“Cous cous”

Animato da una forte curiosità e sospinto dal desiderio di godermi quello che è stato definito da molti “il vincitore morale” dell’ultimo Festival del cinema di Venezia, non ho voluto mancare l’appuntamento cine-gastronomico con il “Couscous” di Abdel Kechiche. Dopo la "Ratatouille" di Brad Bird, speravo di godere ancora una volta immergendomi nella cucina/fucina della multi-etnicità cultural-cine-gustativa. Non è andata secondo le aspettative: non benissimo, neanche malissimo.

 

In una squallida cittadina di mare sulla costa francese (Sète, nei pressi del porto di Marsiglia) vive una famiglia di immigrati di origine maghrebina. Grazie all’occhio attento e mobilissimo di una telecamera, ne seguiamo le vicende del loro vivere quotidiano e, a poco a poco, ne conosciamo tutti i numerosi componenti.  All’interno di un coloratissimo e movimentato clan familiare, spicca la figura solitaria e introversa del capofamiglia Beiji. Sentendosi ormai al capolinea e messo da parte dalla famiglia e dall’intero tessuto sociale in cui vive, l’uomo consuma mestamente i suoi giorni afflitto dalla terribile sensazione di non avere più un valido motivo per continuare a vivere e nulla di buono da lasciare in eredità ai suoi figli. Beiji, vittima della deriva interiore e del profondo senso di sradicamento comuni ad ogni uomo che è stato costretto ad abbandonare la propria terra, teme di non aver "costruito" niente di veramente degno di sopravvivere alla sua stessa vita. In lui la (dis)integrazione del vivere “separato”, scisso, lontano dalla piena realizzazione della dimensione di uomo. Il desiderio di rivincita, di riscatto, ha il volto (e il ventre) della giovane figlia della nuova compagna di Beiji. Grazie alla vitalità della ragazza (racchiusa simbolicamente in una danza del ventre/rito di fertilità e rinascita), Beiji riuscirà nell’impresa di unificare nel nome di una ritrovata appartenenza “etnica” (invocata per mezzo del cibo e della musica) tutta la sua famiglia intorno al suo sogno di palingenesi/ultima ragione di vita. Grazie alla ritrovata compattezza della sua gente (unica arma da opporre quando bussano alla porta le sirene delle dispersione globalizzante e la mercificante schiavitù delle esistenze “ a contratto”), il nostro protagonista riuscirà a gustare il sapore unico del vivere per gli altri: nel dono assaporerà la più grande delle ricchezze. In una indimenticabile sequenza finale costruita su un’ottima idea di base di montaggio parallelo, Beiji assurgerà alla dimensione di martire laico proprio mentre la sua famiglia ne celebrerà il più festante dei trionfi. Funerale gioioso e colorato: danze e couscous.

 

Ottimo esempio di come si possa ancora fare del bel cinema con pochi mezzi e tante idee, questo film di Kechiche è un apologo coinvolgente e dal sapore fortemente umanista e antropocentrico sul valore e sulla necessità di appartenenza (condivisione) insito in ogni individuo. Le note di semplicità e di realismo che caratterizzano il film di certo non guastano, in un’epoca in cui al cinema siamo anestetizzati da un uso massivo  e (spesso) gratuito delle tecnologie. Tuttavia, lo devo ammettere, per quanto mi riguarda il coinvolgimento emotivo è arrivato solo a sprazzi, probabilmente un po’ disperso nelle pieghe di una sceneggiatura forse troppo prolissa e appesantita da dialoghi a volte eccessivamente enfatici. Un po’ fastidioso (ma questa è una mia personalissima idiosincrasia) anche l’uso continuo della macchina a mano, pur funzionale al taglio visivo quasi neorealista (sono volati paragoni secondo me eccessivi con “Ladri di biciclette”) e da “film-reportage” che il regista ha voluto dare alla sua opera.  Nel complesso quindi un buon film, ma (e magari sarà un mio limite) non sono riuscito a cogliere con sufficiente chiarezza i motivi che hanno portato tanti ad additarlo come film “da Leone d’oro”. Ottime, davvero ottime le prove degli attori, quasi tutti non professionisti.

 

Voto personale: 7,5