Charade! / Numero 2

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Smoking guns / 2 / “Rango”

Il cinema di animazione ha spesso frequentato le frontiere del Vecchio West. Con alterne fortune. Per sua natura il genere western con il suo codificato bagaglio di convenzioni stilistiche e narrative si è dimostrato particolarmente versatile nell’utilizzo di un medium come il fumetto, che in più di una occasione ha rappresentato l’occasione e la possibilità di un salto verso la dimensione del disegno animato. Gli esempi “storici” non mancano. Si pensi ai divertenti film animati ispirati al placido cowboy Lucky Luke, uscito dalla raffinata matita di Morris. O alla serie televisiva italiana sul Cocco Bill di Jacovitti. Esiste anche qualche caso isolato e poco memorabile di illustre traslazione al contrario, dal fumetto al film in carne ed ossa, come nel caso del misterioso “Tex e il signore degli abissi” di Duccio Tessari. Anche nel caso di film che non sono stati la filiazione di strip, in Italia si sono segnalati quasi capolavori come il leggendario lungometraggio di Bruno Bozzetto “West and Soda”. Negli States diverse sono state le declinazioni western del disegno animato. Se stranamente rare sono state le rivisitazioni disneyane (forse solo il bellissimo episodio di “Melody Time” dedicato a Pecos Bill, del lontano 1948, e il molto più recente “Mucche alla riscossa”, del 2004), non sono mancati altri buonissimi film come “Fievel conquista il West”, secondo episodio della saga iniziata dal grande Don Bluth. Il recentissimo “Rango”, di Gore Verbinski, uscito nelle sale italiane da un paio di settimane, si inserisce degnamente in questo ricco filone, e ne rappresenta un importante tentativo di aggiornamento tecnologico. La vicenda di Rango, lucertolina da appartamento che si ritrova letteralmente sbalzata nella polverosa e assetata città di Dirt, è divertente e movimentata a sufficienza per tenere desta l’attenzione anche del pubblico più giovane. La computer grafica di marca Lucas si presta molto bene alla caratterizzazione di un vasto repertorio di straordinarie facce animali abbinate a ruoli di protagonisti e comprimari. Quello che forse manca è una idea veramente potente di sceneggiatura, qualcosa (per capirci) alla Pixar in grado di sollevare il livello del film oltre la base di un pur buono intrattenimento. E anche la citazione un po’ troppo diretta e scoperta del fantasma del Cavaliere Pallido non convince fino in fondo, e lascia uno strano sapore in bocca. Di sicuro preferibile, comunque, la visione in lingua originale, arricchita dal fondamentale apporto vocale e non solo (la performance della lucertola Rango è stata modellata sul suo volto) dell’ormai specializzato Johnny Depp e di un corposo gruppo di attori. Tra gli altri Ned Beatty, Alfred Molina e Harry Dean Stanton.

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Smoking guns / 1 / “Uomini e cobra”

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Incredibili le potenzialità nascoste dentro una alchimia. Il cinema, arte collettiva per eccellenza, offre l’opportunità di assaporare i risultati organolettici di una ricetta che è sempre frutto di tanti ingredienti. Lo scambio osmotico tra chi è avanti e chi è dietro la macchina da presa, il continuo dialogare tra la parola scritta e il gesto filmico, la sinergia di tonalità e accordi tra i membri del cast. Accade, nella migliore delle ipotesi, che tutto questo generi un suono persistente, netto, acuto. Sebbene, a volte, distonico. E’ il caso di un film come “There was a crooked man” (in Italia, con qualche vaga reminiscenza alla Steinbeck, tradotto dai titolisti con “Uomini e cobra”), titolo che già nel suo statuto ontologico-linguistico evoca una specie di handicap. E’ singolare che un regista come J.L. Mankievicz si sia cimentato con un western. Ed è ancora più singolare che sia riuscito a cavarne uno dei suoi film più personali e indimenticabili. E’ singolare anche la combinazione di elementi del cast, a cominciare dai due protagonisti: Henry Fonda e Kirk Douglas. Placido, grigio e solenne l’uno. Iperattivo, fulvo e astuto il secondo. Perfetti entrambi per incarnare due maschere che al momento opportuno si scambiano lasciando intravedere in filigrana echi da commedia dell’arte. E’ il teatro la quinta ideale davanti alla quale Mankiewicz costruisce la sua raffinata messa in scena. Lo spazio chiuso e asfittico di una prigione sperduta nel deserto dell’Arizona (scene di Edward Carrere, freschissimo reduce-sopravvissuto del “Bunch” di Sam Peckinpah) diventa sfondo ideale per rappresentare una commedia da camera, imbevuta di affilata ironia, quasi integralmente al maschile (a due maturi attori di sesso maschile è riservata persino la grottesca caratterizzazione di una sorta di coppia di fatto ante-litteram) e con una sua disillusa morale di fondo: la ricerca affannosa del denaro è il vero motore dei comportamenti umani, con buona pace di ogni residuo idealismo di frontiera. Un western non-western, beckettiano ed insolito anche nella sua struttura narrativa avvoltolata su se stessa come un cane che si morde la coda, e che grazie alla vivace sceneggiatura di Robert Benton  tradisce con piena consapevolezza le aspettative di spettatori a caccia di azione e pallottole facili. Nella storia universale del "Crooked Man" di Henry Fonda c'è anche parecchio altro. Esattamente dove non te lo aspetteresti.