Top 20 Best Movies 2011

1 ) “The Tree of Life” (Terrence Malick)

2 ) “Faust” (Aleksandr Sokurov)

3 ) “The Turin Horse” (Bela Tarr)

4 ) “Cave of Forgotten Dreams” (Werner Herzog)

5 ) “Habemus Papam” (Nanni Moretti)

6 ) “Drive” (Nicholas Winding Refn)

7 ) “13 Assassini” (Takashi Miike)

8) “Melancholia” (Lars Von Trier)

9) “Carnage” (Roman Polanski)

10  ) “Il Grinta” (Joel e Ethan Coen)

11) “Terraferma” (Emanuele Crialese)

12) “Le Avventure di Tin Tin – Il segreto dell’Unicorno” (Steven Spielberg)

13 ) “A Letter To Elia” (Martin Scorsese)

14 ) “Le Idi di Marzo” (George Clooney)

15) “A Dangerous Method” (David Cronenberg)

16) “La Pelle che Abito” (Pedro Almodovar)

17) “Il Cigno Nero” (Darren Aronofsky)

18) “The Ward” (John Carpenter)

19 ) “Super 8” (J.J. Abrams)

20) “Midnight in Paris” (Woody Allen)

#MISSING/STANDING BY#

“Miracolo a le Havre” (Aki Kaurismaki)

“Midnight in Paris”

Per  Woody Allen l’Europa è qualcosa di più di un luogo geografico. E’ un mood, un’idea, una divagazione. Una grande cartolina illustrata popolata da infinite “proiezioni” (Fellini, Bergman, Bunuel) che affondano le loro radici in terreni di cultura stratificati in secoli di storia: la grande matrice della tragedia greca e il riferimento centrale della letteratura russa in primis. Dopo il sole di Barcellona (“Vicky Cristina Barcelona”) e il grigiore londinese (“Match Point”, “Sogni e delitti”, “You will meet a tall dark stranger”), e prima che sia la volta della città eterna, tocca alla Ville Lumiere. La Parigi immaginata da Allen è una città notturna, romantica, un po’ patinata nella riproposizione di qualche abusata veduta turistica. E’ però soprattutto il luogo dove si materializzano incontri ideali con spiriti illustri, appartenuti al passato ma ancora vivi nella memoria di chi ne ammira le opere: Scott Fitzgerald, Hemingway, Picasso, Gertrude Stein. Ogni fantasma è genius loci, testimonianza parlante di un glorioso ed eccitante vissuto metropolitano, monumento al grande momento della Parigi degli anni ’20 o della Belle Epoque. Tra i tanti incontri illustri il più memorabile è quello con la coppia surrealista Dalì – Bunuel, colmo di affettuosa riconoscenza verso la visionarietà dell’uno e la sovversiva potenza registica del secondo. A distanza di molti anni dalla leggendaria materializzazione di Humphrey Bogart (“Provaci ancora Sam”) o del (con)fondersi di piani dentro e fuori lo schermo (“La Rosa Purpurea del Cairo”), Allen torna ad utilizzare lo stilema caro al suo cinema dell’inserimento di personaggi appartenenti a contesti o immaginari “altri” dentro le trame dei suoi film. Fatta salva una morale di fondo su cui riflettere (quando siamo insoddisfatti del nostro presente troveremo sempre un passato in cui rifugiarci) questo gustoso espediente narrativo costituisce il principale motivo di interesse ed apprezzamento per un film che, altrimenti, sarebbe risultato abbastanza povero. La pecca principale dell’ultimissimo Allen sta forse proprio nell’arma che ha fatto grande il suo cinema: la scrittura dei dialoghi sembra molto lontana dalla brillantezza e dalla freschezza dei tempi migliori, e appare opaca e appesantita da qualche tempo morto di troppo. In attesa di “Nero Fiddled”, in cui Woody (e non è notizia da poco) tornerà ad apparire anche davanti alla macchina da presa, per questo appuntamento annuale con il cinema Alleniano ci possiamo ritenere quindi moderatamente soddisfatti. Consapevoli che, come ad un vaccino salvavita, alla dose annuale di allenianità non si può e non si deve rinunciare. Comunque.

