“Close-up”

Spesso sulle pagine virtuali di questo blog si è indegnamente scritto qualcosa su Werner Herzog, sul suo enorme (in tutti i sensi) corpus filmico e sulla geniale capacità di sintesi che Herzog è in grado di operare tra “fiction” e “non-fiction”. Una capacità, un dono talmente unico e misterioso, da originare in molti casi (“Grizzly man”, “Ignoto spazio profondo”, “Incontri alla fine del mondo”) correnti semantiche folgoranti, aliene a tutto il cinema che siamo abituati a vedere e a sentire. Le abissali profondità delle acque polari nelle mani di Herzog diventano gli inarrivabili cieli oscuri dell’oltre-spazio. Persino il suono della “natura”, il verso dei leoni marini captato dall’orecchio umano attraverso lo spessore del ghiaccio, non sfugge a questa fatale distorsione: anche quella è una messa in scena. Tutta l’immagine degli scienziati che, in “Incontri alla fine del mondo” poggiano l’orecchio sul ghiaccio per captare il verso dei leoni marini, è una pura coreografia, un falso. Nel 1997, in “Little Dieter needs to fly” Herzog costringe, in un altro momento memorabile del suo cinema, il veterano di guerra americano Dieter Dengler a re-interpretare, negli stessi luoghi dove i fatti sono realmente accaduti, il suo atterraggio di fortuna nella giungla del Laos e la sua cattura ad opera dei guerriglieri. Quasi 10 anni dopo questo documentario (che Herzog considera uno dei suoi migliori film di fiction), come una crisalide che si trasforma in farfalla, ha generato “Rescue Dawn”, un vero (?) film di fiction basato sulla vicenda di Dieter Dengler, qui impersonato da Christian Bale. In “Grizzly man” i livelli di sovrapposizione/stratificazione fiction/non-fiction sono così articolati da diventare inscindibili, e quindi estremamente complessi da analizzare. Film come questi non trovano corrispettivi, con tutta probabilità, in nessuna altra cinematografia. Con una eccezione. Abbas Kiarostami nel 1990 (p.s. la filmografia di Kiarostami è ricchissima: comincia nel lontano 1970, con opere ignote al pubblico occidentale e forse irreperibili) gira “Close-Up”. Un primo piano su una vicenda realmente accaduta in Iran, e che, rintracciata da Kiarostami in un trafiletto di cronaca, deve aver avuto sul regista del “Sapore della ciliegia” un impatto devastante. Un uomo, poverissimo, un paria ultimo tra gli ultimi, si spaccia per il regista Mohsen Makhmalbaf con una ricca famiglia borghese pur di ottenere considerazione, stima e fondi per la realizzazione di un fantomatico film, da girare nella casa dei suoi ospiti. L’uomo viene facilmente ricondotto alla sua vera identità (ammesso che egli ne abbia una) attraverso una breve indagine, e portato in tribunale per questo sua tentata “frode”, incomprensibile nel suo movente profondo agli occhi della maggior parte delle persone. Caduto “il velo che copre l’arte” Kiarostami gira il suo film ri-mettendo in scena i protagonisti della vicenda (il falso Makhmalbaf e il vero Makhmalbaf), ricostruendo per la telecamera gli eventi accaduti e interrogando, fino in fondo, il volto del suo straordinario protagonista. Un vero eroe positivo del cinema, che di cinema vive e sogna, che nel cinema intravede la possibilità concreta di un riscatto sociale individuale e collettivo, proiettato nella dimensione (volontaria e inconscia, insieme) di uomo con la macchina da presa (dietro? davanti? dentro?) che sceglie di recitare il ruolo del regista. Emblematica sintesi, teorica e politica, di inarrivabile potenza. Copia conforme all’originale filmata da Kiarostami come attraverso un vetro, sottilissimo e invisibile.

