CineBlogTalking 4 / Ale55andra

Original Air-date: 7 Luglio 2009

Pickpocket83: Vogliamo cominciare?

Ale55andra: Per me non ci sono problemi. Cominciamo pure. Farà male? Mi sembra di stare dal dentista.

Pick: Ma no… stai tranquilla. Le telecamere sono già accese. Sei in onda.

Ale: Oddio, ma avvisarmi cinque minuti prima no? Almeno mi davo una sistematina ai capelli.

Pick: Va benissimo così. Grazie per aver accettato di sottoporti a questo supplizio, prima di tutto.

Ale: Bè, ultimamente sto notando una crescita di istinti masochistici, soprattutto in campo cinematografico. Mi guardo le peggio schifezze, anche se so che ci sarebbe un mondo di film da recuperare. Comunque il supplizio più che altro risiede nel fatto che sento quasi una sorta di senso di inadeguatezza in confronto con i precedenti intervistati, ma me ne farò una ragione.

Pick: Ma figurati…

Ale: Bè sai, non è da tutti avere un socio che ama Ozpetek o farsi intervistare in mutande, sono confronti che non riesco a reggere…

Pick: Su questo non posso darti torto. Io comincerei subito con una domanda che credo interessi molto ai nostri lettori. Quante persone scrivono per il tuo blog? Sono tutte munite di regolare permesso di soggiorno?

Ale: A dire il vero ho tentato di tenere nascosta questa cosa, ma a quanto pare qualcuno ha fatto la spia o si è venduto per ottenere il permesso di soggiorno che ovviamente nessuno dei miei “collaboratori” ha. Comunque più che altro, sono tutte “persone” che albergano nella mia mente, molte delle quali non perfettamente sane, un po’ come il protagonista di “Doppia personalità” di De Palma che ne aveva  un bel po’ di “gemellini” insani.

Pick: Tipo i nanetti di “Brood la covata malefica”.

Ale: Bè, l’unica differenza è che i miei “nanetti” sono tutti molto belli da guardare, niente a che vedere con quei mostriciattoli deformi e dispettosi. Ah, e hanno anche l’ombelico eh?

Pick: Parlando seriamente, riesci a tenere un ritmo incredibile nella scrittura dei post. Come ci riesci?

Ale: In effetti mi rendo conto che possa sembrare un’impresa quasi impossibile. Il mio problema, o forse non è un problema, è che ho sempre avuto questa sorta di capacità di svolgere “compiti” in maniera veloce ed efficace, solo se questi compiti sono di mio gradimento. Che ne so, se tu mi chiedessi di fare un’altra cosa con la velocità e la costanza con cui aggiorno il mio blog non ci riuscirei affatto, perchè non lo vorrei in effetti. Quando invece una cosa mi soddisfa, mi appassiona e soprattutto riesce a placare la mia voglia di esprimermi, allora diciamo che non mi rendo neanche conto di sostenere ritmi serrati. A volte però la stanchezza si fa sentire e ci sono dei periodi in cui non ne voglio sapere per niente di recensioni e blog. In quei momenti ricarico il desiderio per ricominciare. Un po’ come una storia d’amore no? Se non si litiga, come si fa poi a fare pace?

Pick: Quale pensi che possa essere l’apporto (o la differenza) di una esponente del sesso femminile nel fare cineblogging?

Ale: In realtà a questa domanda si dovrebbe rispondere che le donne sono più sensibili ed emotive degli uomini e dunque possono riuscire a cogliere gli aspetti più emozionali delle pellicole. Ma in realtà a questa domanda non posso rispondere in questa maniera, se vogliamo anche retorica e superata, proprio perchè nella mia “carriera” da cineblogger, ho avuto modo di visitare una miriade di blog maschili che non hanno nulla da invidiare in quanto a sensibilità, cinematografica e non, rispetto a quelli femminili. Sinceramente, però, in alcuni casi mi è capitato di notare la differenza, ma sono solo eccezioni. Ci sono blog maschili per esempio dedicati completamente ai film d’azione, ai serie B di Van Damme o Schwarzenegger per fare dei nomi e blog femminili che si concentrano più sul glamour, sul gossip o roba di questo tipo. Fatto sta però che a mio modo di vedere le cose, il cinema non ha sesso, nè età. E’ questa la sua grande magia e il suo maggior pregio, quello di riuscire a comunicare lo stesso ventaglio di emozioni anche ad essere così differenti come possono essere un uomo e una donna o magari ad infondere sensazioni diverse indipendentemente da questa differenza. Insomma, per dirla in parole semplici, una delle più grandi potenzialità del cinema è che è davvero democratico. Per cui molto spesso io non mi rendo davvero conto se quello che sto leggendo l’ha scritto un uomo o una donna e la cosa mi fa piacere, perchè penso che anche chi dovesse leggermi senza conoscere il mio nome, non si renderebbe conto del fatto che sono una donna.

Pick: Su questo non sono molto d’accordo con te. Penso che il genere influenzi soprattutto, al di là delle “costruzioni” di gusto e attitudini, proprio il modo di scrivere.

Ale: In tutto questo ho dimenticato di dire la cosa più divertente, e cioè che ho letto anche blog femminili dedicati ai vari Rambo e company e blog maschili sul glamour, ahah.

Pick: Segui molti cineblog “rosa” ?

Ale: In effetti, e di questo me ne rammarico più che altro perchè mi sento in difetto, il numero di blog che seguo, ed è altissimo, ha un’altissima componente maschile. Ma in fin dei conti ne seguo anche parecchi di blog al femminile, alcuni dei quali non hanno davvero nulla da invidiare a quelli dei colleghi di genere opposto.

Pick: Qual’è il tuo rapporto con la tua (nostra) terra di Puglia?

Ale: Mi hai fatto una domanda molto difficile, un argomento tra l’altro sul quale sempre più spesso ultimamente, aiutata anche da alcune visioni cinematografiche illuminanti al riguardo, mi sto interrogando. Per lungo tempo ho pensato di odiare la mia terra, di volerne fuggire al più presto possibile, per evitare quelli che sono gli aspetti negativi che la contraddistinguono, ed entrambi sappiamo che non sono pochi. Crescendo e imparando a fondere la razionalizzazione con l’emozionalità ho capito che c’è un legame, magari involontario, che mi lega alla mia terra dal quale non riuscirò mai a liberarmi. Una sorta di cordone ombelicale mai reciso e mai recidibile che mi farà sempre sentire una parte, a volte attiva, a volte passiva, di questa terra.

Pick: Pensi che, tra le altre questioni irrisolte, ci sia anche un problema di distribuzione cinematografica al Sud?

Ale: Questa è una delle tante questioni scottanti che mi spingono a desiderare di voler “fuggire”. Sicuramente ci sono problemi molto più urgenti di questo, ma per chi come noi “vive” di cinema è comunque un peso non indifferente il fatto di non riuscire ad accedere a molte delle pellicole che si vorrebbero vedere o di poterlo fare solo a costo di lunghi spostamenti tra l’altro onerosi anche a livello economico. Senza contare il fatto che chi come me spera, magari inutilmente (non mi faccio illusioni) di entrare in qualche maniera a far parte del giornalismo cinematografico, l’impossibilità di accedere ad eventi come le anteprime è un grosso deficit. Fatto sta che qualcosa si sta muovendo da queste parti, come ha dimostrato per esempio il festival del cinema tenutosi a Bari qualche mese fa.

Pick: Quella dello scorso anno era l’edizione “numero zero”, se non sbaglio. L’anno prossimo dovrebbe muoversi qualcosa di più.

Ale: Si, è nato da poco, ma mi è sembrato (pur non avendovi potuto partecipare) che abbia grossi margini di crescita e di sviluppo.

Pick: Ci speriamo… Salvo qualche piccola cosa (penso a Taormina) finora il giro dei festival cinematografici in Italia è pesantemente spostato sul centro-nord.

Ale: Roma, Torino, Udine, Venezia… il sud anche in questo è sempre lasciato indietro. Ma le responsabilità a chi vanno imputate? E’ questo che a volte mi chiedo quando mi fermo a pensare sul fatto che in effetti il Sud è poco competitivo sotto questo punto di vista. Bisogna capire che questo genere di manifestazioni, se così vogliamo chiamarle, sono anche un espediente, non solo per diffondere la passione per il cinema, ma anche per incrementare l’economia, il turismo, ecc.. purtroppo sembra quasi un’eresia parlare di festival cinematografici come possibilità per fare soldi ed espandersi, ma se questo è l’unico modo a disposizione per avere la possibilità di accedere a quel genere di manifestazioni anche dalle nostre parti, allora ben venga. Una sorta di do ut des, tanto per far vedere che sappiamo due parole di latino. Per quel po’ che ho potuto constatare in prima persona, la Festa del cinema di Roma per esempio con il fatto che accoglie artisti, attori, registi e via discorrendo, attira anche chi del cinema, inteso come arte, magari non se ne frega assolutamente nulla.

Pick: Invece a noi del cinema frega parecchio. E a questo proposito la redazione ha preparato un piccolo contributo filmato.