[*** ½]

“Le Armonie di Werckmeister”

In occasione della proiezione televisiva di “Turin Horse”, di cui a breve si parlerà in un nuovo post, la redazione di Cinedrome ripropone uno scritto di qualche tempo fa (4 Agosto 2008 per l’esattezza) dedicato ad un altro capolavoro di Bela Tarr. Curiosamente il post all’epoca si apriva con una citazione di Friederich Nietzsche. Chi ha visto “Turin Horse” proverà più di un brivido accorgendosi della cosa. Buona (ri)lettura.

<<Avete sentito di quel folle uomo che accese una lanterna alla chiara luce del mattino, corse al mercato e si mise a gridare incessantemente: “Cerco Dio! Cerco Dio!”. E poiché proprio là si trovavano raccolti molti di quelli che non credevano in Dio, suscitò grandi risa. “E’ forse perduto?” disse uno. “Si è perduto come un bambino?” fece un altro. “Oppure sta ben nascosto? Ha paura di noi? Si è imbarcato? E’ emigrato?”. Gridavano e ridevano in una gran confusione.

Il folle uomo balzò in mezzo a loro e li trapassò con i suoi sguardi: “Dove se n’è andato Dio? – gridò – ve lo voglio dire! Siamo stati noi ad ucciderlo: voi e io! Siamo noi tutti i suoi assassini! Ma come abbiamo fatto questo? Come potemmo vuotare il mare bevendolo fino all’ultima goccia? Chi ci dette la spugna per cancellare l’intero orizzonte? Che mai facemmo, a sciogliere questa terra dalla catena del suo sole? Dov’è che si muove ora? Dov’è che ci muoviamo noi? Via da tutti i soli? Non è il nostro un eterno precipitare? E all’indietro, di fianco, in avanti, da tutti i lati? Esiste ancora un alto e un basso? Non stiamo forse vagando come attraverso un infinito nulla? Non alita su di noi lo spazio vuoto? Non si è fatto più freddo? Non seguita a venire notte, sempre più notte? Non dobbiamo accendere lanterne la mattina? Dello strepito che fanno i becchini mentre seppelliscono Dio, non udiamo dunque nulla? Non fiutiamo ancora il lezzo della divina putrefazione? Anche gli dèi si decompongono! Dio è morto! Dio resta morto! E noi lo abbiamo ucciso! >> (F. Nietzsche, “La gaia scienza”)

“In cielo qualcosa si è rotto”. Prime avvisaglie di un’apocalisse vitrea. Di una esplosione silenziosa. Di una drammatica frantumazione di sistemi solari e teorie musicali. Il sonno delle coscienze partorisce mostri. E Principi. E balene. E filo spinato. E’ la fine del mondo secondo Bela Tarr, profeta che vive dentro questo film. Che questo film abita e percorre con la sua presenza gentile e con il suo sguardo totale, magneticamente attratto dai corpi (scrutati, illuminati, accarezzati) contenuti in ognuno dei piani-sequenza che (cifra, cardine, noema) compongono il film. Continuità nello spazio e nel tempo, riduzione al minimo indispensabile del raccordo di montaggio (cesura violenta “come un taglio”, esito sanguinoso “come una ferita”), tentativo disperato e definitivo di sutura della dieresi tra immagine e senso. Recupero di quanto si è perduto nel tragico regredire verso la barbarie di una (in)civiltà che ha scelto come suo unico sole il freddo monitor di un televisore: la capacità di com-prendere, unire, abbracciare. Virtù sepolte sotto pesanti lamiere di indifferenza, nei cuori induriti di uomini che non sono più in grado di (ri)conoscere ed amare la semplicità arcaica, lo stupore figlio del mistero inaccessibile, la spaventosa vertigine nascosta nel segreto dell’intimo di ogni creatura.

