle esistenze umane, reali o di celluloide che siano. I Coen sembrano aver capito tutto questo da tempo. Forse, dal momento in cui hanno scelto di firmare con uno pseudonimo il montaggio dei loro film.

5 risposte a “L’indeterminazione di un principio

  1. grandi film per una grande analisi.non c'entra, forse, ma mi è poi venuto in mente anche Kieslowki, nei cui film l'oggetto umano a volte è materia con cui gioca il Caso.e magari si passa dalla indeterminazione al Caso che invece si occupa di determinare gli eventi umani e la libertà umana non è altro che quella di essere liberi di muoverci dentro il nostro piccolo mondo, che visto da fuori è solo il (un) flipper.la libertà della pallina del flipper, che esempio potente hai tirato fuori!

  2. Post notevole e affascinante che lascia il segno. Mi vengono in mente molte riflessioni ma per il momento devo lasciare che riposino nella mia mente per un po' di tempo. D'istinto mi verrebbe di inserire questo tuo discorso nella fragile contrapposizione tra cinema moderno e postmoderno. Il principio di indeterminazione tende ad annullare o affievolire gli aspetti più ludici del postmoderno per un "recupero" dello sguardo critico del moderno? Ecc. ecc. Per ora solo ipotesi. A presto^^ 

  3. Ragazzi mi confortate. Due commenti che sembrano dimostrare che su un cineblog è ancora possibile parlare di cinema in modo (un pochino, per quanto ci è possibile) appassionato e approfondito. :)@Fm: L'accostamento a Kieslowski è bello e spiazzante. Io però non vedo troppe vicinanze con i Coen, forse perchè nei suoi film (nel Decalogo su tutti) ho percepito non un discorso sul Caso come tu dici, ma il tentativo di rintracciare i segni della Provvidenza (o comunque della Divinità) nella vita degli uomini. E in Kieslowski non credo ci siano segni di indeterminazione, quanto piuttosto i fondamenti di una sincera e profondissima religiosità che lo porta a vedere nel mondo e nelle sue vicende i "segni" del divino.@Cinemasema: Ipotesi interessantissime, da sviluppare. :)Graditissima visita, dopo un po' di tempo che mancavi alla blogosfera. 🙂

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