“To Rome with love”

Che l’intera operazione potesse rivelarsi una colossale occasione mancata, era timore diffuso. Soprattutto nel gruppo degli alleniani più intransigenti, da subito scettici nei confronti della ennesima divagazione turistica, per giunta stavolta caldeggiata e sponsorizzata da notissimi gruppi di potere (cinematografico e non solo) italiano. “To Rome with Love” è quindi nato sotto la stella di una diffusa diffidenza tra gli addetti ai lavori. Che comunque ha fatto il paio con l’inevitabile ritorno di immagine e glamour che una produzione del genere ha prodotto in vari canali di comunicazione. Doverosa premessa per dimostrare come sforzarsi di offrire un parere obiettivo su questo film non è impresa facile, contesi tra l’enorme affetto, e buona disposizione, verso uno dei più grandi cineasti di tutti tempi e lo scetticismo, legittimo, indotto da tutto quello che in questa vacanza romana ad Allen è stato messo intorno. Cominciamo con una buona notizia: “To Rome with love” è quantomeno un film che ci ricorderemo. Perché è un film di Woody Allen su di noi, sugli italiani visti da un americano, quindi per forza di cose calati dentro una divertita impalcatura di stereotipi. Perché omaggia le grandi stagioni del Cinema Italiano di Fellini, De Sica, Monicelli. Perché dopo sei anni (“Scoop”) segna il ritorno dentro il grande schermo di Woody Allen attore. Perché è il primo film della sua filmografia non doppiato da Oreste Lionello, sostituito da Leo Gullotta. Perché racconta l’importante incontro artistico tra Allen e un campione assoluto della italianità da esportazione come Roberto Benigni. Di contro, le note dolenti stanno tutte nei limiti evidenti di una sceneggiatura abbastanza posticcia. Se l’incipit e la chiusura sono quasi imbarazzanti, delle quattro storie che il film racconta, senza farle nemmeno mai sfiorare o incrociare, soltanto due sembrano essere, almeno in parte, convincenti. Quella che vede protagonista lo stesso Allen, che soprattutto grazie alla sua sola presenza diverte e sembra strizzare l’occhio al Broadway Danny Rose dei tempi d’oro. E quella che ha per protagonista Roberto Benigni, un perfetto signor nessuno, campione di media italianità. Personaggio attraverso cui Allen sferra un sarcastico attacco alla mania italiana, e non solo, dei quindici minuti di popolarità, e allo strapotere dei media nel condizionare la nostra vita sociale e politica. Ed è interessante la scelta di aver pensato di affidare proprio questo ruolo a Roberto Benigni, un personaggio che nell’arco della sua carriera è passato dall’anonimato alle platee internazionali. Dall’altra parte, gli altri due quarti di film si reggono su storie francamente inutili e già viste. La vicenda della candida coppietta di provincia che giunge nella capitale e della capitale subisce la fatale fascinazione, piuttosto chiaramente ispirata allo “Sceicco Bianco”, cade più volte preda del macchiettismo e del cattivo gusto. Mentre l’esile storia del giovane architetto americano che interagisce con la proiezione del suo mentore sentimentale immaginario (Alec Baldwin) sembra la cattiva copia della situazione di “Provaci ancora Sam”. Resta da vedere come sarà accolto il film in estate negli Stati Uniti. All’Academy la sceneggiatura di “Midnight in Paris” era piaciuta parecchio. Dopo aver cassato due titoli di lavorazione ben più intriganti (“Bop Decameron” e “Nero Fiddled”) Allen è tornato ad inserire la meta della sua vacanza europea nel titolo del suo film. Chissà che non lo abbia fatto per pura scaramanzia.

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Pubblicato anche su I-filmsonline

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“Duello a Berlino”

 

Credo che l’innamoramento vero e proprio sia scattato durante la scena del duello. Prima di quel film, di quella esotica accoppiata di nomi-registi, avevo visto solamente “L’occhio che uccide”. Cogliendo il bagliore bruciante dei mille risvolti “teorici” racchiusi in quel film e rimanendone inevitabilmente sedotto. E’ stato però con “Duello a Berlino” che ho percepito la chiara sensazione di trovarmi di fronte a due (uno?) degli autori più decisivi di tutta la storia del cinema. E’ vertigine pura il senso di libertà espressiva che si respira dentro i film di Micheal Powell ed Emeric Pressburger. Ed è sconvolgente pensare che un cinema così, sempre un passo oltre, sia stato concepito e realizzato nella plumbea Inghilterra, nei lontani anni ’40 del secolo scorso, e pergiunta dalla simbiosi di due menti distinte. E’ dalla allucinazione della visione che discendono, come per il caso neurologico di “Scala al paradiso”, tutte le altre percezioni sensoriali, ben chiare e percepibili nel loro cinema: il tatto, il gusto, l’olfatto (“Black Narcissus”). Vedere per credere, quindi. A cominciare dai famosi, leggendari, incipit: dinamismo, tensione, spettatore catapultato in medias res. Uno stuolo di giovani rumorosi che irrompe in un teatro. Una comunicazione aerea cruciale, al bivio di una questione di vita o di morte. Una truppa militare che sfreccia a grande velocità lungo un sentiero di campagna. E poi il continuo senso di sorpresa che si prova guardando i loro film: letteralmente non sai mai cosa potrà accedere, quando (il tempo è uno dei loro campi da gioco preferiti) e come. Le invenzioni visive di Micheal Powell, in molti film sostenute dalla eccellente fotografia di Jack Cardiff, aprono lo sguardo a continui scorci di meraviglia, mentre Pressburger costruisce trame e dialoghi eccezionali, brillanti esempi di scrittura per il grande schermo. “Duello a Berlino” è probabilmente il film che sintetizza meglio questo cumulo di unicità artistiche in una sola opera. E’ un film che ne racchiude almeno altri 3, se non altri 1000. Mirabile esempio di come il cinema possa essere davvero “arte di scolpire il tempo” e magnifico gioco caleidoscopico, di rifrazioni e scomposizioni. E poi la scena del duello citata prima. Sublime. Un movimento di macchina che in una repentina plongèe allontana i nostri occhi da quella che ci aspettavamo essere la scena portante del film, attraversa il tetto della palestra dove si svolge il duello e va a posarsi, ophulsianamente, sul vetro appannato di una carrozza che attende all’esterno. Sotto la neve. Se avete un po’ di tempo provate a leggere qui quali e quanti sono stati i riconoscimenti che il mondo del cinema ha negli anni tributato a Micheal Powell ed Emeric Pressburger. Vi basterà vedere anche uno solo dei loro film per capire che è tutta farina del loro sacco.

Graditi ritorni

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Anticipando di un soffio la concorrenza, questo inizio di settimana sancisce una gradita risurrezione, cinebloggara. Su una nuova piattaforma, Il Teatro dei Vampiri del beneamato e benemerito Conte Nebbia torna ad illuminare la scena dei cineblogger italici. E’ una notizia che non può non rendere felicissimi tutti i cinefili, cinefagi ed ematofagi della rete. Seguitelo e non ve ne pentirete. Stay tuned and “Stay scared!”, per citare Romero.