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Copie conformi e libertà negate

             

 

L’edizione di quest’anno del Festival di Cannes sta sollevando, meritoriamente, una certa attenzione mediatica intorno al gravissimo problema delle limitazioni della libertà di espressione in Iran. La cerimonia di inaugurazione, con un presidente di Giuria come Tim Burton ad officiare il triste rituale di evocazione per una presenza “assente” come quella di Jafar Panahi, ha gettato un po’ di luce su una vicenda troppo spesso relegata alla marginalità. Un illustre connazionale di Panahi, Abbas Kiarostami, amatissimo da chi scrive su queste pagine virtuali, presenta questo stesso anno a Cannes una pellicola in concorso. Dopo l’estremo “teorico” assoluto toccato con “Shirin” presentato a Venezia due anni fa e da allora mai più circolato, Kiarostami ha girato “Copia conforme”, un film ambientato in Toscana con una protagonista d’eccezione come Juliette Binoche. Di “Copia conforme” si comincia a vociferare in termini molto positivi, tanto da convincere molti osservatori che il film di Kiarostami possa seriamente ambire alla Palma d’Oro. L’auspicio, sulla fiducia, è che Kiarostami possa vincere il premio più ambito, che il suo film possa avere una adeguata distribuzione sul suolo italico e che, magari, a Kiarostami, di solito non troppo avvezzo a prese di posizione dirette sul tema, possa sfuggire di bocca un appello per la liberazione immediata di Panahi. Sognare, ogni tanto, di vivere nel migliore dei mondi possibili non costa niente.

Cronache dalla Laguna/3

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“Encarnacao do demonio” – Jose Mojica Marins (Fuori Concorso)

 

Ed eccoci al vero momento cult (meglio ancora stra-cult) dei giorni lagunari. La visione in sala grande di “Encarnacao do demonio”, a mezzanotte, con presenti in sala il sublime Ze de Caixao alias Coffin Joe, nonché il nostro amatissimo Conte reduce dal red carpet ha rappresentato un momento di quelli che i fortunati presenti potranno descrivere ai nipoti con orgoglio. Film esaltante e disturbante come pochi altri, questo terzo capitolo della trilogia horror brasiliana di Coffin Joe (a proposito, almeno 3 le trilogie che si sono chiuse quest’anno a Venezia: singolare coincidenza). Pellicola splendidamente girata, dalla dirompente forza visiva e dal fortissimo impatto splatter, eppure percorsa da alcune riflessioni sotterranee e profondissime sul senso stesso del cinema come “territorio” di mezzo tra presente e passato, tra bene e male, tra vita e morte. Visione per stomaci forti e palati raffinati. Ne riparleremo.

 

Voto: 8,5

 

“Shirin” – Abbas Kiarostami (Fuori Concorso)

 

Troppo radicale, troppo estremo, troppo complesso (nella sua assoluta, totale semplicità) per poterne parlare in poco spazio. Il cinema di Kiarostami è un cinema di idee applicate nella loro essenzialità al mezzo cinematografico. Con questo film declinato per intero al femminile, uno dei più coraggiosi e sperimentali di tutto il cinema degli ultimi anni, Kiarostami si spinge con la sua poetica molto oltre rispetto a quanto aveva fatto con i film precedenti. Il risultato è uno di quei film che dividono e che non possono mettere tutti d’accordo. Sicuramente il film più interessante tra tutti quelli visti. Anche qui: se ne riparlerà. Sperando in una degna distribuzione.

 

Voto: 9

 

“Vinyan” – Fabrice Du Welz (Fuori Concorso)

 

Film strano, credo non completamente riuscito. Racconta la storia di una coppia di coniugi europei che decide di mettersi alla ricerca del figlio scomparso durante uno tsunami nella giungla Thailandese. I due si renderanno protagonisti di una specie di discesa nell’incubo, man mano che le loro solide certezze occidentali cominceranno ad essere scalfite dalle ombre e dall’ipnotizzante presenza di una natura a loro ostile. A tratti bello, con alcune immagini che non si dimenticano. Alla lunga decisamente troppo ripetitivo.