Un segreto piccolo come una balena, also sprach Bela TarrVerità impossibile da nascondere eppure ignorata (e schernita, assalita, calpestata) da molti. Sacra perchè umana, troppo umana. In risposta al disorientamento della violenza figlia dell’incomprensione un lento scandagliare in ricerca, peripatetico ed estremo come mai prima al cinema (e nel cinema). Ricerca testarda di una traccia, di uno spiraglio, di una infinitesima scintilla di luce in un quadro di indistinta e annichilente ombra. Eclissi di corpi, sottrazione di luce, ostacoli al movimento. Chiaroscuri di penetrante bellezza necessari per catturare nella loro perentoria fissità l’assenza/essenza metafisica del trascendente. Significazione estrema, percezione ontologica, chiave di volta che si agita nello spettro delle ombre riflesse sul muro della caverna. Pienezza e purezza di immagini e suoni: sinestesie dilatate a dismisura nella ipnotica persistenza dello sguardo di Bela Tarr. Cine-occhio in costante rotazione intorno al suo centro: un’armonia naturale che faccia a meno di compromessi e semitoni. E che come la più necessaria delle illusioni riesca ancora, per una volta a riscaldare il cuore degli uomini.

[*****]

CineBlogTalking 5 / Cinemasema

Original Air-date: 25 Luglio 2009

Pick:Innanzitutto grazie per la disponibilità. E’ un onore averti come ospite su Cinedrome.

Cinemasema: L’onore di essere intervistato da Cinedrome è tutto mio, anche se spero di non rivelare troppi segreti imbarazzanti.

Pick:Comincerei chiedendoti subito di dirci qualcosa del tuo blog. Come è nato? Perché è nato? Perché un titolo come “Cinemasema”?

Cinemasema: Cinemasema è nato per sbaglio in un assolato pomeriggio d’estate. Ero davanti al computer non ricordo a fare cosa con gli occhi che non volevano stare aperti dal sonno (come al solito la notte precedente avevo dormito pochissimo). Quasi senza rendermene conto, navigando su Google, ho notato che potevo creare un blog tutto mio, gratis e con estrema facilità. Pochi minuti e il mio blog era già pronto (ovviamente non con la stessa veste grafica che conoscete), ma a questo punto è sorta spontanea una domanda: “cosa scrivere?”. In un attimo mi è passata davanti agli occhi una lunga sequenza di immagini: ricette di cucina (ma non so cucinare, ahimé, o almeno quando ci provo combino solo guai), poesie (Le mie? Ne ho scritte a centinaia ma un blog di poesia non mi appassionava più di tanto), letteratura (Ero quasi deciso a pubblicare recensioni di romanzi e saggi, ma… per scrivere una recensione su un romanzo di solito impiego un mese… troppo tempo…), pittura (Stupendo! Sì pittura! Pittura! Avrei trattato di pittura!…. Ma… no… l’analisi di un quadro mi porta via un tempo infinito, peggio che nel caso del romanzo…). Spensi il computer nel momento in cui mi ricordai di una relazione su Mulholland Drive scritta dopo una discussione entusiasmante con un’amica cinefila. Qualche mese prima gliel’avevo spedita e avevo intavolato un discorso molto interessante via mail. Avrei potuto pubblicare quella. E così è stato. Senza Mulholland Drive probabilmente non avrei mai aperto un blog sul cinema. All’inizio decisi di nominare il blog “Sul cinema” non perché mi sembrasse un nome pertinente, ma perché non mi ero reso conto che quello sarebbe stato proprio il nome del mio blog. La dimostrazione di questa mia indecisione è d’altronde davanti agli occhi di tutti: il blog è “cinemasema” ma l’url è “cinemante”. Non avevo ancora capito nulla su come si costruisce un blog. Solo dopo alcuni giorni ho sostituito “Sul cinema” con “cinemasema”. Il nome mi è venuto in mente d’improvviso e subito mi sono detto che questo sarebbe stato il nome adatto per due motivi e mezzo: 1) potrei considerare il lemma “sema” nel senso di “segno linguistico” (de Saussure),  e infatti era mia intenzione fondare un blog che trattasse di segni; 2) il nome è nato come sorta di epitesi per formare una semplice rima a causa della ripetizione di “ema” in fine parola, un doppione accovacciato all’interno: cinEMAsEMA; 2,5) questo ti sconvolgerà, ma te l’ho detto, non sono del tutto lucido: l’Ema è un torrente che scorre a sud di Firenze e poiché trascorro (per lavoro e altri motivi) gran parte della giornata in Val d’Ema… ehm…ecco… insomma l’ultimo è davvero un motivo senza senso.

