“La pelle che abito”

Non c’è film che non innesti una nuova pelle sul corpo di un attore. Ogni recitazione è metamorfosi, mutazione, transgenesi. Il vestito sul corpo dell’attore è l’habitus del suo personaggio, tanto più mimetico quanto più riesce ad essere cucito sulla sua pelle. Un sovrapporsi istologico di strati epidermici e stati di coscienza: barriera ignifuga/corazza difensiva, ma anche micidiale arma che costringe lo sguardo a non sapere (sapersi) più riconoscere gli occhi dietro la maschera. Il cinema,  sulla scia dell’infinito dibattito bioetico che accompagna la possibilità clinica del trapianto di volto, ha spesso affrontato la questione del viso traslato, delle infinite facce possibili madri di alterati profili identitari: tutto il cinema delle mutazioni del corpo di David Cronenberg, il seminale “Occhi senza volto” di Franju,  “Face/Off” di John Woo, il recente “Time” di Kim Ki-Duk. Pedro Almodovar con “La pelle che abito” si inserisce, con tutta la potente forza autoriale del suo personalissimo fare cinema, in questa linea di sutura. Ed è proprio il continuo parallelismo tra sartoria e chirurgia plastica, in filigrana lungo tutto il film, a condurre l’ultima opera di Almodovar verso territori quantomeno sorprendenti. Con una notevole dose di coraggio e di assoluta coerenza con tutto il suo passato, Almodovar non abdica di un centimetro di fronte ad un più che probabile rischio commerciale pur di realizzare un film che, di certo, mutuando una delle sue più sapide battute non è “un film qualsiasi”, e che è destinato a spaccare le opinioni del pubblico. Sotto la sua pelle sottile, dentro la sua struttura di carne ed ossa, ferro e legno (quei manichini che sembrano evocare le atmosfere della maison di "Sei donne per l'assassino"), il film di Almodovar è (anche) melò a tinte cupe, thriller alla Hitchcock con qualche inatteso momento action, fiammeggiante gorgo di passioni e di vite bruciate, voyeuristica agnizione di legami di sangue mai riconosciuti, ennesima importante riflessione del maestro spagnolo sulla complessa natura della sessualità umana. C’è forse troppa carne al fuoco (mai immagine potrebbe essere più azzeccata) dentro l’ultimo Almodovar. Troppa e  organizzata dentro un meccanismo di ripetuti salti temporali che, nel complesso delle due ore del film, ne smorza in parte la fruizione emotiva. Tutto questo è innegabile. Ma è anche innegabile che un cinema come questo, così sopra le righe, sfrontato, eccessivo, sbilanciato rappresenti il cinema sognato da chiunque nel buio di una sala cinematografica cerchi qualcosa di più, o di meglio, rispetto ad un film che può dirsi solo e semplicemente “riuscito”. 

[*** 1/2]               

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6 risposte a ““La pelle che abito”

  1. Ho letto bene di questo film su molti blog. La tua recensione è molto stimolante perché mette in evidenza le "cuciture" del cinema, comprese quelle sui corpi degli attori che vengono continuamente mostrati nelle differenti proporzioni dei campi. Molto interessante.

  2. Non sono appassionata di Almodovar, lo conosco poco. Ma questo La pelle che abito, nonostante l'effetto shock, mi è piaciuto alla fine. Molto, molto particolare.

  3. @Ale55andra: Sembra che questo film sia stato boicottato o evitato dai più. A te la scelta!

    @Luciano: Ti ringrazio, sei come sempre gentilissimo. Io credo possa piacerti.  Ha la sfortuna di uscire in un periodo zeppo di uscite importanti, ma se non riesci a recuperarlo in sala potrai farlo dopo a casa. Te lo consiglio.

    @Babol81: Bene! Finalmente la voce di qualcuno che l'ha visto. 🙂 Grazie per la visita e per il commento

  4. Concordo perfettamente. In particolare sulla struttura dell'intreccio del film. Quella parentesi aperta al centro è forse troppo lungo (per qualche attimo avevo avuto addirittura il dubbio se fosse finita o meno) e tende un po' a confondere e raffreddare lo spettatore. Ma è anche vero che la sapienza e l'autorialità di Almodovar riescono a mettere insieme comunque un grande film (specie se si considera quanto schiacci sul pedale dell'assurdo per certi versi, ma nel mondo di almodovar tutto è possibile).

    Noodles

  5. @Noodles: Sicuramente in più momenti il film sembra scivolare verso le sabbie mobili dell'assurdo. Alla fine però il quadro generale ha una sua sostanziale ed uniforme struttura, sebbene distorta. E credo si faccia anche "godere", a patto che non si cerchi di scandagliarne ai raggi x i meccanismi narrativi. Un caro saluto!

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