Il giovane favoloso

giovane favoloso

Dopo la proiezione veneziana del “Giovane Favoloso” di Mario Martone il mio sentimento di spettatore oscillava tra l’ammirazione e il disappunto. Impossibile non riconoscere la cura e l’autorevolezza con cui Martone ha delineato sul grande schermo una figura complessa, potenziale preda di stereotipi scolastici, come quella di Leopardi. Impossibile non apprezzare l’interpretazione di Elio Germano, intensa incarnazione del tormento e dell’estasi del poeta di Recanati. Impossibile non ammirare l’eleganza figurativa e luministica del film, perfetta continuazione di quanto visto nell’ottimo “Noi credevamo”. Eppure qualcosa mi aveva lasciato insoddisfatto. In particolare la mia critica, forse superficiale e affrettata, era rivolta verso il modo in cui Martone aveva scelto di risolvere (o forse sarebbe meglio dire di non risolvere) lo snodo a mio parere centrale del film: il rapporto di Leopardi con suo padre. Chi ha visto “Il Giovane Favoloso” sa che la sua struttura è una delle cose più interessanti e al contempo spiazzanti. Esattamente a metà film una brusca frattura interrompe la progressione narrativa. Uno iato, un gap netto e inopinato separa la prima parte del film, ambientata a Recanati, dalla seconda in cui Leopardi, lontano dalle opprimenti mura domestiche, è al seguito di Antonio Ranieri a Firenze, Roma e Napoli. A lungo mi sono interrogato sul perché di questa scelta, non accontentandomi della facile e ovvia motivazione secondo cui Martone con quella ellissi avesse evitato, elegantemente, ogni didascalismo nello spiegare l’allontanamento di Leopardi da Recanati. Certo questa è una ragione valida, ma non sufficiente per giustificare un colpo di forbici così netto su un aspetto tanto centrale per il film. Poteva esserci altro, doveva esserci altro.

Sono arrivato alla conclusione che quel “vuoto” corrisponde, idealmente, al foglio centrale in un quaderno. Quello con le quattro pagine esattamente poste a metà, che presenta visibili i segni della rilegatura. Che si può strappare senza intaccare il resto delle pagine. E che una volta strappato elide due pagine della prima metà e due pagine della seconda metà del volume. Martone nel suo film ha strappato queste quattro pagine di sceneggiatura, negandoci tanto la visione della risoluzione del rapporto tra Leopardi e suo padre quanto, subito dopo, la visione dell’inizio del rapporto tra Leopardi e Ranieri. Esiste una chiara specularità tra queste due assenze, tra queste due sottrazioni. Per tutta la prima parte del film se la figura della madre di Leopardi resta sullo sfondo, abbozzata in un personaggio di contorno, dominante è la personalità del padre. Oppressivo, possessivo, geloso della presenza e dell’affetto di suo figlio, in lui, paradossalmente, si adombra il giogo di quella natura matrigna che attraverso il sangue, i geni e il genius loci ha determinato la nascita (nel borgo sperduto e retrivo di Recanati) e la malattia fisica di Leopardi. Alla figura paterna il Leopardi di Martone è legato da un ambiguo vincolo di amore-odio che in qualche tratto, e in qualche reciproca dichiarazione d’amore, sembra sfiorare l’incesto. Dalla sudditanza al padre, da una condizione di percepita minorità psicofisica, Leopardi non riesce mai ad affrancarsi, sublimando la rigida limitazione delle sue libertà in impulso creativo e in onnivora sete di conoscenza. Se quindi non vediamo la “risoluzione” del rapporto tra Leopardi e suo padre è perché, probabilmente, questo rapporto pur nella lontananza dal borgo natio di Recanati, non si è mai risolto.

Entra a questo punto in gioco il personaggio di Ranieri. Martone non lo introduce, non lo presenta in alcun modo. Si limita a mostrarcelo nella sua relazione, intima ma di natura imprecisata, con Leopardi. La sua presenza accanto al poeta è data per acquisita, per scontata, quasi fosse giustificata da un vincolo parentale. Per lungo tempo non sappiamo che tipo di legame lega Ranieri e Leopardi, lasciando fino ad un certo punto lecito supporre l’esistenza di un legame omoerotico tra i due. Questa ipotesi tuttavia cede nella sua credibilità via via che si chiariscono le dinamiche della loro relazione. Ranieri è a tutti gli effetti un nuovo padre per Leopardi. Non una padre di sangue ma un padre d’elezione, scelto per alcune sue qualità in evidente antitesi rispetto alle caratteristiche del padre biologico: tanto liberale, girovago, brillante è Ranieri quanto castrante, sedentario, severo è Monaldo. Eppure i tratti del loro rapporto sono ancora nel segno della sudditanza: del figlio rispetto al padre, del giovane rispetto all’uomo. Ranieri per Leopardi è modello di virilità, mentre Leopardi per Ranieri è “figlio” da accudire, bisognoso di costanti attenzioni. Ranieri si prende cura di Leopardi malato, lo cerca preoccupato quando per capriccio si perde per le vie di Napoli, lo accompagna dalle prostitute in un rituale di iniziazione alla maturità sessuale. Tutti gesti che tradiscono la sua natura di surrogato paterno, di figura genitoriale mascherata. In lui Leopardi continua a vedere una guida, un riferimento, un modello irraggiungibile di completezza esistenziale. Ma nei suoi confronti continua a nutrire la stessa percezione di inferiorità che nutriva verso Monaldo. Quel disperato, furente bisogno di vitalità negata che sarebbe stato alimento per la sua ribellione poetica traeva, forse, energia proprio dalla complessa natura di questi rapporti. Dolorosi, eppure così necessari.

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