Ale: Ti ringrazio infinitamente per avermi riportato alla mente uno dei momenti più emozionanti della mia vita, e non è un modo di dire. Questo è l’incontro che Cronenberg ha tenuto col pubblico, io purtroppo non sono riuscita ad accedervi, ma ho assistito all’incontro con la stampa, ed ero proprio lì a due tre metri di distanza da lui. Non sono mai stata vittima del “divismo”, non ho mai sognato di avere l’autografo dei miei artisti preferiti o cose di questo genere. Ma quando sono andata a Roma e mi sono trovata a pochi passi da alcuni dei miei miti come appunto Cronenberg, e anche Al Pacino in egual misura, ho sentito proprio il cuore salirmi in gola. Un’esperienza, anche perchè è la prima forse, che rimarrà per sempre tra i miei migliori ricordi, non ci sono dubbi al riguardo. E comunque al di là del livello emotivo che accompagna questi ricordi, c’è anche un’ampia dose di considerazioni illuminate e illuminanti che Cronenberg, ma non solo, hanno regalato a noi che eravamo lì ad ascoltare.

Pick: Cosa ricordi di quell’incontro e come lo ricordi?

Ale: Ricordo che non appena entrai nella sala e presi posto mi resi conto di essere quasi in un limbo emotivo. Cioè non provavo niente, ero lì che aspettavo semplicemente che arrivasse un regista di cui ero praticamente “innamorata” e che parlasse dei suoi film e del suo lavoro. Quando entrò e prese posto ero sempre in quel limbo, quasi preoccupata del fatto che non provassi nulla. Poi non appena aprì bocca e cominciò a parlare di come lavora, del perchè attua certe scelte e via dicendo, cominciai a sentire quello che avrei voluto sentire sin dall’inizio e cioè una sorta di coinvolgimento intellettuale ed emotivo, che ho provato raramente in vita mia.

Pick: Nel complesso come hai trovato l’esperienza della Festa del Cinema di Roma?

Ale: Checchè se ne dica, a mio modo di pensare la Festa del Cinema di Roma, polemiche dovute o meno a parte, non è poi così male. Sicuramente non posso giudicare pienamente l’esperienza, perchè per mia sfortuna non sono mai stata a Venezia o a Cannes o anche solo a Torino. Però io ho respirato cinema per dieci giorni consecutivi, ho conosciuto un sacco di appassionati e di addetti ai lavori, ho avuto modo di visionare un numero spropositato di pellicole (e avrei potuto vederne anche di più se ne avessi avuto la possibilità “logistica” in quanto a spostamenti e cose del genere), la maggior parte delle quali sicuramente non capolavori, ma comunque film apprezzabili. Ho storto il naso solo di fronte ad un numero ridotto di pellicole rispetto al totale, ho assistito ad alcuni dei più illuminanti incontri con registi e attori della Festa (ricordo ancora Wim Wenders, Cronenberg appunto, Al Pacino, ma soprattutto il grandissimo Viggo Mortensen e tantissimi altri, se li elenco tutti non finisco più). Nel mezzo ho anche assistito alla “rivolta” studentesca contro i tagli alla cultura del nostro Governo, cosa vogliamo di più dalla vita? Purtroppo, per mio grandissimo rammarico, mi sono persa l’incontro con Cimino e anche quello con Toni Servillo, se ci penso mi mangio ancora le mani. Ma è andata così…

Pick: Cosa pensi dei registi della “Nouvelle Vague” pugliese (Piva, Winspeare, Rubini…)?

Ale: C’è da essere orgogliosi di certi nostri conterranei, visto che sono riusciti ad emergere anche senza ricorrere a facili mezzi come la commedia giovanilistica, il cinepanettone e cose di questo genere, che hanno come primo vantaggio quello di farti conoscere al grande pubblico e dunque di darti la possibilità di proseguire la tua carriera nel modo che preferisci. I registi che hai citato, invece, hanno saputo crearsi un proprio stile, farsi strada nel panorama succitato senza amalgamarsi alla “massa”, entrare nel cuore di molti appassionati con il loro stile personale, le tematiche a loro care, delle cose da dire e da raccontare, oltre che da mostrare. Rifacendomi ad esempio alla tua domanda sul mio rapporto con la nostra terra, Rubini è riuscito a conquistarmi con il suo “La terra”, proprio perchè, al di là della componente giallistica del film e di vari elementi che magari non mi hanno del tutto convinta, è riuscito a coinvolgermi enormemente con quella sorta di discorso antropologico sul rapporto uomo-terra madre.

Pick: Che visione hai del panorama giornalistico in Italia?

Ale: Questa è una domanda alla quale rispondo quasi sempre con dolore, oltre che con perplessità. Perchè giustamente mi sembra di essere incoerente dato il fatto che studio giornalismo e ambisco ad entrare a far parte della “casta”. Ma il fatto stesso che si parli di casta a volte genera in me qualche fastidio pruriginoso. L’attuale stato dell’informazione italiana non gode di ottima salute e la cosa è sotto gli occhi di tutti. L’informazione è controllata, molto spesso censurata, il più delle volte inesatta e imprecisa. Per renderci conto della realtà di un fatto si dovrebbe far ricorso ad un numero spropositato di media, dal tg, al giornale, ad internet e via dicendo e non sempre è detto che si raggiunga il risultato, visto che ad ogni passo la versione di un fatto cambia. In più, se ci mettiamo che l’influenza politica, sia di destra che di sinistra, aleggia come un enorme nuvolone nero sulla nostra informazione e la frittata è fatta. Un ottimo esempio di quanto la realtà sia distorta dall’informazione è dato dal capolavoro depalmiano “Redacted” che bene fotografa il panorama desolante dell’informazione. (E sono due volte che cito De Palma…)

Pick: E in tutto questo la critica cinematografica come (e dove) pensi si collochi?

Ale: Bisogna capire di cosa parliamo oggi quando ci riferiamo alla critica cinematografica. Perchè la critica cinematografica cosiddetta cartacea, quella dei “matusalemme” senza offesa per nessuno, ma solo per riferirci al fatto che si sta parlando di “veterani”, a volte mi sembra anch’essa alquanto veicolata, come se chi stesse scrivendo non abbia affatto visto la pellicola in questione o l’abbia poi descritta seguendo determinate direttive imposte da qualcuno, e non voglio fare ipotesi perchè ce ne sarebbero troppe. Senza contare il fatto che stiamo parlando di una realtà sicuramente importante (non sono moltissimi i veri e propri teorici e studiosi del cinema di cui possiamo fidarci) che però rimane chiusa in sè stessa, senza aprirsi alle naturali e inevitabili trasformazioni che la critica cinematografica ha subito e sta subendo con la nascita appunto del fenomeno del cineblogging. E quello che a volte fa più rabbia è il fatto di leggere recensioni di critici imbolsiti e blasonati che sono di gran lunga inferiori a quelle scritte da qualche cineblogger decisamente valente che però non ha il giusto spazio che merita.

Pick: Le scuole e le università pensi facciano bene la loro parte?

Ale: Purtroppo, per mia disgrazia, non sono molto vicina alla realtà delle scuole e delle università di cinema, ma per quello che posso dire rifacendomi alle persone che conosco e che hanno studiato o studiano cinema, in effetti non è che vengano aiutati moltissimo, visto che ci si rifà ad insegnamenti ormai desueti a teorie preimpostate che non tengono conto dei cambiamenti e dei progressi, alla “venerazione” di figure giornalistiche il più delle volte ormai “morte” o superate e cose di questo genere. Ci sarebbe bisogno di uno svecchiamento anche in quel senso, ma non mi sento in grado di giudicare nella totalità l’apporto di scuole e università di cinema, visto che non ne frequento nessuna.

Pick: Non parlo solo dei corsi di cinema, ma anche di giornalismo e comunicazione in generale.

Ale: Non avendo terminato il mio corso di studi, non posso essere del tutto certa del fatto che l’università possa o meno aiutarmi nell’inserimento nel mondo del giornalismo. Ma un’idea me la sono sicuramente fatta e non è delle più allettanti, come ben puoi immaginare. Il fatto è che i piani di studi non sono affatto specifici, non si parla di giornalismo nemmeno a pagare, non si fanno esami pratici e ci si deve accontentare di qualche laboratorio o di qualche stage saltuario qui e lì. Senza contare il fatto che chiunque, almeno fin’ora, studente di giornalismo o meno, può conseguire il cartellino da pubblicista e cominciare a fare carriera se ci riesce. Non c’è esclusività nel nostro campo, la qual cosa ha i suoi pregi e i suoi difetti, considerata dal punto di vista di uno studente iscritto alla facoltà di Giornalismo ed editoria.

Pick: Cambiamo argomento passando a qualcosa di più leggero. Come è andata l’esperienza del round dei Trivia Award?

Ale: Ah, non pensavo che saresti andato a parare proprio qui. Che dire, io con i quiz, i test, i giochi, gli enigmi, soprattutto se di stampo cinematografico, mi diverto in una maniera incredibile. Fatto è che nel mentre mi diverto, comincio anche ad incazzarmi di brutto se non riesco a pervenire alla soluzione prima degli altri, per esempio. Con la tua tappa soprattutto, ma anche con quella di Losteyeways credo di aver acquisito un bel numero di rughe prima assenti sul mio volto. Ma al di là di questo, credo che l’idea del Trivia Awards sia anche un’ottima occasione di “unione” tra i vari cineblogger che hanno modo di correlarsi tra loro in maniera diversa dai soliti commenti tra i vari blog. E poi ho la fortuna di essere nella rosa degli organizzatori e dunque di potermi vendicare a dovere quando arriva il mio turno di gestire i giochi e a dire il vero mi sono divertita moltissimo a stuzzicare le vostre menti e i vostri intelletti, oltre che i vostri nervi.

Pick:Crudele!

Ale: Tutte le donne sono crudeli, l’ha detto anche Von Trier nel suo ultimo film a quanto pare…

Pick: Siamo quasi alla fine. Ora c’è il giochino dei 10 registi.

Ale: Ah, ecco! Non vedevo l’ora!

