Hotel rosso sangue / Triple Abel

 
 

 
The Driller Killer (1979)

Una qualità che non è mai mancata ad Abel Ferrara è la dispersione. Il suo è un cinema disperso, centrifugo, gassoso, etilico, che pervade i generi e li attraversa, osmoticamente attratto dalla concentrazione di sensi e percezioni. Il profumo del suo fare cinema è tuttavia netto e pungente come quello di pochissime altre filmografie. Fin dagli esordi è contraddistinto da note di fortissima meridionalità, sporche di sudore, sangue, impeto esistenziale. “The driller killer”, il suo (secondo) lungometraggio d’esordio, dopo l’hardcore di “The nine lives of a wet pussy”, divenuto con gli anni un vero oggetto di culto, racconta le sordide disavventure di un pittore squattrinato nella Lower East Side di fine anni ’70. La New York di quegli anni, alphabet city dagli stridenti contrasti sociali e laboratorio a cielo aperto di numerose avanguardie artistiche, è lo scenario sul quale il protagonista del film (clamorosamente impersonato dallo stesso Ferrara) dipinge la sua performance notturna e caravaggesca, andando in giro per una New York “fuori orario” e trapanando i corpi di 11 barboni incontrati per strada. Ibridazione undergroud di Warhol, Godard, Kubrick e, soprattutto, Scorsese con il suo già citato e assimilato “Mean Streets”. Uno dei momenti più belli del film è il suo incipit: un cartello introduce alla visione recitando perentorio “This movie should be played loud” e subito dopo i titoli la cinepresa trasporta lo spettatore all’interno di quella che sembra essere una chiesa di frontiera. Sulla parete un crocifisso illuminato da una luce color rosso sangue e Ferrara che, di spalle, avanza tra i banchi verso un misterioso uomo anziano seduto più avanti. Già in questi primissimi passi del cinema di Abel Ferrara si affaccia , con prepotenza, la tematica che più di tutte segnerà il suo percorso artistico: quel dualismo colpa/redenzione, vissuto con totale, devastante intensità e trasportato per oltre 20 anni nelle sceneggiature dei film di Ferrara dalla penna di Nicholas St. John, fino al capolavoro assoluto di un film straordinario come “The Funeral” del 1996.

 

 

Mary (2005)

Nel 2005 Ferrara, dopo numerose traversie produttive e una pausa di qualche anno, è tornato a dirigere un film “di fiction” girando il suo film tra Matera, Calcata (Viterbo), Gerusalemme e New York. Il triangolo Manhattan-Italia-Terra Santa di “Mary” rappresenta forse un altro momento decisivo della sua produzione, che torna, pur essendo venuta meno la collaborazione di Nicholas St. John, a centrarsi sui temi della ricerca spirituale, e sui nuclei fondativi del messaggio evangelico. Gli spunti contenuti nei vangeli apocrifi di Filippo, Giuda e Maria Maddalena offrono a Ferrara la possibilità di operare una duplice operazione di ribaltamento percettivo nei confronti delle pagine delle Sacre Scritture. Da una parte nei confronti di quello che la tradizione cattolica ha per secoli voluto trasmettere ai fedeli: all’interno del film nel film contenuto in “Mary”, viene presentata l’immagine di un Cristo che rivela verità fondamentali della fede proprio a Maria Maddalena, ponendo in una luce completamente nuova il ruolo delle donne all’interno dello scenario delle origini della chiesa (Maddalena che da Cristo viene “preferita” a Pietro come guida per gli apostoli). Dall’altra nei confronti delle facili operazioni di sensazionalismo mediatico e commerciale che negli ultimi anni hanno attribuito a Maria Maddalena il ruolo di amante segreta di Cristo. A Ferrara interessa probabilmente riagganciare il background di ritualità e simbologie cattoliche di cui è portatore con una idea di chiesa e cattolicesimo svincolate da logiche di potere, gerarchia, influenza economica e politica. A Ferrara interessa il messaggio evangelico nella misura in cui può farsi portatore di una istanza rivoluzionaria di liberazione per gli ultimi e gli emarginati di ogni tempo. Non a caso nel film la Maddalena, sintesi di quella sfera femminile mai completamente accettata in seno alla comunità ecclesiale, complice la magnifica interpretazione di Juliette Binoche, è una figura dalla luminosa carica positiva spirituale, in grado di fungere da perno (anche narrativo) intorno a cui si sviluppano gli altri due filoni della storia che fanno capo ai personaggi di Forest Whitaker e Matthew Modine. Un giornalista televisivo che attraversa una profonda crisi esistenziale il primo, e uno scaltro, rampante regista di “film su Cristo” il secondo. Interconnesse con le riflessioni di carattere religioso (cifra costante nel cinema profondamente italo-americano di Ferrara) sono quindi quelle sul cinema, sulla difficoltà per gli attori di separare il ruolo che recitano dalla vita che vivono, sui registi disposti a scendere a patti con il sistema pur di sentirsi per una volta deus ex machina strapagati e osannati dalla critica. Film complesso e intensissimo, passato sotto silenzio nel nostro paese, che meriterebbe, forse, più attenzione di quella che gli è stata concessa.