Pick:Le strade che esplori con la tua scrittura portano in direzioni spesso “difficili”, poco esplorate dal cineblogging. Cosa in particolare ti stimola a percorrere un sentiero così impegnativo?

Cinemasema: È solo l’impostazione che ho sempre dato ai miei lavori sin dai tempi dell’università. Cercando di semplificare (altrimenti mi dilungherei troppo) non ho mai dato importanza al racconto (nel senso di mero fatto che accade), perché ho sempre ritenuto che non è il fatto in sé a determinare la qualità del testo, anche se vi è una certa tendenza di “cadere” nella tela del “fatto”. Con questo non intendo dire che la storia non sia importante, anzi, proprio perché la storia “è importante” deve essere lasciata “riposare” nella mente di chi la apprende. Avrai notato che nelle mie recensioni tratto spesso “degli eventi che accadono”, ma è un limite che mi sono posto per non correre il rischio di diventare criptico. La parte che mi piace più di un film è quella “bellezza” che esce fuori da ogni aspetto del lavoro. Ad esempio l’aspetto che mi colpisce di più dei giorni della mia infanzia, e che affiora prepotentemente nel ricordo, è il profumo dell’aria delle mie estati di bambino, un profumo che non sento più e che quando raramente riesco a percepire mi trasforma in un cane da tartufo: trascorro quegli attimi annusando intensamente l’aria (ma il profumo non è nell’aria, bensì nel ricordo del profumo di quei giorni). In questo ovviamente non c’è nessuna originalità, perché sappiamo benissimo che il problema è stato sollevato un secolo fa da Proust. Insomma la bellezza della mia infanzia non è nella storia di un bambino ma nel profumo estivo dell’aria respirata. Inoltre poiché qualsiasi cosa con cui veniamo in contatto ci influenza e non siamo una tabula rasa, anche il gusto, che si forma davanti ad un’opera d’arte o un film, si trascina dietro tutto ciò che siamo (esperienze personali, cultura, genoma, ecc.).  Ecco, nelle mie recensioni cerco di tirare fuori tutto quello che ho provato durante la visione del film. Infatti ho sempre ribadito che le mie non sono recensioni semiotiche ma estetiche (giudizio di gusto) perché secondo me la bellezza deve uscire dal testo e attestarsi nel connubio testo-fruitore. L’arte è fatta per essere goduta altrimenti non sarebbe niente.

Pick:Quali pensi che dovrebbero essere le caratteristiche ideali di un cineblog? Quali sono gli elementi che ti appassionano alla lettura di un determinato blog?

Cinemasema: Mi piacciono le idee e soprattutto quelle che a me non sarebbero mai venute in mente. Una frase che mi stupisce (anche solo una in un post lunghissimo) è per me sufficiente a giustificare il tempo impiegato per leggere una recensione. Sento che leggere gli altri cineblog mi influenza, mi trasforma. Sono convinto che non potrei più scrivere recensioni uguali a quelle di due anni fa (o anche solo alcuni mesi fa) e che quelle che scriverò domani non saranno simili a quelle attuali. Il confronto mi arricchisce e cerco di leggere più recensioni possibili su un film. I punti di vista degli altri entrano a far parte del mio background e diventano parte di me, come qualsiasi altra esperienza. Pertanto mi rimane difficile definire le caratteristiche ideali di un cineblog. Ovviamente se un cineblog vuole essere letto da molti ed essere sempre al top ritengo che i post debbano essere sintetici e capaci di “catturare” l’attenzione. Sono d’accordo con chi pensa che chi cerca una recensione di un film sul web non ha molto tempo e tende a chiudere il collegamento con pagine simili.. ehm… alle mie. Scrivo soprattutto per divertirmi e leggo soprattutto per conoscere altri punti di vista: per questo mi appassiono quando leggo recensioni che mi aprono porte su orizzonti sconosciuti. E blog del genere ne conosco tanti. Peccato di non avere il tempo di leggere tutto e fare amicizia con tutti.

