“Into the Abyss”

Qualcuno ha suggerito che “Into The Abyss” sarebbe potuto essere il titolo perfetto per moltissimi film di Werner Herzog.  Da sempre il suo è cinema dell’inabissamento in acque profonde e in luoghi oscuri,  scandaglio degli insondabili crepacci che attraversano la crosta terrestre e l’interiorità umana. Il viaggio di Werner Herzog negli Stati Uniti è cominciato qualche decennio fa. Per afferrare la dimensione “definitiva” e ultima, oltre che escatologica, della più recente tappa di questo viaggio può essere utile ricapitolare, per sommi capi, le precedenti. E’ del lontano 1977 il film che per primo battezza l’unione tra l’occhio herzoghiano e il suolo americano, e già in quel memorabile “La ballata di Stroszek” Herzog condensa le frattaglie di un immaginario americano di grandezza e splendore andato in frantumi. A dominare, nel paese dei Grandi Spazi Aperti e delle case-container vendute all’asta,  è un palpabile senso di alienazione e smarrimento identitario, terribile prodromo di una livida, strisciante nevrosi collettiva. Altri due suoi film di quegli anni proseguono lo scavo dentro le radici culturali della società americana: “Il sermone di Huie”, preziosissima osservazione di una eccezionale predica-gospel,  e “Fede e denaro”, laconico e inquietante ritratto di un telepredicatore in missione per conto di Dio e di Mammona. E’ un’America profonda e controversa, dei contrasti tra libertà e determinismo, tra retaggio rurale,  puritanesimo religioso e capitalismo selvaggio, tra etica arcaica vetero-testamentaria e progressismo democratico. E’ la stessa America trovata da Herzog, in “How Much Wood Would a Woodchuck Chuck”, nella Pennsylvania degli Amish, dove sopravvive un campionato mondiale di banditori d’asta di bestiame, estrema riserva di quella che Herzog definirà “ultima forma possibile di poesia, la poesia del capitalismo”. Gli approdi più recenti del maestro bavarese dentro l’immaginario di celluloide americano, i Cattivi Tenenti di New Orleans e i “cattivi” lynchiani di San Diego, li conosciamo bene. Ulteriori fermate di un ascensore che sprofonda verso un ideale punto di non ritorno, anticipato dalla parabola folle e autodistruttiva di Timothy Treadwell in “Grizzly Man”, il film che forse sul piano teorico ed emozionale ha più punti di contatto con “Into The Abyss”.  Non ci si può e non ci si deve soffermare in lunghe analisi quando si scrive di un film come “Into di Abyss”.  A parlare devono essere i protagonisti del film, i figli di una America che oggi più che mai sembra aver totalmente rimosso, a più livelli, il significato stesso dell’esistenza umana. Il Braccio della Morte è il confine ultimo, il limine estremo che il cinema “americano” di Herzog preconizzava da anni. Oltre quella soglia, varcato quell’abisso, Herzog sceglie di annullare la sua presenza, lasciando tutto lo spazio possibile ai corpi e alle voci di ragazzi che la “giustizia” ha condannato a morte ma che il cinema, in uno dei suoi esiti più miracolosi,  condanna ad una incancellabile, solenne lezione di vita.

Annunci