Fuocoammare

Fuocoammare-poster-locandina-2016

Vedere meglio. Vedere di più. E’ l’obiettivo che tutto il cinema dovrebbe mettere a fuoco, evocando immagini mai viste, scandagliando fondali mai attraversati. Scopo primigenio del cosiddetto cinema “documentario” dovrebbe essere rintracciare questa riserva di freschezza nella cornice di una realtà intaccata il meno possibile, e possibilmente in modo sempre consapevole, dall’artificio della finzione. E’ il solco che attraversano con le loro opere due dei più importanti “autori” di documentari della scena mondiale contemporanea come Werner Herzog e Joshua Oppenheimer. E’ in particolare al secondo che sembra guardare Gianfranco Rosi nel suo “Fuocoammare”, pur rimanendo molto diverso dal regista americano per cultura,  genoma e radicalità politica. C’è in particolare una inquadratura del film premiato con l’Orso d’Oro a Berlino che sembra delineare un rimando diretto allo splendido “The Look of silence”, quella del bambino con le lenti durante la visita oculistica. Questione di sguardi e di misure, chi ha visto entrambi i film non potrà non essersene accorto.

Ed è forse proprio nel discorso sull’occhio pigro del giovane Samuele che si può rinvenire la chiave di lettura più univoca del film. Il suo, come il nostro, è un occhio che deve allenarsi a vedere: lungo le coste di Lampedusa si combatte una guerra invisibile, che ogni giorno riversa nel mare il suo carico di morte. Una realtà vicinissima eppure dimenticata, espunta in nome dell’indifferenza dalla nostra quotidianità. Una realtà che Samuele avverte in tutta la sua dolorosa consapevolezza, restituendone il dramma attraverso l’esperienza del gioco, una guerra simulata che non produce ferite ma tenta di guarirle. In questo scenario di negazione estrema dell’umano Rosi riesce a scorgere scampoli di bellezza inusitata e spaventosa, trasfigurando l’atroce sostanza della realtà nell’incanto del cinema. In questo va riconosciuto il suo talento più grande, evidente in opere come Boatman  e Below Sea Level piuttosto che nel sopravvalutato Sacro GRA. L’operazione non è scevra da rischi, specie quando indugia in qualche estetismo di troppo o scade nel facile bozzettismo, ma ha il grande merito di misurarsi con un esercizio troppo spesso dimenticato dal cinema italiano. E che aiuta a vederci meglio.

[*** 1/2]

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