Pick:Leggi molti altri cineblog?

Cinemasema: Sì. E mi rammarico per il poco tempo di cui dispongo in questo periodo particolarmente “impegnativo” e  purtroppo lungo.

Pick:Leggi molta critica cinematografica “cartacea”? Segui riviste specializzate?

Cinemasema: Ho ricominciato. Anni fa leggevo di tutto. Poi mi sono stancato. Leggevo moltissime riviste tra cui Cinema e cinema del compianto Adelio Ferrero, i Cahiers, Segnocinema, Close up, Filmcritica. Adesso leggo Drammaturgia (on-line), ma soprattutto Filmcritica di Edoardo Bruno. Molti anni fa ho seguito un suo corso.

Pick:Sulla base di quali elementi scegli di parlare di certi film piuttosto che di altri?

Cinemasema: Innanzi tutto tendo a parlare dei film che mi sono piaciuti. Di solito non riesco a “distruggere” un film “brutto” perché secondo me girare un film presuppone comunque una certa organizzazione e un certo impegno. Il cinema è arte d’equipe e il regista spesso non può controllare tutti gli aspetti connessi alla produzione di un film. Qualcosa sfugge sempre e magari può capitare che il prodotto finito non sia proprio quello che si sarebbe aspettato. Senza tener conto delle pressioni che un regista deve subire da parte di produttori saccenti, attori isterici, collaboratori intraprendenti. Insomma tendo a giustificare comunque anche i peggiori film ma di solito preferisco non scriverne. Questo non mi capita con i romanzi, ecco in questo caso divento davvero cattivo. Se avessi aperto un blog di letteratura avrei trascorso molto tempo a polemizzare con amici e conoscenti. Lo so che pure allo scrittore può capitare (e molto spesso) di ritrovarsi un prodotto diverso dalle aspettative, e questo potrebbe essere anche positivo, ma nel caso di un brutto romanzo la colpa sarebbe unicamente sua (a meno che non scriva su commissione). Di solito do la precedenza al film d’autore, ossia a registi che conosco già o di cui ho letto bene, ma a volte ho visto anche dei film che non avrei voluto vedere ma che mi hanno impressionato facendomi ricredere. Da circa un anno ho deciso invece di creare una struttura più organica, ossia ho cercato di approfondire un regista pubblicando recensioni su alcuni suoi film. Così ho fatto per Van Sant, per Kaurismaki e stavo iniziando a fare per Ophuls. Purtroppo “problemi” molto importanti mi hanno allontanato dal web e il mio progetto si è arenato. Avrei intenzione di scrivere post su Pasolini, Carmelo Bene, Antonioni, De Oliveira e molti altri. Avevo anche intenzione di scrivere qualcosa su Godard (recensioni di film “attraversate” dai suoi scritti, ad esempio). Ma non so se riuscirò a sviluppare queste idee.

Pick:Siamo in molti a ritenere che i tuoi post meriterebbero la “canonizzazione” della carta stampata. Hai qualche progetto o idea in merito?

Cinemasema: Nessun progetto. Ti confido un segreto. Su carta vorrei veder pubblicati i mie racconti e i miei romanzi. Attualmente ne sto scrivendo uno… be’… ma non dovrei parlare di questo. In fondo, ho notato, pubblicare un romanzo, e magari anche di successo, è il sogno di molti cineblogging. Le mie recensioni su carta sarebbero lette da pochi. Almeno sul blog sono gratis e probabilmente hanno più chance che rilegate in un libro.

Pick:I tuoi scritti evidenziano un solidissimo e ampio background culturale, che spazia attraverso discipline e contesti diversi. Quali pensi che dovrebbero essere gli strumenti intellettuali “di base” necessari per favorire un approccio proficuo e stimolante al cinema e alla scrittura di cinema?