Pick: Sei pronta? Sai come funziona, credo.

Ale: Sono nata pronta… Sì, dovrei aver capito come funziona.

Pick: Ok. Ti dirò un regista, mi dovrai dire il film e l’aggettivo che credi lo rappresentino meglio. Cominciamo: Howard Hawks.

Ale: Poliedrico, “Scarface”.

Pick: John Carpenter.

Ale: Filosofico, “Il signore del male”.

Pick: David Fincher.

Ale: Schizofrenico, “Fight club”.

Pick: Frank Capra.

Ale: Svitato, “Arsenico e vecchi merletti”.

Pick: Gus Van Sant.

Ale: Metaforico, “Gerry”.

Pick: George Cukor

Ale: Illuminante, “A che prezzo Hollywood”.

Pick: Quentin Tarantino.

Ale: Citazionistico, “A prova di morte”.

Pick: Orson Welles.

Ale: Monumentale, “Quarto potere”.

Pick: Robert Altman.

Ale: Corale, “I protagonisti”.

Pick: Woody Allen.

Ale: Sofisticato, “Io e Annie”.

Pick: Ok…. direi che può bastare.

Ale: Su Carpenter volevo dire metafisico invece che filosofico, ma va bene lo stesso.

Pick: Va bene lo stesso. Un saluto e un ringraziamento a nome di tutta la redazione di Cinedrome.

Ale: Poi mi farai conoscere gli altri componenti, vero? Comunque grazie alla redazione, altrochè. Ci terrei particolarmente a ringraziare la mia famiglia che mi ha sempre sostenuto anche nei momenti più difficili, ma soprattutto i miei fan senza i quali non avrei raggiunto la posizione in cui mi trovo ora.

Pick: I ringraziamenti alla famiglia in genere vengono cestinati dai montatori.

Ale: Posso anche diventare come Welles con tutti sti tagli al montaggio eh?

CineBlogTalking 3 / Chimy

Original Air-date: 23 Giugno 2009

Pickpocket83: Siamo in onda, Chimy. Sei a tuo agio?

Chimy:  Moltissimo.

Pick:  Perfetto. Per cominciare con qualcosa di interessante partirei dalla frase che per molto tempo è apparsa sul tuo/vostro blog. “Il cinema è l’arte di scolpire il tempo”.

Chimy : Ok, si parte subito forte.

Pick: E’ una frase importante.

Chimy: Estremamente importante.. come sai, è un frase del nume tutelare di Cineroom, Andrej Tarkovskij, ed esprime perfettamente cosa lui intende col fare del cinema. Per la maggior parte dei teorici il cinema aveva come arti-sorelle la pittura e il teatro. Per Tarkovskij invece il cinema si doveva paragonare alla musica, per le scelte legate ai tempi musicali, e alla scultura. Da qui deriva “L’arte di scolpire il tempo”.

Pick: Credi che Tarkovskij, sulla base di queste premesse teoriche, sia riuscito nel suo cinema a “plasmare” il tempo?

Chimy: Credo che in diversi momenti dei suoi film Tarkovskij porti lo spettatore a perdere le proprie coordinate spaziali, immergendoti in un flusso temporale dove non diventa più importante dove ti trovi (e vale sia per i personaggi dei suoi film che per gli spettatori) ma quanto tempo passi in quello spazio e come lo passi. Per spiegarmi meglio… consiglio di vedere, e rivedere, il momento in “Solaris” in cui la macchina da presa gira seguendo il corridoio circolare dell’astronave.  Le immagini spiegano sempre meglio il cinema delle parole.

Pick: Qualcosa di simile accade anche in “Arca russa” di Sokurov.

Chimy: Verissimo, ed è interessantissimo il parallelo perché “Arca russa” fa esattamente la stessa cosa. Ci si muove in uno spazio fisso, definito, concreto, dove però la cinepresa ci “invita” a muoverci all’interno di tempi differenti, astratti e mentali. Questo almeno è quello che ho provato io. Su questo però vorrei sapere se sei d’accordo…

Pick: Assolutamente d’accordo.

Chimy: Perfetto.

Pick: Quali sono i tuoi “punti di riferimento” teorici? Gli scritti che più consideri importanti e che più hanno influito sul tuo rapporto con il cinema e la scrittura di cinema?

Chimy: Sicuramente il primo nome che mi viene da fare è Bazin. L’unico, o uno dei pochissimi, che faceva teoria che si collegava direttamente a come andare a valutare i film. Trovo molto più moderne le sue idee scritte negli anni ’50 di quelle uscite invece negli ultimi 25 anni.

Pick : Lo consideri quindi più importante della teoria degli anni più recenti. Molti invece vedono Bazin come un teorico storicamente superato.

Chimy: Io non sono d’accordo e anzi ribatto che per tornare a far sì che le teorie sul cinema abbiano ancora un senso bisogna riprendere l’approccio di Bazin di applicare direttamente le idee teoriche ad esempi di film o a “scelte cinematografiche” dei registi. Molte teorie più odierne sono, a mio parere, troppo incentrate sul voler seguire approcci metodologici, extra-cinematografici, e spesso si vanno a dimenticare di parlare dei film veri e propri.

Pick: Ti riferisci all’approccio strutturalista, o cosiddetto “post-strutturalista”?

Chimy: Anche, ma non solo… a quasi tutti gli approcci che si sono sviluppati negli anni ’70 manca quel contatto diretto con l’opera che Bazin aveva. E quel contatto diretto si può anche definire “passione” per il cinema… che anche negli approcci teorici non dovrebbe comunque mai mancare.

Pick: A questo punto è doveroso spendere qualche parola su una vera e propria istituzione cinebloggara come Cineroom.

Chimy: L’idea per Cineroom è nata quasi per gioco. Al festival di Udine di due anni fa, quando parlando con Murda (blog Murdamoviez) ci ha parlato del suo blog, a me e al Para è venuta voglia di provarci. Il giorno dopo che eravamo tornati da Udine, il Para mi ha chiamato e mi ha detto che voleva subito impostare il blog e che dovevamo trovargli un nome. Così è nato Cineroom… che in questi due anni ci ha dato davvero grandi soddisfazioni.

Pick: Quanto è difficile gestire un blog a 2? E quanto è difficile gestirlo con uno come il Para?

Chimy: Haha… allora per la prima domanda, io ho sempre pensato che avere un blog in due fosse una grande comodità, così ci si divide un po’ il “lavoro”… sulla seconda: ecco il problema è che mi è capitato di gestirlo con il Para.. haha.

Pick: E’ dura?

Chimy: Durissima. Anzi guarda, senza farci sentire da lui, cosa dici se ne apriamo uno io e te?

Pick: Lui ci ascolta, segue questa rubrica. Potrebbe vendicarsi. Lo invitiamo ufficialmente per una delle prossime puntate, anzi. Così avrà modo di replicare.

Chimy: Perfetto. Aggiungo soltanto che la “convivenza” funziona molto bene anche perché siamo quasi sempre d’accordo sui film… perché quando non lo siamo volano parole grosse. E qui vorrei rendere pubblico che al Torino Film Festival del 2007, con Honeyboy testimone, stavamo quasi arrivando alle mani per “La promessa dell’assassino” di Cronenberg. Ed eravamo soltanto a mezzo voto (in scala Cineroom) di differenza 🙂

Pick: Ma quello era un mezzo voto rilevante, visto il film.

Chimy: Decisamente.

Pick: Visto che hai nominato il TFF passiamo all’argomento festival. Voi due ne avete vissuti parecchi.

Chimy: Sì, personalmente i festival di cinema li amo moltissimo… forse addirittura più che per i film, per l’atmosfera che c’è attorno in cui si respira cinema.

Pick: Sei soddisfatto dei premi assegnati all’ultimo festival di Cannes?

Chimy: Sono rimasto molto stupito che diversi premi siano andati a film che erano stati “bastonati” dalla critica. Il premio alla regia a Brillante Mendoza in particolare. Sono molto contento per Haneke che è un regista essenziale per il cinema odierno.

Pick: Perché lo ritieni tale?

Chimy: Perchè è un regista che ancora vuole colpire e sperimentare lavorando sul linguaggio cinematografico. E ancor di più perché è uno dei pochissimi registi odierni che inserisce lo spettatore direttamente nel film. Lo spettatore fa parte del testo… partecipa insieme ai personaggi… e questa era una delle basi anche del cinema di Hitchcock, che (ti anticipo se magari volevi chiedermelo successivamente) è in assoluto il mio regista preferito.

Pick: Però rimandendo su Haneke, non ti sembra che nei suoi film dia l’impressione di trattare lo spettatore, in un certo senso, come una specie di cavia da esperimento? Io vedendo il secondo “Funny Games” ho sperimentato questa sensazione.

Chimy: He he… Haneke, seppure a vederlo non sembra, è (secondo me) un grandissimo burlone… e spesso va a giocare con lo spettatore, arrivando anche a “prenderlo un po’ in giro” come ha fatto col nuovo Funny Games. Sul quale, se ben ricordo, abbiamo due opinioni molto diverse.. 🙂

Pick: Molto molto diverse, ricordi bene. Spostiamoci su Venezia. Cosa ricorderai dell’edizione dello scorso anno?

Chimy: La prima cosa che mi viene in mente pensando a Venezia è quanto noi ci siamo divertiti in quei giorni.. al di là dei film che metto in secondo piano nella memoria.

Pick: Quale dei film visti ti è più “rimasto”?

Chimy: Sicuramente “Ponyo sulla scogliera” di Miyazaki, che per me è, indubbiamente, il miglior film uscito fin’ora nel 2009.