 

 
Mulberry St. (2009)

La scorsa notte Enrico Ghezzi ha regalato ai fan italiani di Abel Ferrara una graditissima sorpresa. Nel contesto di una notte intitolata “Hotel rosso sangue”, insieme a “New Rose Hotel” e a “I, a Man” di Andy Warhol, è stato trasmesso in anteprima mondiale il documentario “Mulberry St”, girato da Ferrara nel 2009 durante la festa in onore di San Gennaro che si svolge ogni anno a Little Italy dall’11 al 21 Settembre. Contraltare ideale di “Napoli Napoli Napoli” proiettato l’anno scorso a Venezia, con cui è in stretta congiunzione, è una passeggiata lungo la strada bandiera della Italo-americanità e del folklore tricolore negli States. La circostanza offre a Ferrara l’imperdibile occasione di incontrare tanti volti cinematografici (di potenziali “attori” e di attori di strada che per tutta la vita hanno recitato lo stesso ruolo) e di rivisitare molti dei luoghi della memoria in cui ha abitato il suo cinema: l’appartamento dove lui stesso ha recitato nel porno d’esordio (il già citato “Le nove vite di una passera bagnata”), il pezzo di strada dove è stato girato l’inseguimento di “China Girl”, gli attori comparsi in scene cult per Ferrara come quella (da lui preferita in assoluto in tutta la storia del cinema) del Bar di “Mean Streets”. Parecchi sono gli incontri e i momenti memorabili lungo questa movimentata passerella di strada, che oltre allo stesso Ferrara più o meno casualmente coinvolge anche altri personaggi noti come Matthew Modine o Danny Aiello. Immaginate di passeggiare per Little Italy per un’ora e mezza insieme ad Abel Ferrara, fermandovi nei bar che lo riforniscono di vino rosso e nei ristoranti che servono trippa alla romana, trascorrendo un pezzo della vostra esistenza insieme alle storie che chi abita e conosce Mulberry Street nel 2009 ha da raccontarvi. Capirete facilmente perché vale la pena di vedere questo film. Sempre che la distribuzione italiana gli conceda, in tempi ragionevoli, una seconda possibilità.

Premio Dardos

Due valentissime cineblogger, Alessandra e Valentina, hanno voluto generosamente omaggiare con un bel premio questo blog. Segno anche di un certo malcelato appeal che queste pagine esercitano sul sesso femminile, evidentemente. A loro due sono poi seguiti Iosif, Monsier Verdoux, Missile , SLec, Galati, Noodles, Filippo, AlDirektor e LeonardHap: anche loro troppo buoni nei confronti di questo blog. Ringrazio tutti di cuore e ricambio con la mia Pickpocket's List dei 15 blog a cui desidero dedicare una nomination. In rigoroso ordine sparso, le 15 frecce al mio arco sono…

Cinemasema

[Di Passaggio]

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Un certain regard
 

“Histoire(s) du cinéma”

 
 

Qualche giorno fa ho acquistato i DVD della “Histoire (s) du cinema” di Godard, pubblicati dalla Cineteca di Bologna. Mi trovavo in una libreria a Firenze, in via dei Cerretani. Ho comprato quel cofanetto da 19 euro completamente “al buio”, ignaro di cosa si potesse celare dentro un titolo tanto impegnativo e dietro un autore tanto ingombrante. Scrivo questo post nel momento del guado, durante l’attraversamento che separa la visione del primo DVD da quella del secondo: a dominare è una bella sensazione di smarrimento, figlia della quasi totale assenza di riferimenti attraverso cui potersi rapportare con questa visione. La “storia del cinema” di Godard si compone di 4 episodi, divisi ognuno in 2 parti, dalla durata variabile, e strutturati secondo la più libera (e complessa) delle associazioni testuali. Ripercorrere la storia del cinema ricostruendone un’altra (personale), per Godard, è un atto che trova nel montaggio il suo momento più importante e decisivo. Del resto, se la Storia per come siamo abituati a studiarla sui libri, non è che un Montaggio di eventi, che ne include alcuni e ne esclude altri, una Storia del Cinema non può prescindere da una selezione e giustapposizione di frammenti ritenuti in qualche modo e per qualche ragione rilevanti. Fotografie, fotogrammi, dipinti, ralenty, sovraimpressioni, voci-off, colonne sonore, dissolvenze, scampoli di film emersi dal buio. “Non un’arte, né una tecnica: un mistero”. E’ lì, alle radici di quel mistero, che Godard opera la sua ricerca del tempo (del cinema) perduto. E di un cinema nazionale (Europeo, in primis) che, sul finire del XX secolo si interroga sulla sua natura, sul suo destino e sulla sua persistenza. La storia, le storie. Fin dal titolo Godard insinua il plurale dentro al singolare, la Grande Storia del Cinema universale dentro la Piccola Storia del Cinema di ogni spettatore. Tutte le storie raccontate prima della nascita del cinema dalla musica, dalla pittura, dalla poesia e dai romanzi, ricapitolate e trasfigurate dalla luce di una proiezione. Da Irving Thalberg ad Howard Hughes, da Glauber Rocha ad Orson Welles, da Vincent Minnelli a Buster Keaton. Attraverso JLG, i suoi occhiali, la sua voce, la sua macchina da scrivere e il fumo densissimo del suo sigaro.