Cinemasema: Per vedere un film basta uno sguardo e per avere un gusto una passione. Credo che gli appassionati posseggano già tutto quello di cui hanno bisogno. Diverso è il discorso per chi va al cinema con lo stesso spirito con cui andrebbe al bingo (mi scusino i giocatori di bingo, non ce l’ho con loro, tra l’altro mia nonna era un’abile e capacissima giocatrice: vinceva sempre). Ovviamente quando vado al cinema con queste persone non tendo ad isolarmi nella mia torre d’avorio, ma cerco di stimolare la loro curiosità tentando timidamente di instillare in loro il dubbio. La critica più frequente che sento da questi amici è: “ma non è verosimile” e l’elogio più gratificante: “un filmone perché racconta la verità”. Ecco, cerco di far capire a costoro che le cose non stanno proprio così, ma se vogliono continuare a bere un Sassicaia del ‘97 come fosse un vino da tavola qualsiasi (magari pure annacquandolo) facciano pure. A parte questo e con le dovute cautele (perché ognuno si porta dietro le sue esperienze culturali) ritengo che un appassionato di cinema dovrebbe almeno interessarsi anche di pittura. Dovrebbe tener presente che l’occhio può essere ingannato, eppure quest’occhio “aggirabile” influenza notevolmente il cervello, sicuramente più del gusto, del tatto e dell’olfatto. Allenare lo sguardo (come fa qualsiasi atleta allenando i muscoli) è propedeutico alla visione del film, ma il primo esercizio di questo allenamento dovrebbe essere una semplice infarinatura di un po’ di storia dell’arte e della fotografia. Per quanto riguarda pittura e fotografia potrebbe essere sufficiente aver sfogliato almeno un libro oppure avere visitato alcuni musei (almeno uno di arte contemporanea). Ad ogni modo sono convinto che oggi chiunque abbia acquisito conoscenze inerenti a queste due arti. Poi volendo si potrebbero seguire altre esperienze legate al fatto che il cinema è un sistema di segni, quindi secondo me sarebbe importante possedere conoscenze relative alla Linguistica. Non disprezzerei inoltre l’importanza di “certa” filosofia del linguaggio. Ovviamente non ho intenzione di dettare delle regole anche perché certe affinità, certe sensibilità, sono personali e può capitare di leggere ottime frasi scritte da persone che non hanno frequentato “certe fatiche”. Altri ingredienti: la curiosità  e soprattutto la capacità di non farsi invischiare nella pseudobellezza del luogo comune e del cliché (mostri che purtroppo di sovente infestano il cinema odierno).

Pick:Quali sono i tuoi principali referenti teorici, gli autori che più hanno segnato il tuo modo di “leggere” un testo-film?

Cinemasema: Sono quelli che di solito cito nelle note dei miei post. Sempre i soliti “noti”: Deleuze, Barthes, Jakobson, Goodman, Gadamer, Chatman, Derrida, Blanchot, Eco, Searle, e molti altri. Metterei anche testi di registi e appassionati di cinema come Bazin, Godard, Truffaut, Pasolini, Tarkovskij ed altri. Inoltre aggiungerei studiosi e ricercatori quali Aumont, Comolli, Amiens, Chion, Chateau, Cremonini, De Vincenti, Bruno, Bernardi, Sainati ed altri. Mi devo fermare altrimenti stilerei un elenco lunghissimo.

Pick:Abbiamo un piccolo contributo filmato preparato dalla redazione.

Cinemasema: Meraviglioso! Il caro “antipatico” Greenaway ha le idee chiare, non vi sono dubbi.

Pick:Peter Greenaway afferma che il cinema è morto definitivamente nel momento in cui il telecomando ha rotto il modo di controllare lo schermo televisivo. Cosa ne pensi?

Cinemasema: Sinceramente non lo so. Anche Godard in un certo senso dice la stessa cosa. Cinema significa alzare la testa per vedere lo schermo e non abbassarla come si fa con la tv (sempre  che non si agganci lo schermo al soffitto). Comunque sono d’accordo se per “morto” si intende non più riproponibile come in passato. Il cinema forse non è morto ma è un baco che sta per uscire dal bozzolo: forse uscirà una bellissima farfalla ma poi quanto vivrà questa farfalla?