Pick: Proiettiamoci  un po’ sulla prossima edizione della Mostra, aperta da Tornatore. Sai qualcos’altro sui film della selezione?

Chimy: Purtroppo nulla di certo… qualche rumor magari.

Pick: Ci va bene lo stesso.

Chimy: Credo che ci possano essere Clint Eastwood con “Invictus” (del quale si parlava anche come possibile apertura), Todd Solondz con “Life During Wartime”… magari Scorsese, visto che il suo film esce ad ottobre… poi ho sentito parlare di Herzog, con il remake de “Il cattivo tenente” e avevo anche sentito parlare di Malick, anche se visti i suoi tempi abituali di montaggio ho qualche dubbio.

Pick: Beh, non male.

Chimy: Speriamo che poi siano confermati

Pick: Ci fossero tutti questi registi ci sarebbe da andarci in pellegrinaggio.

Chimy: Assolutamente. Aggiungo anche che mi piacerebbe molto vedere “White Material”, il nuovo film della purtroppo poco nota in Italia Claire Denis, che dovrebbe essere pronto in tempo perla Mostra. Isuoi film, non arrivando in sala, è sempre meglio beccarli nei festival.

Pick: Ti riposi un attimo con un filmato che la redazione ha preparato per te.

Chimy: Ottimo.

 Chimy: Straordinario. Avrò rivisto questo incipit almeno 200 volte e ogni volta è un’esperienza incredibile. Come tutto il film, dall’inizio alla fine, del resto.

Pick: Ci dai una definizione di campo lungo?

Chimy: Haha. Argomento che è stato molto dibattuto… La vuoi davvero?

Pick: Certo! La più chiara possibile.

Chimy: Allora diciamo così… Nel campo lunghissimo i soggetti (se ci sono) che vengono inquadrati sono ridotti a semplici puntini-silhouette e ogni azione che compiono è impercettibile. Nel campo lungo, pur se lo spazio è rappresentato ancora in tutta la sua estensione, i soggetti sono ad una distanza che permette di capire le azioni che stanno facendo, anche se non riesci ancora a riconoscere i volti degli attori-personaggi. Anche qui le immagini spiegano meglio delle parole… E’ stata faticosa questa domanda.

Pick : E se, poniamo, non ci sono esseri umani o animati nell’inquadratura?

Chimy: Dipende. Se inquadri il mare al tramonto è un campo lunghissimo. Se c’è un albero che “blocca l’orizzonte” (che brutta frase)… quell’albero può essere in campo medio, in campo lungo etc etc. O anche in dettaglio su una foglia.

Pick: Ok… mi accontento.

Chimy: Meno male.

Pick: Qualche altro dubbio me lo tengo per i commenti al post.

Chimy: Haha.. va bene.

Pick: Cosa pensi della critica cinematografica “cartacea” italiana? Segui qualche critico in particolare?

Chimy: Il mio pensiero sulla critica dei quotidiani in Italia è pessimo. Non faccio nomi, ma la maggior parte sono persone senza vere basi cinematografiche (e passione che ribadisco essere la cosa più importante!) e che spesso danno “aiutini” a film che non li meriterebbero. Nel complesso, leggo le recensioni dei quotidiani ma con poco interesse e ancor meno fiducia. Preferisco di gran lunga quelle delle riviste, dei siti e anche dei blog.

Pick: Cosa pensi di Pino Farinotti?

Chimy: He he.. seguo la bellissima frase usata dal caro Lost la volta scorsa: un compilatore di dizionari.

Pick: Non va bene. Vogliamo sapere qualcosa di più sul tuo rapporto con lui. Possiedi il suo dizionario?

Chimy: No, assolutamente. Leggo ogni tanto su Mymovies quello che scrive, quando scrive. Mi sembra che sia uno che giudica il film dal “soggetto”, se gli interessa o meno, o dal nome del regista…ed è un qualcosa che a me non va troppo a genio.

Pick: Cosa pensa il Para di Ferzan Ozpetek?

Chimy: Haha. Finge di deriderlo in pubblico, ma lo esalta nel privato… Quando leggerà questa frase mi ucciderà… haha.

Pick: Lo penso anch’io. Quando caspita esce “The limits of control” in Italia? Dacci una parola di conforto.

Chimy: Bella domanda.. purtroppo non lo so.

Pick: Un tuo parere sull’ultimo film di Marco Bellocchio.

Chimy: Allora.. è un film che mi ha convinto a metà… E semplicemente per il motivo che la prima parte mi è piaciuta decisamente… mentre la seconda purtroppo no. Il motivo è che la prima parte ragiona magnificamente sul cinema.. su quello degli anni ’10 italiano (epoca in cui è ambientato) in particolare… il futurismo e il melodramma  su tutti. Mentre nella seconda la regia di Bellocchio si adagia su standard molto convenzionali, concentrandosi unicamente sul raccontare la storia di Ida Dalser senza interessarsi più del tutto alle immagini e al linguaggio su come farlo.

Pick: Uno sguardo al cinema d’animazione, e alle nuove frontiere tecnologiche che il futuro ci riserva. Qualche anticipazione o suggerimento?

Chimy: Domanda interessante anche perché proprio ieri stavo parlando di come, a mio parere, nelle ultime stagioni i film più importanti usciti in sala fossero opere d’animazione. Se partiamo da settembre2008 aoggi, i due film migliori che ho visto sono “Wall-e” e il già citato “Ponyo sulla scogliera”. Adesso non vedo l’ora di vedere “Coraline e la porta magica”… stop-motion e 3d assieme, potrei impazzire. E naturalmente “Up”, che dovrebbe essere proiettato a Venezia nei giorni dedicati alla Pixar, in cui ci saranno anche “Toy Story” e “Toy Story2”in 3D.

Pick: Gioco regista/aggettivo/film.

Chimy: Ahia.. questo è difficile.

Pick: Pronto?

Chimy: Vai. Sii spietato.

Pick : Terry Gilliam.

Chimy: Fantasmagorico. “Brazil”.

Pick: Lars Von Trier.

Chimy: Incompreso/troppo compreso. “Le onde del destino”.

Pick: Tim Burton.

Chimy: Favolistico (se esiste ). “Edward mani di forbice”.

Pick: Steven Spielberg.

Chimy: Intelligente. “Incontri ravvicinati del terzo tipo”.

Pick: Erich Von Stroheim.

Chimy: Folle. “Rapacità”.

Pick: Charlie Chaplin.

Chimy: Il cinema. “Tempi moderni”.

Pick: Buster Keaton.

Chimy: Beckettiano. “La palla nr.13”.

Pick: Pietro Germi.

Chimy: Indagatore. “Sedotta e abbandonata”.

Pick: David Lynch.

Chimy: Extrasensoriale. “Mulholland Drive”.

Pick: Jim Jarmusch.

Chimy: Poetico. “Ghost Dog”.

Pick : Benissimo. Direi che ci siamo. Dedicherei questa intervista a David Carradine. Sei d’accordo?

Chimy: Assolutamente. Con tutto il cuore.

Pick: Un grande.

Chimy: Davvero un grande.

CineBlogTalking 2 / Honeyboy

Original Air-date: 1 Ottobre 2009
 
 
Pickpocket83: Buonasera.
 
Honeyboy: Buonasera! Oddio, non sarà una cosa tipo Frost/Nixon?

P: Molto meglio.

H: Mi sento confortato…

P: Prima di cominciare, grazie per l’importante esclusiva che stai concedendo a Cinedrome. Ne siamo onorati.

H: L’onore è tutto nostro, dico davvero, e parlo per l’intera redazione.

P: Poco prima di registrare questa intervista alcune persone del tuo staff hanno recapitato alla nostra redazione una busta sigillata con alcune “condizioni preliminari” da rispettare durante l’intervista. Tra queste, alla nota numero 3, si precisa che l’argomento cinema non avrebbe potuto occupare uno spazio complessivo superiore al 39.4%. Cominciamo quindi parlando di altro. Parliamo di scrittura. Cos’è per te la scrittura?

H: Si parte subito con le cose difficili! La scrittura non è niente di diverso dal confrontarsi con la vita, esprimere un punto di vista sulla realtà, il contesto storico e il tempo in cui viviamo (credo che chi scrive non debba avere paura di “sporcarsi le mani” con cavi elettrici e tutto ciò che segna i nostri tempi, coi moribondi e in generale la gente che se la passa poco bene, con la merda che continuerà sempre a puzzare nonostante i tentativi di “abbellimento”). Credo che la scrittura “vera” metta in prima linea l’onestà (non si può condividere la plastica), il cuore a braccetto con il cervello e le viscere sempre in bella vista. La scrittura è scrittura quando muove le cose, in qualsiasi direzione, senza necessità di traguardi.

P: Credi che la scrittura possieda un qualche potere terapeutico?

H: Certo, quando è sincera. Scrivere quello che senti ti libera da qualche peso, come fosse una confessione. Non mi ritengo uno scrittore (perché cucino anche, ma questo non fa di me un cuoco) ma uno che tenta di scrivere qualcosa, e nonostante questo non potrei mai fare a meno della scrittura, di una penna e un foglio di carta o di una tastiera. Questo perché scrivere mi aiuta a sentirmi vivo.

P: Hai dei punti di riferimento particolari, degli scrittori che consideri per te imprescindibili?

H: Soprattutto Don DeLillo (LO scrittore), David Foster Wallace (IL cuore), Donald Barthelme (LO sperimentatore), Raymond Carver (alcuni suoi racconti mi hanno avvicinato alla letteratura), John Barth (l’opera galleggiante è uno dei libri della mia vita), Philip Roth (!) e Paul Auster (!!). Ma anche Dave Eggers, Chuck Palahniuk e Bret Easton Ellis. E poi, chiaramente, Pynchon, a cui ho anche dedicato il titolo del mio blog.

