“Rashomon”

rashomonRipartiamo con un filmettino da niente… Kurosawa docet. Grande, grandissimo film “Rashomon” (rasho-mon la “porta di Mon”, dal nome del luogo decadente e disfatto da cui prende avvio il film, sotto un emblematico diluvio). Uno di quei film capaci di illuminare, di stimolare il pensiero, di mettere in moto virtuosi meccanismi di analisi. Nutrimento per l’intelletto e olio balsamico per l’anima. Come si conviene ad ogni grande opera d’arte. La prassi della narrazione è apparentemente quella un po’ scontata e un po’ “di genere” del romanzo poliziesco. Ci troviamo davanti ad un caso, già ad un primo sguardo intricato e misterioso, di omicidio. Ci sono dei curiosi, dei testimoni oculari e i protagonisti della vicenda: un bandito, una donna, un taglialegna. Un quarto personaggio, un samurai, è perito in circostanze oscure. Il film si snoda nel suo segmento centrale attraverso una complessa rete di flashback, come se si trattasse di una vera istruttoria. Uno per volta, i quattro personaggi (sì, proprio tutti e quattro, visto che il samurai defunto parlerà per bocca di una medium) portano la loro testimonianza sulla sequenza di fatti all’attenzione dello spettatore-giudice. Le testimonianze sono rese dai personaggi nella suggestiva cornice di un giardino Zen, e (elemento non da poco) ognuno dei personaggi rompe drasticamente la regola “non scritta” del cinema classico e guarda dritto negli occhi della macchina da presa (e quindi dello spettatore). Come a chiamare lo spettatore ad una attenzione, ad una tensione investigativa, in ultima analisi al ruolo di giudice supremo, appunto. L’elemento fondamentale del film sta nel fatto che ognuna delle quattro versioni differisca in modo sostanziale dalle altre. Fin qui, si potrebbe trattare di un artificio letterario abbastanza abusato nella letteratura gialla. Ben più paradossale è il fatto che in buona sostanza ognuno si accolli la colpa della morte del samurai (incluso il samurai stesso, il quale per bocca della medium giungerà ad ammettere il suicidio). Dov’è la verità? Dove la menzogna? Esiste una sola verità? O piuttosto ognuno tende a fabbricarsene una propria, a suo uso e consumo? Kurosawa, e qui sta la sua grandezza, confonde volutamente le acque, mostrandoci ogni volta con lo stesso esasperato realismo le 4 versioni. Sembra proprio che siano tutte “ugualmente vere”, oltre che ugualmente possibili. Come in un forsennato rewind, la storia più volte si riaccartoccia su sé stessa e torna a dipanarsi, ma mai uguale a come era prima. Cinema come beffarda illusione dell’immagine, come solenne presa in giro delle (presunte) capacità interpretative dello spettatore. Ma anche (ancora una volta, forse per la prima volta) meta-cinema, capace di elaborare tutto un melting-pot ribollente di link filosofico-letterari (Nietzsche, Brecht e soprattutto Pirandello) e di riversarli in maniera compiuta ed organica su celluloide. Nel 1950 Kurosawa inaugurò questo percorso (sebbene già prima qualcuno “ci avesse provato”), che sarebbe stato poi successivamente sviluppato da registi del calibro di Fellini (“Otto e mezzo”), Godard, Antonioni. In particolare mi pare che proprio “Blow-up” (e forse in misura minore “Professione: Reporter”) sia un film decisamente apparentato e apparentabile a “Rashomon”. Film che si interrogano kantianamente sui limiti della “percezione” cinematografica (categorie? giudizi sintetici a priori? fenomeno o noumeno?), sulle sue infinite capacità di simulare e dissimulare, sulla vacua e fallace persistenza della visione. Film stra-consigliato. Il voto è superfuo come non mai.