Pale rider, white heart

Vedere Clint Eastwood sul set, al lavoro dietro la sua macchina da presa, potrebbe essere meraviglioso almeno quanto entrare dentro uno dei suoi film da spettatori. Le poche notizie che filtrano da chi è stato tanto fortunato da vivere una esperienza di questo tipo raccontano di un metodo di regia e di direzione degli attori che dovrebbero fare scuola. In una intervista di qualche anno fa Clint ha raccontato di essere stato letteralmente sconvolto dai metodi di lavoro di un cineasta con cui ebbe a collaborare da giovane. Quel regista era nientemeno che Vittorio De Sica. Ed il set era quello del film del 1967 “Le streghe”, in cui per una bizzarra combinazione di eventi Clint Eastwood partecipava ad un film a episodi che vedeva coinvolti Pasolini, Visconti, Bolognini e proprio De Sica. Difficile immaginare due individui più distanti caratterialmente come il cavaliere pallido e un rutilante esempio di vitalità italica come De Sica. Senza dubbio impagabile e tragicomico il risultato della interazione professionale tra i due. E’ certo comunque che quel tipo di trauma deve aver formato Clint, e deve essere stato determinante per plasmare quella decisiva tecnica di regia che, negli anni, ci avrebbe regalato alcune delle interpretazioni più intense di tutta la storia del cinema. Innanzitutto le parole. Perché le parole sono importanti. Urlare a pieni polmoni tuonanti imperativi come “Motore! Azione!” è roba per chi si sente il nuovo Von Stroheim. Clint usa un approccio molto diverso: un semplice, sussurrato “Quando siete pronti.” Le sue parole d’ordine sono contenere, misurare, asciugare ogni possibile sperpero di adrenalina prima che venga battuto il ciak. Ogni energia, ogni sforzo, ogni sussulto deve essere speso durante le riprese, dentro quel campo di forze generato dalla macchina da presa in funzione. Bisogna fare in modo che il pubblico percepisca un senso di freschezza e di novità dentro le battute. E’ quindi necessario limitare al massimo il numero di ciak ripetuti per ogni scena. Clint è stato (grandissimo) attore e conosce bene l’inaridimento emotivo che può essere ingenerato nell’attore da un numero spropositato di ciak. Contenere, risparmiare, elidere, always protect. Proteggere gli attori, ma prima ancora proteggere la storia dalla prevaricazione di un io registico tenuto sempre rispettosamente un passo indietro. Pronto ad intervenire, magistralmente, nel momento giusto e nel modo giusto, a porre la sottolineatura essenziale (una plongée, uno stacco di montaggio, un brano di colonna sonora) sotto un importante passaggio narrativo. Ma senza mai porsi in gloriosa evidenza. Senza mai dare la sensazione di voler ostentare una presenza. O una grandezza. Uno come Clint Eastwood può permettersi il lusso di mimarne il gesto e coglierne intatta la suggestione, centrando il bersaglio ogni volta.

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