P: Quali sono i 5 libri che sottrarresti ad un rogo cartaceo universale e ti sforzeresti di imparare a memoria, per trasmetterli alle future generazioni?

H: Non è per nulla una domanda semplice alla quale rispondere… Sicuramente “Infinite Jest” di D .F. Wallace, anche se mi ci vorrebbe una vita intera… Poi “Underworld” di DeLillo (altro lavoraccio!) e “Pastorale Americana” di Roth. “Cattedrale” di Carver e infine, a sorpresa, “American Tabloid” di Ellroy.

P: Titoli particolarmente agevoli da memorizzare.

H: Già…

P: Dicci qualcosa dell’ultimo libro che hai letto.

H: “Invisible monsters” di Palahniuk. Bisognerebbe parlare di “apparire” e di “apparenza”, o meglio delle strategie che bisogna individuare per apparire agli altri (una top model che si ritrova sfigurata). La cosa che più mi entusiasma del buon Palahniuk è lo stile, sembra quasi che infili un videoclip dietro l’altro con brevissimi stacchi di montaggio. Tutto viaggia ad una velocità sorprendente.

P: Caratteristica quindi ben “trasfigurata” sullo schermo dal “Fight Club” di David Fincher?

H: Puoi dirlo forte. Il Fight Club fincheriano non concede respiro, ti porta “dentro”, ti scazzotta e non ti molla fino ai titoli di coda. Ed è inoltre uno dei più grandi film degli anni ’90, forse lo prediligo addirittura al libro di Palahniuk (che è comunque enorme).

P: Continuiamo a parlare di “adattamenti” e di sceneggiatori prestati alla regia. Hai avuto di recente modo di vedere il film diretto da Charlie Kaufman “Synecdoche New York”, che dopo “Il ladro di orchidee” affronta ancora una volta il tema della scrittura, e della scrittura nel cinema. Lo consideri un esperimento riuscito?

H: Charlie Kaufman, perbacco! Io considero “Adaptation” (il titolo originale rende molto meglio l’idea) una sorta di “dizionario” sulla scrittura per il cinema. “Synecdoche New York” è un esperimento fallimentare, perché non si possono “scrivere” (e dunque filmare) personaggi che cerchino di sottrarsi alla finzione (come il protagonista del film). Considero l’esperimento “riuscito” come una dimostrazione per assurdo, dove il fallimento della dimostrazione decreta la veridicità della tesi. Cioè che il cinema (ma in generale l’arte) non può sostituirsi alla vita, la realtà è l’input al quale il cinema reagisce, producendo in seguito un qualche output (che non può essere nuovamente la realtà).

P: E’ stato tratto un film anche da “Brevi interviste con uomini schifosi” di David Foster Wallace, in uscita proprio in questi giorni negli States. Sai dirci qualcosa in merito?

H: Sono un po’ dubbioso. Credo che solo Lynch, Cronenberg o Herzog (insomma cineasti di questa portata) sarebbero in grado di fare cinema lavorando su un testo di Wallace (per non parlare di brevi interviste, che non è assolutamente omogeneo, a meno di trasporre proprio solo le “interviste”). Vedremo…

P: E’ in arrivo anche un altro importante adattamento cinematografico. David Cronenberg porterà sullo schermo pagine di DeLillo. Di che si tratta?

H: Cosmopolis! Sarà un Evento che marchierà a fuoco le nostre memorie, qualcosa da raccontare ai nipoti. Ho aspettative abbastanza basse come puoi vedere… Se penso cosa ha combinato Cronenberg con Ballard e Burroughs (e soprattutto con due romanzi che sembrerebbero davvero impensabili da trasporre, come “Crash” e “Il pasto nudo”, e del resto anche trasporre “Cosmopolis” non è proprio quella che io chiamo una passeggiata) ho i brividi. Brividi inarrestabili non tanto perché “Cosmopolis” sia il miglior DeLillo (non lo è…) ma perché è certamente il più cronenberghiano e profetico (insieme a “Rumore bianco”) tra i suoi romanzi.

P: Ancora cinema-letteratura. Paul Auster ha dedicato grande attenzione ed affetto al documentario “Man on wire”. Cosa pensi abbia “visto” Auster nelle straordinarie imprese di Philippe Petit?

H: Hai letto “Mr. Vertigo”? Credo che Auster sia in un certo modo attratto (come me, del resto) dalla sospensione, da questi personaggi che possono fare cose straordinarie nell’aria, meravigliare centinaia di occhi, ma che poi devono necessariamente mettere i piedi per terra ed affrontare la vita. Del resto credo che Philippe Petit (che Auster conosceva già ben prima di vedere il documentario) abbia un po’ ispirato proprio la stesura di “Mr. Vertigo”.

P: Non ho letto “Mr. Vertigo”. Dovrò rimediare.

H: Spero sopravviva all’auto da fè.

P: Qual è il tuo rapporto con il “documentario” cinematografico?

H: Non sono pochi i documentari che amo profondamente, uno su tutti “Apocalisse nel deserto” di Herzog. Credo che proprio Herzog sia riuscito a compiere la più grande riflessione sui confini tra fiction e non-fiction, in “Grizzly Man”, film nel quale si “documentano” le gesta di Treadwell e al contempo ci si interroga su una certa capacità di metteur en scène dello stesso uomo-grizzly. C’è sempre una dose di finzione, credo che il punto sia questo. Scegliere l’angolo con il quale inquadrare, cosa raccontare e come farlo. Il resto ce lo mette la natura, la realtà, questo è vero, ma cionondimeno c’è sempre uno sguardo che traspare, un modo di vedere le cose che “inquina” (per questo trovo particolarmante irrilevante accusare Moore di “faziosità”).

P: Qual è il tuo rapporto con Quentin Tarantino? Sei pronto per “Inglorious Basterds”?

H: Prontissimo. Tarantino pone essenzialmente un problema: a che punto è arrivata la narrazione? Ad un punto di non ritorno? Siamo arrivati ad un punto al quale la rinnovazione è l’unica innovazione possibile? Possiamo realizzare le cose che amiamo davvero sbattendocene altamente di dove si trovi ora questo punto? Non ho le risposte (tranne per quel che riguarda l’ultimo quesito) ma penso che ogni essere umano abbia uno stile peculiare (più riconoscibile o meno, a seconda del grado di maturità, non della persona ma dello stile), un modo di fare e vedere le cose che lo distingue. Il collage è un modo come l’altro di operare, non certo meno personale. Non si “copia” per mancanza di idee ma perché quelle che copi sono le tue, di idee, non so se il concetto è chiaro. E non bisogna credere che realizzare un collage sia cosa facile, parliamo di una struttura che deve mostrare una sua unità al di là dei frammenti da cui è composta. Poi i suoi omaggi sono sempre mossi da un cuore gigantesco, un amore per il cinema che penso non abbia eguali.

P: Ora facciamo una piccola pausa. La redazione ha preparato un contributo video per te.

H: Vediamo.
 


 
P: Per quale delle due squadre avresti tifato?

H: Come si fa a non tifare per Sofocle, Archimede ed Epicuro?

P: Parliamo di calcio. Credi che il Bari possa vincere lo scudetto?

H: Onestamente me lo auguro. Ma il Bari purtroppo è pura entropia, non credo abbia la continuità necessaria. Può fare la partita della vita a San Siro e poi perdere miseramente in casa. A Ranocchia ho perfino dedicato la mia squadra fantacalcistica…

P: Credi che Ranocchia sia da nazionale?

H: Io sono per far giocare i giovani (un certo allenatore dice che “devono prima fare esperienza in campo internazionale”, ma è difficile che la facciano non giocando!), ma Ranocchia lo vedo come titolare (o almeno convocato!) fra qualche annetto.

P: Credi che Cassano giocherà i mondiali?

H: Se l’allenatore di cui non voglio fare il nome si decidesse a convocarlo… Cosa deve fare di più, mangiarsi il pallone?

P: Descrivici il tuo rapporto speciale con gli organi parenchimatosi. In particolare con la milza.

H: La milza è l’organo che più mi affascina: è l’Ade degli organi, il cimitero degli eritrociti. Se ci pensi i globuli rossi hanno una certa coscienza di cosa attende loro dopo la morte, ovvero la milza. Credo che vadano in un posto migliore. Probabilmente anche la morte degli esseri umani prevede l’inglobamento in una sorta di milza gargantuesca. O almeno questo è quello che mi piace pensare.

P: Raccontaci qualcosa della tua esperienza di spettatore al Torino Film Festival. Che ricordi conservi delle due passate edizioni?

H: A parte per quel che riguarda la compagnia del Para e del Chimy (specie del primo, personaggio arrogante come se ne vedono pochi ^^) al T.F.F. si sta benone. I miei ricordi sono tutti per “Vogelfrei”, incredibile manifesto della scuola lettone, forse il più brutto film dell’intera storia del cinema (il che lo nobilita a capolavoro). Ma anche per il finale di “Dream” di Kim-Ki Duk, raramente ho tremato in sala con tale veemenza.

P: In che stato ti sembra essere il fenomeno del cineblogging? Quali sono le caratteristiche che un cineblog deve avere per poter catturare la tua attenzione?