Pick:Hai avuto la fortuna di incontrare personalmente Peter Greenaway. Che ricordi conservi di quell’esperienza?

Cinemasema: Emozioni intense. Mi ha affascinato la sicurezza con cui l’artista espone le sue idee e l’arroganza con cui si rivolge agli interlocutori. Per lui siamo analfabeti della visione. Dobbiamo imparare a guardare il mondo. Il mondo è davanti ai nostri occhi ma ancora fuori fuoco. Anche per lui bisogna studiare la storia dell’arte, ma è troppo settario: solo gli studiosi d’arte (credo metta tra gli eletti anche i pittori) possono vedere un film e in fondo “ogni paese ha il cinema che si merita” (nel dire questa frase mi pare di aver scorto sul suo volto una sorta di compiacimento come se si fosse mentalmente complimentato con se stesso). Un uomo detestabile e sono convinto che se fosse un mio amico faremmo lunghissimi e violentissimi litigi. Ma non rinuncerei mai all’opportunità di sedere in sala con lui.

Pick:Apprezzi il cinema di Greenaway?

Cinemasema: Lo adoro anche se non ho ancora capito dove vuole arrivare. Sono d’accordo quando dice che non bisogna alzare steccati tra le arti (riferendosi alla video-arte e che solo gli “stupidi” creano steccati nelle proprie menti), ma non condivido molto la sua tesi che la narrazione debba riguardare il romanzo e non il cinema. Greenaway dimentica l’esperienza di scrittori quali Proust, Joyce, Virginia Woolf, dimentica l’esperienza del Nouveau Roman, per non parlare delle esperienze contemporanee di Pynchon e David Foster Wallace (due autori che purtroppo ancora non conosco bene). Ormai gli steccati stanno cadendo anche nel romanzo e se il suo ragionamento deve valere per il cinema (sempre che uno sia d’accordo) perché non dovrebbe valere per il romanzo? Caso mai farei un altro discorso (ma non è il caso di approfondire) relativo alla forza della funzione poetica intrinseca alle varie arti. La poesia ad esempio non ha mai avuto problemi con la narrazione perché la crea e la distrugge in ogni verso.

Pick: Ti citerò alcune possibili “intersezioni” del cinema con altri terreni di espressione artistica. Dovrai ipotizzare il film che pensi possa rappresentare meglio questo incrocio, e perché. Cominciamo: cinema e pittura. 

Cinemasema: “Passion” di Godard. Molti pensando a Godard e al suo cinema pensano al saggio; ed è vero (Pierrot le fou ad esempio è un film-saggio). Ma sono d’accordo con Aumont quando definisce Godard un pittore. Già dai primi film il regista di À bout de souffle compone l’immagine con segni e colori, per lui il sangue “non è sangue ma del rosso”, scompone le sequenze e le ricompone “sbagliate” come fossero immagini cubiste, si pone il problema della luce, ecc. Passion è un film sulla pittura (Tableaux vivants) e sulla luce. E’ vero, l’idea (per Passion) l’ha ripresa dalla Ricotta di Pasolini, ma merito di Godard è avere trasferito la pittura nel cinema e nella vita e Passion è  l’atto stesso di dipingere un film tramite i colori della vita.

Pick:Cinema e teatro.

Cinemasema: Innumerevoli film ma mi viene in mente Smoking (legato ovviamente a No smoking) di Resnais. Teatro al cinema? No, vero e proprio cinema-teatro, ossia cinema girato teatralmente: pochi cambi di scena, addirittura due soli attori che interpretano molti personaggi, ma soprattutto la vita del teatro, difficilmente riproducibile al cinema se non metaforicamente e infatti riprodotta da Resnais tramite le conseguenze che potrebbe avere il semplice gesto di accendere o meno una sigaretta.

Pick:Cinema e fumetto.