 

Voto: 5,5

 

“L’autre” – Patrick Mario Bernard e Pierre Trividic (Venezia 65 – In concorso)

 

Una delle più positive sorprese. Singolarissimo film, meritevole di attenzione soprattutto (se non soltanto) per quanto riguarda il suo aspetto puramente visivo (di fotografia e regia). Purtroppo un po’ carente sul piano della sceneggiatura: plot nebuloso e dal tono indeciso. La carenza però come dicevo può per certi versi essere compensata da un lavoro davvero accurato e creativo sulla composizione delle immagini, improntato sulla linea di una estrema libertà tecnica ed espressiva. Più video-arte che cinema-cinema. Ci è piaciuto comunque.

 

Voto: 8

 

“Il sapore della ciliegia”

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Mai quanto negli ultimi tempi i mass media italiani (e la televisione in particolare) hanno abusato di una locuzione peculiare della lingua italiana: il senso della vita. Volendo essere estremamente sintetici (e anche parecchio approssimativi!) possiamo affermare che per Kiarostami il senso della vita è racchiuso nel…sapore della ciliegia. Prima di addentrarci nell’analisi del film è opportuno spendere due parole per conoscerne l’autore. Abbas Kiarostami è quello che si definirebbe un intellettuale a 360 gradi: nasce come fotografo, utilizza da 30 anni con grande originalità il mezzo cinematografico, scrive poesie, ama con passione la sua terra (quell’Iran ancora oppresso da una teocrazia asfissiante).

Il film, vincitore della palma d’oro a Cannes (pare che il giurato Nanni Moretti, grande ammiratore di Kiarostami, abbia svolto un ruolo determinante nell’assegnazione del premio), sceglie di affrontare un tema difficile e controverso come il suicidio. All’inizio del film ne conosciamo il protagonista: un uomo sulla quarantina, apparentemente benestante, che guida la sua auto in cerca di qualcuno o di qualcosa, attraversando la periferia di Teheran. Solo dopo un certo lasso di tempo, apprendiamo che egli sta in qualche modo "organizzando la sua morte" e cerca qualcuno disposto a seppellirlo una volta che per lui sarà finita davvero. Solo adesso si entra nel cuore del film e ci si inizia ad inoltrare nello scabroso sentiero tracciato dal regista: egli ci conduce alla scoperta delle reazioni degli "altri" difronte alla negazione della vita. Sono tre i personaggi che interagiranno con il protagonista e che si comporteranno in modo diverso dinanzi alle sue insolite richieste. La paura assalirà un giovane soldato, il desiderio di dissuadere da quel gesto in nome di Dio animerà un religioso, la vera saggezza sarà incarnata da un anziano signore, il quale ha tentato in giovinezza di togliersi la vita me è stato salvato dalla dolcezza un albero di gelso. E’ proprio quest’ultimo personaggio ad alludere al "sapore della ciligia", alla luna nel cielo, al mutare delle stagioni, nel disperato tentativo di infondere un po’ di speranza nell’animo del protagonista. Il film si conclude con un finale aperto e con un richiamo alla "realtà della finzione" attraverso un magnifico pezzo di cinema nel cinema (stilema molto caro a Kiarostami).

Da un punto di vista stilistico il cinema di Kiarostami è stato più volte accostato ai neorealisti per la sua essenzialità e per la sua purezza cristallina. "Il sapore della ciliegia" non fa eccezione: la semplicità e la "idea di reale" (eccetto che negli ultimi 3 minuti il film non ha alcuna colonna sonora musicale) si sposa, tuttavia, ad una grande padronanza delle tecniche cinematografiche. Tipico esempio di "slow movie", nel "Sapore della ciliegia" ricorrono campi lunghissimi, piani sequenza interminabili, splendidi giochi di luce e di fotografia, numerosi fotogrammi a lungo statici e immagini simmetriche costruite per "incorniciare" i protagonisti. Quello che emerge da questa magnifica pellicola è senz’altro un fervido amore per il cinema, per l’arte e per la vita in generale.

Voto personale:9