Two-Lane Road/ Monte Hellman e Vincent Gallo a Venezia

Due oggetti volanti non identificati stanno per planare sulla 67esima mostra del Cinema di Venezia. Uno è sicuramente l’attesa terza fatica dietro la macchina da presa di Vincent Gallo, dopo il grande esordio di “Buffalo 66” e il passaggio in sordina di “The Brown Bunny”. Da uno come Gallo è lecito attendersi di tutto. Staremo a vedere. E’ a dir poco curiosa, poi, la coincidenza che in concorso quest’anno a Venezia ci sia anche uno dei nomi a cui Vincent Gallo tributa il suo personale ringraziamento nei titoli di coda del suo film d’esordio: Monte Hellman. Di lui sembrava essersi smarrita ogni traccia, dopo qualche passo incerto compiuto negli anni ’80, la decisiva operazione di patronato per “Le Iene” di Tarantino, e stralci di una misteriosissima filmografia che negli anni a cavallo tra il 1960 e il 1974 ha conosciuto il suo zenit. Uscito dalla bottega cormaniana e battezzato alla regia con l’insolito fanta-thriller montano a bassissimo costo “The beast from the haunted cave”, Hellman ha conosciuto una seppur minoritaria fortuna da outsider grazie ad un nucleo fondante di tre film, costituito dal dittico western esistenzialista e nicholsoniano “La sparatoria”/”Le colline blu” e, ancor più, da “Strada a doppia corsia”, entrato insieme ad “Easy rider” nell’immaginario collettivo cinematografico legato all’America dei road movie e della contestazione. Se i due western, nella loro rarefatta silenziosità, sono retti dalla magnifica performance di un giovane Jack Nicholson, in “Two-lane blacktop”, accanto ad un James Taylor nell’insolito ruolo di attore protagonista, brilla il grandissimo Warren Oates. Il sodalizio Oates-Hellman, nato con un piccolo ruolo in “The shooting”, sarebbe continuato e avrebbe dopo qualche anno prodotto forse il film più interessante e misconosciuto all’interno della semi-clandestina produzione del regista. Nel crepuscolare e bellissimo “Cockfighter”, girato nel 1974 e mai proiettato in Italia, Oates è uno sconfitto personal trainer di galli da combattimento, malinconico e ammutolito da un bizzarro voto di fedeltà alla battaglia. Un perdente che, come in “Strada a doppia corsia”, abita i territori della solitudine e frequenta i margini della legalità. In “Road to nowhere”, in concorso a Venezia quest’anno, Hellman ci racconterà la storia di un giovane cineasta che durante le riprese del suo film viene coinvolto in un crimine. Come dire: buon sangue non mente, mai.

[Monte Hellman: American Stranger]

“Rembrandt’s J’accuse…!”

Secondo Peter Greenaway il cinema è un’arte che ha cessato di vivere nel momento in cui è diventata schiava di una temperie culturale sempre più  text-based. Il nostro universo percettivo-conoscitivo ha sviluppato, nel corso degli ultimi anni, una invadente propensione verso il linguaggio testuale scritto e parlato, facendo sprofondare nella visual illiteracy quella stessa civiltà che, per secoli, aveva attribuito enorme importanza e dignità al linguaggio delle immagini. Il discorso di Greenaway, e il suo (pur contraddittorio) tentativo di sabotare dall’interno il canone della testualità cinematografica, comincia da qui. E individua un ideale snodo di partenza storico, imprescindibile per Greenaway in ogni enciclopedico tentativo di catalogazione/riorganizzazione del reale, in un elenco di 4 figure di altrettanti artisti della luce. Caravaggio, Velazquez, Rubens e Rembrandt. 4 pittori che, sfruttando al meglio due decisive innovazioni tecnologiche come lo specchio e la candela, hanno gettato con la loro arte i fondamenti di una estetica della immagine abbastanza vicina a quella che, secoli dopo, avrebbe generato la lanterna magica della settima arte. I referenti pittorici nella filmografia di Greenaway sono sempre stati abbondanti e diretti. Basti pensare, per fare soltanto due tra gli esempi più noti, a dipinti come il “Banchetto degli ufficiali della milizia di San Giorgio” di Franz Hans dietro  “Il Cuoco, il Ladro, sua Moglie e l’amante” o “La donna alla spinetta” di Vermeer dentro  “Lo zoo di Venere”. Nella sua più recente produzione, superata la mastodontica empasse del progetto “Le valigie di Tulse Luper”, Greenaway è tornato impetuosamente ad informare il suo cinema alla pittura, ripartendo da Rembrandt. “Rembrandt’s j’accuse” è una sorta di metadocumentario spin-off costola del film “Nightwatching”, ancora inedito in Italia e dato in uscita nel mercato DVD. A reggere i fili di una vera e propria inchiesta, figlia dei tanti misteri racchiusi nel quadro “La Ronda di Notte”, oggi esposto al Rijksmusem di Amsterdam, non può non esserci Greenaway stesso. Il suo volto non smette mai di ricordare la sua presenza agli spettatori ritagliandosi per tutta la durata del film letteralmente una finestra all’interno dell’inquadratura. La sua ipertestualità cartesiana, logica, glaciale, numerica e linguisticamente chiarissima, permette al film di articolarsi secondo un rigoroso percorso per tappe ed enumerazioni che prende in rassegna i moltissimi aspetti misteriosi del quadro. C’è un’arma da fuoco al centro della complessa composizione del dipinto, e Greenaway concede agli spettatori persino il privilegio di ascoltare il fragore della sua esplosione. Uno scampolo di audiovisione germogliato sulla tessitura cromatica di un quadro. Ci sono forse, nel dipinto, i segni di una qualche forma di incriminazione collegata ad un enigmatico incidente balistico che aveva colpito i vertici della milizia locale? Esiste un nesso tra l’esecuzione, da parte di Rembrandt, del quadro e la sua repentina quanto sorprendente caduta in disgrazia? Quel che è certo è che, secondo Greenaway, il “caso” necessita di essere riaperto. Perché “avere gli occhi non significa saper guardare”. Ed urge imparare nuovamente a farlo, prima che sia troppo tardi e i delitti siano definitivamente caduti in prescrizione.