Cinemasema: Film tratti da fumetti ne sono stati girati tanti e potrei citarne molti, ma stranamente niente più di Dogville mi fa pensare al fumetto. Sarà perché lo spazio del paese visto dall’alto con i confini dei muri e dei giardini disegnati e i pochi mobili posizionati in questi spazi “liberi” mi rammenta la suddivisione della pagina in celle. È vero, mancano le nuvolette dove scrivere i dialoghi, ma in fondo l’assenza delle pareti e la macchina che danza intorno ai personaggi possono benissimo restituire il ritmo “aperto” sconfinato delle nuvole che nel fumetto sono spazio ulteriore che occupa altri spazi, una sorta di extraspazio.

Pick:Cinema e musica.

Cinemasema: Mi vengono in mente tanti musical e molti film sulla vita di musicisti famosi, eppure mi sento di scegliere un film che forse non sarà il più rappresentativo ma che unisce, informa, fonde immagine e suono. Mi verrebbe da dire West Side Story  o The Rocky Horror Picture Show, i miei due musical preferiti. Potrei affermare che la musica è parte integrante del cinema, è una sua componente essenziale anche quando non c’è o anche quando sembra rumore (molti “suoni strani” non sono rumore ma è musica contemporanea). Pertanto un film è anche musica. Però in fondo forse l’opera che mi ha fatto amare la musica è “Fantasia” di James Algar. “Fantasia” è la massima espressione musicale, il tripudio del suono legato all’immagin(e)azione.  “Fantasia” è quando il cinema si trasferisce definitivamente nel suono e nell’armonia. Lo so, è anche un film di animazione, e c’è Topolino, ma questo non fa che sottolineare la forza fantastica della musica nel film, sottolinea quanto in un film sia importante la musica (e con essa l’intera colonna sonora).

Pick:Cinema e fotografia.

Cinemasema: Anche qui numerosissimi film (Ad esempio La jetée di Marker) ma mi viene in mente Blow-Up di Antonioni, non perché il personaggio principale è un fotografo (e molte scene sono state girate nello studio di un fotografo), ma perché Blow-Up è un film sulla fotografia, sull’importanza del fermo immagine nella ricostruzione di un evento. Un oggetto infinitesimale appena percepibile non è visibile per uno sguardo adattatosi all’immagine in movimento, ma appena viene mostrata la foto, l’immagine viene congelata, l’occhio non si lascia ingannare dal sintagma, la mente non cuce storie nel flusso della pellicola, ma si adagia, si riposiziona cercando di costruire dentro l’immagine sapendo che nessun fuori verrà mostrato e che dovrà accontentarsi di un fuori dedotto. La fotografia è un indizio. A questo punto l’iconico prende il sopravvento sul diegetico e nell’iconico l’occhio, piano piano, riesce a scorgere particolari prima nascosti nell’invisibile. Di questo narra Blow-Up.

Pick:Quali sono i 5 registi che consideri in assoluto “intoccabili”, che più di altri si sono radicati nella tua memoria e nel tuo sguardo?

Cinemasema: Anche qui sono prevedibile. Premetto che adoro moltissimi registi, assai più dei cinque che sto per citare, ed elencarli è per me una grande fatica. Comunque in questo momento sono: Cukor, Godard, Lang, Tarkovskji, Ozu.

Pick:Le 10 pellicole che salveresti da una distruzione atomica planetaria e porteresti con te su un altro pianeta.

Cinemasema: Qui è ancora peggio che per i registi. Ne salverei diecimila. Ma non avendo tempo ed essendo obbligato perché l’astronave sta per partire (se partisse oggi) prenderei (in ordine di preferenza):

  1. Stromboli terra di Dio (Rossellini)
  2. Pranzo alle otto (Cukor),
  3. Hiroshima mon amour (Resnais),
  4. Barry Lyndon (Kubrick),
  5. Il posto delle fragole (Bergman),
  6. Due o tre cose che so di lei (Godard),
  7. Jules e Jim (Truffaut),
  8. Viaggio a Tokyo (Ozu),
  9. Lo specchio (Tarkovskij),
  10. M, il mostro di Dusseldorf (Lang).

Pick:Grazie Luciano. E’ stato un vero piacere.

Cinemasema: Il piacere è mio. Sono lusingato.