H: Il cineblogging è agonizzante, le discussioni davvero interessanti che nascono sono sempre più rare, almeno per quello che mi è dato vedere e leggere. Un cineblog (e quelli che seguo non sono moltissimi) cattura la mia attenzione se chi ci scrive si mette al servizio dei film e non di se stesso, se propone un modo particolare di vedere le cose, con il quale posso confrontarmi notando cose che prima non avevo notato. Mi piacciono i cineblog che difendono gli autori sbattendosene di cosa è minore e maggiore, seguendo il percorso tracciato da un particolare cineasta, cercando di collocare ogni suo film all’interno di un puzzle. Mi piace leggere un blog di cinema se “sento” nelle parole la passione, la passione viene prima di ogni altra cosa.

P: Leggi molta critica cinematografica? Chi sono i critici di cui più ti fidi? Ammesso che ce ne sia qualcuno.

H: Leggo praticamente solo la copia dei Cahiers du Cinéma che mi arriva mensilmente. Per quanto riguarda il suolo italico Giona A. Nazzaro mi piace, e non disdegno neppure i sentieriselvaggini (anche se spesso e volentieri sono in totale disaccordo con quel che scrivono). Ma non c’è un vero e proprio critico del quale mi fidi, sono più (alcun)i blog a spingermi al recupero di una determinata pellicola.

P: Siamo quasi alla fine. Rinnoviamo il giochino dei 10 registi, per ognuno dei quali dovrai sbilanciarti con un aggettivo e un film.

H: Evviva!

P: Terry Gilliam.

H: Metanfetaminico, “Brazil”.

P: Micheal Mann.

H: Chirurgico, “Collateral”.

P: Takeshi Kitano.

H: Spiaggesco, “Sonatine”.

P: David Lynch.

H: Pescatore, “Una storia vera”.

P: Wes Anderson.

H: Stilista, “I Tenenbaum”.

P: Alexandr Sokurov.

H: Peristaltico, “Arca russa”.

P: Jim Jarmusch.

H: Cazzaro, “Ghost dog”.

P: Micheal Gondry.

H: Meliesiano, “L’arte del sogno”.

P: Sofia Coppola.

H: Sofia Coppola! Detonatrice, “Marie Antoinette”.

P: Clint Eastwood.

H: Paterno, “Million Dollar Baby”.

P: Benissimo, direi che abbiamo finito. Grazie per la collaborazione.

H: Grazie alla redazione di Cinedrome per l’opportunità.

CineBlogTalking 1 / LostEyeways

Original Air-Date: 6 Giugno 2009
 
 
Pickpocket83: Benvenuto, Lost. Questo è il primo appuntamento su Cinedrome con una rubrica che periodicamente tenterà di portare i lettori dei blog ad un contatto un più diretto e ravvicinato con i blogger. Ammesso che i lettori siano davvero interessati a questo. Sei a tuo agio?

 Losteyeways: Certamente, a Cinedrome mi sento come se fossi a casa mia. Per l’occasione mi sono messo in mutande.

 Pick: Ne siamo lieti.

 Lost: Anche le mie pudenda accaldate.

 Pick: Cominciamo parlando dello stato di salute generale del cineblogging. E’ sotto gli occhi di tutti , specie sulla piattaforma di splinder, che sia preda di un infiacchimento diffuso. Sembra che tutto il fenomeno attraversi un periodo di crisi. A cosa la attribuiresti? La domanda, me ne rendo conto, è impegnativa.

 Lost: Sono quasi sicuro che sia tutto un complotto della sinistra comunista ed antilibertaria, alla quale è notoriamente invisa la libertà di espressione. Però probabilmente ci sono cause più profonde, che posso solo provare ad accennare.

 Pick: Potremmo provarci.

 Lost: La comunicazione via web ha conosciuto negli ultimi anni una veloce evoluzione che ha seguito un cammino di progressiva semplificazione e velocizzazione. Si è passati dalle ormai vecchie pagine web, pesanti, statiche e verbose, ai blog: più veloci, più sintetici e dinamici. Il blog evidentemente non era un punto di arrivo, ma un nuovo punto di partenza: pensiamo al fenomeno tumblr, per esempio, che propone una piattaforma di micro-blogging che privilegia la comunicazione istantanea, spesso affidata a semplici immagini, o brani musicali ed in cui la parola scritta assume un ruolo ormai marginale. Se poi aggiungiamo il boom di Facebook, ecco che le possibile cause della crisi dei blog possono sembrare un tantino più chiare. Probabilmente c’è anche altro, ma la mia capacità di analisi (quando sono in mutande) non riesce ad andare oltre un certo punto.

 Pick: Quindi, in sostanza, pensi che l’avvento di nuove piattaforme più versatili e “leggere” (facebook, tumblr, twitter) abbia sottratto appeal al blogging?

 Lost: Personalmente, utilizzo anche io Tumblr. Twitter e Facebook, ma cerco di utilizzarli come accessori, mezzi complementari ed ausiliari, che aiutino il mio blog ad aumentare il bacino di lettori. Però mi rendo conto che per la loro leggerezza (anche in termini di impegno) siano una tentazione forte ad abbandonare un tipo di comunicazione più elaborata ed approfondita. Si, è possibile che tanti abbiano ceduto per percorrere strade più semplici.

 Pick: Torniamo al capitolo cineblogging.

 Lost: Torniamoci.

 Pick: Quali sono le caratteristiche che deve possedere un cineblog ideale per riuscire a catturare la tua attenzione di lettore-internauta?

Lost: Un cineblog per catturarmi deve innanzitutto sapersi sintonizzare sulle mie frequenze emozionali, di gusto e cinefilia snob. Non deve fossilizzarsi sull’attualità cinematografica chè tanto ormai la si trova pure dentro i pacchi di patatine, ma deve scavare nella ricca miniera delle opere più oscure e spesso ingiustamente trascurate. Inoltre deve saper proporre letture non convenzionali, coraggiose ed anche spietate, ma senza alcuna traccia di spocchia, che mi fa sempre allergia. Un giusto substrato di umorismo ed autoironia è indispensabile. Poi deve anche saper attirare il mio occhio perchè, da buon scopofilo quale sono, il blog non lo leggo soltanto ma lo guardo. Mi piace quindi che le parole siano poste dentro una degna scenografia.

Pick: Dacci 3 buone ragioni per cui credi che iltuo blog meriti di essere letto.

 Lost: Addirittura tre ? Non ti sembra di essere troppo ottimista ?

 Pick: Ce la puoi fare.

 Lost: Prima di tutto perchè è un blog assolutamente anarchico e fancazzista. Non vi prenderà molto tempo: non dovrete scomodarvi a visitarlo spesso, perchè tanto il tempo per scrivere è sempre pochissimo, il che mi porta necessariamente a privilegiare una scrittura sintetica e, spero, diretta.

 Pick: Siamo a quota uno.

 Lost: Secondo motivo: Peeping Tom, nella sua perversione (ci)necrofila, ha il desiderio di  proporre visioni originali, delle quali non si parla sovente nella blogosfera, privilegiando magari titoli persi ormai nelle pieghe del tempo o ingiustamente sbertucciati dalla critica più ingessata e seriosa. Soprattutto cercando di trovare spunti interessanti di riflessione anche da pellicole che apparentemente parrebbero meritevoli del macero.

 Pick: E siamo a due.

 Lost: La terza è dura perchè impone al lettore un ulteriore sforzo di sospensione dell’incredulità

 Pick: Siamo pronti alla sospensione. Abbiamo tutte le sospensioni a posto.

 Lost: Da recenti studi condotti presso l’università di Tubinga, è emerso che su un campione di mille lettori di sesso maschile di Peeping Tom (a proposito, mi devono ancora spiegare dove li hanno trovati) il 40% abbia sviluppato capacità extrasensoriali quali la visione a distanza, la capacità di guardare attraverso gli abiti e di comprendere l’eloquio di un senatore qualunque della Lega Nord. Il restante 60% invece ha mostrato condizioni di salute soddisfacenti, salvo qualche raro caso di narcolessia o di stipsi ostinata. Sintomi che comunque tendono a scomparire non appena ci si allontana dal monitor. In ultima analisi leggere Peeping Tom non fa male. E questo mi pare già tanto.

 Pick: Sono notizie che sicuramente faranno la felicità di molti lettori.

 Lost: Io farei leggere Peeping Tom ai miei figli. Senza alcun timore.

 Pick: Faresti educare i tuoi figli da Peeping Tom?

 Lost: E secondo te chi li educa? La mamma? Fosse per lei potrebbero guardare tranquillamente Hanna Montana o Amici di Maria De Filippi. Io preferisco tirarli su a pane e Bava.

 Pick: Su Bava ci torniamo dopo. Il Cineblogger Trivia Award è giunto alla conclusione della sua quarta tappa, tra l’altro da te dominata. E’ stata, lungo il suo cammino, una esperienza molto interessante. Ci sai dire qualcosa sul suo prosieguo? Ci saranno altre tappe?

 Lost: Ci sarà a breve un’altra tappa che concluderà la prima edizione. Spero ovviamente che ci saranno altre edizioni  e che possano coinvolgere nuovi blogger anche al di fuori della piattaforma di Splinder.

 Pick: Andiamo con un giro di domande a risposta secca.

 Lost: Vai, facciamoli secchi.

 Pick: Gli ultimi 3 film che hai visto.

 Lost: “Antichrist”, “Il tuo vizio è una stanza chiusa e solo io ne ho la chiave”, “Sepolto vivo”.

 Pick: Come hai trovato il film di Von Trier?

