[Cartoline dalla Laguna]

Dunque rieccoci. Come ormai tradizione, per il quarto anno consecutivo la redazione di Cinedrome si trasferisce sul Lido per seguire la Mostra del Cinema di Venezia. Promettiamo agli amici di Cinedrome aggiornamenti e news sui film della 68esima, e quest'anno ricchissima, edizione. In concorso si attendono David Cronenberg, Roman Polanski, Abel Ferrara, Aleksandr Sokurov, Todd Solondz, Johnny To, William Friedkin e molti altri. Comunicazioni "ufficiali" le potrete leggere anche qui. Nell'attesa una piccola ripassata sul Tintoretto con un maestro d'eccezione. 

Appunti su una tetralogia incompleta

   

Conosciamo le prime tre pagine di un grande libro illustrato. Aspettiamo di contemplarne la quarta, conclusiva. Aleksandr Sokurov nel flusso caotico del cinema europeo degli ultimi vent’anni ha costituito una corrente autonoma, potente e di cristallina purezza. L'opprimente designazione di "erede di Tarkovskij" sembra quasi averlo spinto verso orizzonti di sperimentazione linguistica totalmente nuovi e totalmente altri, nell'ambiziosissima missione di tracciare il profilo di una rinnovata cinematografia nazionale. La sua Russia è un’Arca che naviga in un mare minaccioso, uno scrigno di tesori dimenticati che cerca l’approdo salvifico, per nulla scontato, in un “porto” della memoria riconosciuta. Nella visione di Sokurov l’approdo non può che (ri)trovarsi nel cuore stesso della cultura europea, alveo naturale di quelle “radici” (religiose, artistiche, filosofiche) recise, a volte con lucida violenza, dalla Russia socialista, materialista e autarchica. Già in “Elegia della traversata” (2001) il viaggio, passando attraverso un lontano e indistinto porto di Helsinki, si era concluso a Rotterdam, nel museo Boijmans Van Beuningen dentro i dipinti dei grandi pittori fiamminghi. Non è forse casuale che la tappa conclusiva di quella che si va componendo come una grande Tetralogia sul Potere coincida con una rielaborazione (ancora non sappiamo quanto distante o fedele rispetto al testo di Goethe) di un “mito” fondativo della cultura mittel-europea come quello del Faust. Per prepararsi al meglio alla scoperta del tassello finale può essere utile riannodare il filo del ricordo dei primi tre. La prima pagina di questo Libro che riflette sulla natura del Potere e dei Potenti (Moloch, 1999) è occupata dalla minacciosa ombra di un Leviatano, di un mostro partorito dal Male Assoluto e incarnatosi nel corpo flaccido e putrescente di Adolf Hitler. Una fortezza sulle alpi bavaresi, altissima e avvolta da nebbie lattiginose, è il luogo dove si pronuncia la bestemmia di un Potente che si sostituisce a Dio, tentando di imitarne l’Assolutezza, e ottenendo come risultato solo la messa in scena, grottesca e folle, di una effimera quanto tragica auto-rappresentazione. La seconda pagina (Taurus, 2001) illustra la dimensione più intima e sofferente di un Vladimir Lenin condannato all’impotenza e alla immobilità fisica. L’uomo che ha mobilitato migliaia di coscienze determinando il corso della storia mondiale è costretto a letto, o su una sedia a rotelle, comunque isolato, impacciato e ostacolato dalla malattia in ogni movimento. Anche del pensiero: una banale operazione aritmetica, o una considerazione sulla origine fisica dei temporali, possono rappresentare un ostacolo intorno al quale si aggroviglia il nastro di un pensare fattosi difficile, faticoso. L’inevitabile, dolorosa autocoscienza del proprio essere (stato) maschera e della intrinseca caducità di ogni “potere” umano segna però il più evidente scarto rispetto alla cieca e stolida determinazione del Moloch/Hitler che imita Dio. La frattura è netta, ed destinata ad esplicitarsi nel terzo, straordinario, momento di questo Libro: il racconto dell’Imperatore giapponese Hirohito (Il Sole, 2005) che rinuncia alla sua Divinità quando riconosce l’errore della guerra. Il suo è un drammatico percorso di consapevolezza compiuto fino all’estremo, fino ad una rinuncia che dischiude la conquista di una piena e mai vissuta Umanità. Il passaggio ancora mancante del Faust potrebbe essere antitetico rispetto a quello di Hirohito, o riecheggiare il sulfureo ricordo di un Moloch immortale, o rappresentare la possibilità ultima per un altro Taurus in punto di morte. Ancora qualche giorno e la pagina mancante, quella con il finale che aspettiamo, si aprirà al nostro sguardo. Come in un infinito piano sequenza.
 

“Il ragazzo con la bicicletta”

Cyril è un ragazzino alla ricerca, disperata e ostinata, di suo padre. Ogni sua energia fisica e mentale è investita in questa missione esistenziale, nel tentativo di colmare un vuoto che la solitudine di un riformatorio minorile riesce solo ad acuire. Una donna si imbatte nel suo irrequieto pedalare di bicicletta, e ne rimane colpita, decidendo di offrire sostegno ed aiuto al piccolo. Il pedalare all’unisono cementerà la loro intesa e, forse, guarirà le ferite sulla loro pelle. L’ultimo film dei fratelli Dardenne, tra i cineasti più intransigenti e rispettati di tutto il cinema europeo, è però un meccanismo che non “gira” come ci si sarebbe aspettato. Qualche ingranaggio sembra girare a vuoto e la costruzione narrativa soffre la presenza di qualche movimento centripeto di troppo. I Dardenne con capolavori assoluti di essenzialità e rigore come “Rosetta” o “Il figlio” ci hanno abituati ad una radicalità (di sguardo e di sintassi) che in questo film è un po’ diluita. La costruzione della suspance, meccanismo caro ai fratelli Dardenne, che hanno dimostrato più volte di saper costruire la tensione con pochissimo, è spezzata dalla agnizione figlio-padre collocata già a circa un terzo del film. La figura di Cyril non è così “centrale” (o centrata) dentro il film come poteva esserlo la giovane Rosetta, vero fulcro magnetico di tutta la messa in scena. Il pedinamento dei personaggi sembra fermarsi due passi più indietro, smorzando non di poco anche la carica emotiva che il film riesce ad esprimere. Tra le cose più belle e memorabili una prolungata ripresa in movimento di Cyril in bici, notturna. Parossistica persistenza dinamica di un fotogramma in moto perpetuo.
 
[*** 1/2]