 Lost: Mi è rimasto attaccato addosso, tanto che non sono ancora riuscito a scriverne. E non è detto che io lo faccia. Non scrivo di tutti i film che vedo. L’ho trovato potente, disperato. E’ un film che deve essere visto. Poi si può decidere di amarlo o odiarlo. Ma è ciò che un film deve fare: mettere in moto il cuore ed il cervello. E Antichrist lo fa.

 Pick: Gli ultimi 3 film che hai visto al cinema.

 Lost: “Antichrist”, “Wall-E”, “Kung Fu Panda”.  Dura la vita di un papà, vero ? Tra l’altro “Kung Fu Panda” lo so già a memoria. E con questo ho detto tutto.

 Pick: L’ultimo libro letto.

 Lost: “Cent’anni di cinema italiano”,  di Brunetta. Non il nanetto, eh. Poi racconti sparsi di Poe.

 Pick: L’ultimo libro comprato.

 Lost: “Ricordando l’apocailsse” di Kurt Vonnegut, autore che amo oltre ogni dire.

Pick: L’ultimo DVD comprato.

 Lost: Domanda difficile. Devo guardare sullo scontrino qual è l’ultimo della lista. “Hardware” di Richard Stanley.

Pick: 3 DVD che ritieni imprescindibili e consiglieresti a chiunque di comprare.

Lost: Odio questa domanda! Potrei metterci secoli, anzi di più, per rispondere. Ed intanto potrebbe essere giunta la fine del mondo. Ti dirò tre dei film che amo di più, così tagliamo la testa al toro.

Pick: No! Parliamo di DVD. Edizioni particolarmente degne, o meritevoli. Magari di film altrettanto degni.

Lost: Eh .. allora la cosa cambia (resta una domanda crudelissima).

Pick: Ne sono consapevole.

Lost: Allora buttiamoci sulla roba grossa, restando però sul mercato italiano altrimenti non ci si raccapezza più.

Pick: Mercato italiano, assolutamente.

Lost: La prima cosa che mi viene in mente, perchè ce l’ho qui vicino sullo scaffale, è il box di “Twin Peaks” ,la “Definitive Gold Box Edition”. Ben 10 dvd.

Pick: Cose per cui non sia necessario stipulare un mutuo?

Lost: Cose per le quali vale la pena stipulare un mutuo!

Pick: Andiamo su cose che potenzialmente ogni lettore potrebbe permettersi, diciamo: tetto massimo 25-30 euro. Sono già moltissimi soldi.

Lost: Sicuramente “8 e mezzo”, anche sela Medusa non meriterebbe i vostri soldi.

Pick: E’ un ottimo DVD qualitativamente ma scarnissimo sul fronte extra. Mi pare ci sia solo una soporifera introduzione di Maurizio Porro. Ancora un titolo.

Lost: “Quarto potere” edizione a doppio disco. Con un bel disco di extra molto interessanti. tra l’altro ad un        prezzo popolarissimo. Così bilanciamo i debiti per Twin Peaks.

Pick: Bene. Il peggior DVD in assoluto che hai comprato. L’edizione che più ti ha fatto incazzare per il suo livello qualitativo.

Lost: Qui ci sarebbe da riempire pagine intere. Però l’incazzatura più recente è quella procurata da una indegna edizione di “Ombre rosse”. Sembrava il riversamento da una VHS mangiucchiata da un cane idrofobo. Se cercate “Ombre rosse” meglio rivolgersi al mercato estero.

Pick: Conosco quella edizione. Il tuo eroe dei fumetti preferito.

Lost: Non sono mai stato un grande lettore di fumetti. Li sto riscoprendo solo da poco, prediligendo però quelli non basati su un “personaggio-eroe”. Ultimamente sto scoprendo Batman. Ma quando ero ancora imberbe impazzivo per Lupo Alberto. Quando faceva ancora ridere. Vado invece letteralmente matto per le opere (perchè più che di fumetti si tratta) di Dino Battaglia. Amo Dino Battaglia.

Pick: Hai a disposizione un budget illimitato per produrre un film. Pensi ad un adattamento di un’opera di Lovecraft. Chi scegli come regista?

Lost: Sei un sadico. Lo affiderei a Lucio Fulci, così avrebbe finalmente i soldi che meritava .

Pick: Ma purtroppo Fulci non è più su questa terra. Scegliamolo tra i registi viventi.

Lost: Potrei utilizzare parte del budget per resuscitarlo, con il rimanente farebbe comunque un gran film. Oppure proverei a chiamare Lars von Trier.. chi sa cosa ne verrebbe fuori…

Pick: 3 buone ragioni per cui un lettore di questo post dovrebbe assolutamente vedere “Papaya dei caraibi”.

Lost: La prima ragione  è Laura Gemser, che è sempre una gioia ammirare. Poi Papaya  è il paradigma di quel genere porno-esotic-horror praticamente inventato dal grande Joe D’amato. Ed infine perchè può essere sempre istruttivo soppesare  i rischi  di un rapporto orale. Vero Presidente ?

Pick: Mi sembrano 3 ottime ragioni.

Lost: Io lo farei proiettare nei fine settimana a Villa Certosa, che ne dice?

Pick: Idea illuminata. Cosa pensi della critica cinematografica “cartacea” in Italia?

Lost: Non saprei esprimere un giudizio complessivo, anche perchè non mi affanno certo a leggere la critica cartacea. Mi affido più serenamente agli amici cinebloggers e a qualche nome selezionato, gente che ormai sento vicina per gusto e passioni. Gervasini, Pier Maria Bocchi, Andrea Bruni. Spesso anche Giona A. Nazzaro e pochi altri. Per il resto mi pare che lo scenario sia alquanto sconfortante.

Pick: Cosa pensi di Pino Farinotti?

Lost: Mah. Un compilatore di dizionari. Nulla più.

Pick: C’è un piccolo inserto video che la redazione ha preparato per lei.

Lost: Ohibò.

Lost: Ohhh. Ma questo è praticamente il filmino della mia infanzia. Cinema puro.

Pick: La scopofilia è una pulsione fondante del fare (e consumare) cinema. Perché hai scelto il riferimento a un film come “Peeping Tom” per il titolo del tuo blog?

Lost: Perchè in “Peeping Tom” c’è tutto il cinema nella sua essenza. Peeping Tom è il cinema. Peeping Tom sono io. Ecco scusa, Puoi metterti un attimo di profilo? Si ecco, così…

Pick: Ci approssimiamo alla fine di questa intervista. Dacci la tua Top3 di film horror, quelli che credi abbiano formato e deformato di più il tuo occhio di spettatore.

Lost: Altra domanda infida.

Pick: Il finale delle interviste è sempre irto di domande infide.

Lost: In rigoroso disordine e con la certezza di lasciar fuori titoli fondamentali: “La notte dei morti viventi” di Romero, capostipite dell’horror moderno, “Halloween” di Carpenter e ci metterei anche “L’esorcista” che per un po’, ero ragazzino, mi tolse il sonno. Se mi è permesso vorrei ricordare, fuori classifica, anche “La mosca” con il grande Vincent Price, che fu uno dei primi horror che vidi. In un tardo pomeriggio, dalla nonna, mentre mangiavo per merenda un panino con i pomodori secchi, cominciai ad avere un inusitato rispetto per le mosche.

Pick: Un vero e proprio imprinting.

Lost: Un’infanzia rovinata.

Pick: Siamo quasi alla fine. Ti nominerò dieci registi. Dovrai darmi rapidamente per ognuno un aggettivo (uno e uno solo) e citarmi il suo film (uno e uno solo) che credi lo rappresenti meglio, o quello che più ami. So che sarà difficile. Ti chiedo quest’ultimo sforzo. Pronto?

Lost: Prontissimo.

Pick: Lucio Fulci.

Lost: Eclettico, “L’Aldilà… e tu vivrai nel terrore”.

Pick: Sergio Leone.

Lost: Epico, “Per un pugno di dollari”.

Pick: Blake Edwards.

Lost: Affilato, “Hollywood party”!

Pick: Roger Corman.

Lost: Versatile, “Il pozzo e il pendolo”.

Pick: Tim Burton.

Lost: Immaginifico, “Sweeney todd”.

Pick: John Woo.

Lost: Lirico. “The killer”.

Pick: David Cronenberg.

Lost: Profetico, “Videodrome”.

Pick: Roman Polanski.

Lost: Sinistro, “Rosemary’s baby”.

Pick: John Carpenter.

Lost: Anarchico. “La cosa”.

Pick: Mario Bava.

Lost: Ironico. “I tre volti della paura”.

Pick: Andrai a votare?

Lost: Certo!

Pick: Grazie Lost, abbiamo finito.

Lost: Se mi è concesso vorrei aggiungere solo una cosa.

Pick: Ci mancherebbe.

Lost: Smentisco categoricamente tutte le dichiarazioni qui sopra riportate, poichè sicuramente manipolate e stravolte dalla stampa notoriamente dominata dalla sinistra comunista ed illiberale. Leggete Peeping Tom e solo tra le sue pagine troveretela Verità.

Pick: Sai che oggi non si può fare propaganda politica, Lost.

Lost: Ah, non lo sapevo! Ma ormai … Sarà sufficiente una smentita. Mai fatta propadanga politica. Lo smentisco categoricamente. E se non fosse sufficiente smentisco la smentita.

“Cave of Forgotten Dreams”

C’è una tensione costante nel cinema di Werner Herzog: il protendersi un passo oltre l’abisso, un gradino dopo la soglia che separa l’immagine dal sogno, la verità dei fatti dalla verità estatica, il reale dall’immaginario. Tracciare linee di confine dentro la filmografia herzoghiana è un esercizio sterile, un po’ come arare delle pietre. La verità “dei contabili” non interessa affatto a Werner Herzog, e anche il suo approccio al documentario è , lo sappiamo, sempre svelato, mistificatorio, poetico.  La teoria della camera invisibile, o della camera neutra, è stata sconfessata da Werner Herzog nel momento esatto in cui ha dimostrato come un solo sguardo in macchina possa spezzare l’incantesimo di un isolamento millenario. Diecimila anni più vecchi, 24 volte al secondo. In “Cave of Forgotten Dreams” ad Herzog è stata  concessa l’eccezionale opportunità di filmare le più antiche forme di espressione artistica che l’umanità abbia concepito: i graffiti murari della caverna di Chauvet, una time capsule rimasta inaccessibile per decine di migliaia di anni grazie ad una frana che ne ha preservato intatta la straordinarietà. Nel 1994 un gruppo di speleologi , per caso, ha restituito al mondo questo scrigno preziosissimo, abitato dalle forme e dai colori della prima arte pittorica che l’uomo abbia prodotto. Il dialogo tra la videocamera 3D ad alta definizione di Herzog e gli autori di quei dipinti è fitto, denso e vertiginoso. Il proto-cinema raccontato dai movimenti abbozzati di quei disegni, quasi dei primitivi cartoon, rivive nelle ombre/luci proiettate sulle pareti della caverna dall’operatore Peter Zeitlinger e dischiude improvvisi spazi di tempo millenario. Quello che oggi vediamo su quelle pareti è il frutto di migliaia di anni di continua stratificazione, di un sovrapporsi ripetuto di segni e colori, di gesti, mani, occhi. Le loro mani e i nostri occhi. Ed è in questa coincidenza che si pone la questione, cruciale per Herzog, della percezione: nel nostro immaginario asfittico e grigio, colonizzato da immagini logore, la visione estatica delle pareti della caverna di Chauvet pone un insondabile quesito pre-liminare: è possibile per noi, coccodrilli mutanti responsabili di una deriva ambientale da apocalisse planetaria, percepire il segno esatto tracciato dagli autori di quei disegni e coglierne la vera essenza? Quello che i nostri occhi catturano è solo il bagliore di un significato ormai definitivamente smarrito nel corso del tempo o è ancora possibile rintracciare, anche per noi, in quei disegni la scintilla di umanità che dovrebbe renderceli familiari? La teoria di un giovane paleontologo in proposito, enucleata in uno degli incontri più significativi del film, è molto interessante: chi preserva, oggi, una riserva culturale di maggiore primordialità può avvicinarsi meglio alla vera essenza di quei dipinti. Piuttosto che ad un paleontologo occidentale bisognerebbe chiedere ad un aborigeno, ad un boscimano, ad un indios dell’Amazzonia cosa vede dietro quei segni. Ancora il ritorno ad uno sguardo il più possibile incorrotto, puro, vergine. C’è poi un ulteriore motivo che potrebbe rendere questo film ancora più prezioso. Lo sguardo di Werner Herzog potrebbe essere stato uno degli ultimi a posarsi sui dipinti della grotta di Chauvet. Le pareti della grotta di Lascaux, in seguito alle esalazioni respiratorie di migliaia di turisti, hanno riportato serissimi danni, e le autorità francesi per non correre una seconda volta questo rischio sembrano essere intenzionate a chiudere ai visitatori la grotta di Chauvet, costruendone una specie di replica fedele nelle immediate adiacenze. L’unico medium per entrare dentro la grotta di Chauvet, di qui a qualche tempo, potrebbe essere quindi solo “Cave of Forgotten Dreams”. Un movimento di forme, venuto (d)alla luce trentaduemila anni prima del cinema, clamorosamente costretto a diventare cinema per continuare ad essere visto, per continuare ad esistere dentro uno sguardo. Un mandala che solo uno sciamano come Herzog poteva essere in grado di disegnare.

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“Le avventure di Tin Tin – Il segreto dell’Unicorno”

Rinnovare una immagine che vive dentro un immaginario consolidato non è mai una operazione facile. La sfida che Steven Spielberg ha accettato scegliendo di ringiovanire il personaggio di Tin Tin, uscito dalla matita di Hergè la bellezza di 70 anni fa, trasportandolo sul grande schermo, è risultata vincente perché combattuta con due armi fondamentali: il supporto tecnico più avanzato possibile e la fedeltà allo spirito originario del fumetto. La tecnica della performance-capture, combinata con un utilizzo magistrale della CGI e degli effetti 3D, ha offerto al Tin Tin spielberghiano una veste ed uno spessore inediti, lontanissimi dalla bidimensionalità naif delle strisce disegnate ma ideali per catturare attenzione e gusti dei giovanissimi che guarderanno il film. E’ però lo spirito, il mood del racconto, di avventura nel senso più puro del termine, a fare la differenza e rendere l’ultimo film regalatoci da Steven Spielberg una piccola gemma nella sua sterminata filmografia. In Tin Tin Spielberg ritrova il suo Indy, più volte esplicitamente citato (a partire dai magnifici titoli di testa, un autentico capolavoro) e richiamato quale vero archetipo di quella spielbergness dell’avventura totale e dell’infanzia/innocenza sognata. E’ la rotta principale lungo la quale si muove, da sempre, lo sguardo di Spielberg, e probabilmente la direzione che finora è stata in grado di portare ai risultati più completi e davvero persistenti, in opposizione alle tappe più istituzionali ottenute dall’altro Spielberg, quello di tutta una fetta di filmografia più spiccatamente politica, “committed”, adulta. Pur riconoscendo l’assoluto valore di film come “Schindler’s List” o “Il colore viola”, da queste parti lo Spielberg a cui si è più affezionati è senza dubbio il primo: quello, per capirci, che ancora sente la necessità di produrre un film come “Super 8”. O che impavido si imbarca in un progetto complesso come può esserlo una ipotetica, futura, trilogia su Tin Tin. Noi fiduciosi nelle capacità e nella visione del timoniere, nel mentre, teniamo d’occhio la bussola e le stelle.
 
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“This must be the place”


Lo aspettavamo e ne avevamo quasi paura. Le trasferte statunitensi dei registi italiani non hanno quasi mai regalato grandi soddisfazioni ai tifosi tricolore. Il cinema americano non è un posto facile da abitare se sei uno straniero: percorre le sue strade, le sue storie, le sue road-map. Ha una geografia propria. Un italiano in America è necessariamente, per forza di cose, prima di tutto un turista. Ben che vada un viaggiatore. Questo vale anche per i registi: è credo inevitabile per un cineasta che gira un film in America rimanere come risucchiato dall’immaginario che il Grande Paese e il suo cinema sono stati in grado di costruire dentro la nostra scatola dei sogni.  E’ un magnetismo ineludibile, che può generare grandi cose (vedasi il recentissimo “Drive”) o, più spesso, solenni misunderstanding. Molti sono i difetti di comunicazione che rendono “This Must be the Place” una colossale occasione mancata. Davvero troppo poco la bella figura del personaggio di Cheyenne, ottimamente interpretato da Sean Penn, per costruirci su un film importante, ambizioso e della lunghezza di due ore. Frammentario, episodico, lacunoso nella caratterizzazione di tutti i, pur  potenzialmente interessanti, personaggi che ruotano intorno al protagonista. Per citarne alcuni: un ottimo Harry Dean Stanton che solo per qualche minuto come una meteora riempie lo schermo con il suo carisma, la presenza fin troppo scopertamente coeniana e parecchio  estemporanea di Francis McDormand, l’apparizione posticcia di David Byrne anche in veste di attore. Carenze piuttosto evidenti di sceneggiatura nella scrittura dei dialoghi, sempre monchi, spezzati, interrotti, anche nel quadro generale di un film che è molto parlato. Un precario equilibrio tra toni da commedia intimista, con punte di umorismo spiazzante in alcune singolari “osservazioni” di Cheyenne, e dramma: l’improvvisa morte e agnizione di un padre, l’altrettanto improvviso irrompere della tragedia dell’olocausto nella trama. Troppo e troppo poco. Ad una sceneggiatura sotto molti aspetti evanescente la regia di Paolo Sorrentino finisce per aggiungere il “troppo “ di una leziosa e turgida messa in scena. Lo stile visivo di Sorrentino lo conosciamo e lo abbiamo amato: è portato all’eccesso, alla deformazione grottesca, alla marcata caratterizzazione di linguaggio espressivo, al rendersi continuamente, e in ogni dettaglio, presente nella percezione e nello sguardo dello spettatore. In tutti i suoi altri film, però, e soprattutto nel suo capolavoro (quel “Divo” per il quale qualche anno fa la redazione di questo blog è andata letteralmente in visibilio), questa tendenza era sostenuta dall’urgenza di raccontare personaggi e storie forti: i due protagonisti/opposti dell’ “Uomo in più”, il laido Geremia amico di famiglia, il misterioso Servillo delle “Conseguenze dell’amore”, la totemica e totale incarnazione del potere di Giulio Andreotti nel “Divo”. In “This Must be the Place” Sorrentino tratteggia un personaggio fragile portando il suo stile visivo, già potente, verso una iperbolica e virtuosistica affermazione di autorialità che finisce per stridere, notevolmente, con le tonalità che vorrebbero essere lievi della storia raccontata. A rendere ancora più incongruente la somma degli addendi si aggiunge l’elemento spurio del doppiaggio: traduzione della traduzione di una traduzione. Una sceneggiatura scritta da due italiani, tradotta e recitata in inglese e poi nuovamente riversata nella voce italiana dei doppiatori. Qualcosa per strada deve essersi smarrito. E purtroppo non si tratta solo della voce di Sean Penn.

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