“L’anno scorso a Marienbad”

marienbadRiflessione sul tempo, sulla natura soggettiva dei ricordi, sulle infinite (e ingannevoli) sovrapposizioni di attimi (secondi, minuti, ore, giorni) che si intrecciano nel passato/presente/futuro di ognuno. Film complesso, sicuramente uno dei migliori del Resnais degli anni d’oro, secondo forse solo ad Hiroshima. Coproduzione italo-francese e Leone d’Oro a Venezia.

X (Giorgio Albertazzi) è il narratore della vicenda: egli ricorda, attraverso una sorta di "stream of consciousness" (Joyce, Proust, Freud respirano in questo film) ossessivo ed ipnotico, la vicenda possibile di un incontro forse impossibile, con una donna eterea ed inafferrabile. La donna non ricorda, o finge di non ricordare la resistenza opposta all’epoca dinanzi ad X, che le proponeva una fuga verso nuovi orizzonti di vita. La donna era (ed è ancora, forse) prigioniera di un misterioso individuo (marito/amante) dalle sembianze cadaveriche. Un colpo di pistola, un misterioso incidente, X e la donna finalmente fuggono, soli, verso un’altra (terrena?) realtà. C’è un vincitore: il misteriosissimo marito/amante. Con un sibillino gioco di carte, sbaraglia ogni avversario e la memoria non può non correre a Bergman, a quella partita a scacchi, all’allusione della fine. Ma le chiavi di letture potrebbero essere decine. Ognuna legittima.
Tutto rimanda a sè stesso, in questo elegante e intricato gioco di specchi. La realtà è frammentata dallo stratificarsi della memoria e persino lo spazio è organizzato in modo da fare dello spettatore un naufrago alla ricerca di un approdo sicuro. Il film è stato girato in 3 diverse location presso magnifici castelli tedeschi, ma il regista fondendo 3 spazi reali ha inteso creare uno spazio fittizzio, abitato dal sogno, un altrove fuori dal tempo.
La regia e la fotografia sono quanto di meglio la Nouvelle Vague abbia prodotto: la macchina si muove con sinuosa lentezza in un alternarsi di zoom e piani-sequenza memorabili. Le luci conferiscono al tutto un che di sbiadito e di ineffabile. La colonna sonora, interamente eseguita da un organo, aumenta il senso di cupezza e di mistero che aleggia per tutto il film.
Da vedere almeno 2 volte (d’altra parte il film è costruito sulle ripetizioni!). L’importante è non lasciarsi scoraggiare dall’apparente impenetrabilità del testo. Uno volta abbandonati al fluire lento della narrazione, non si può non cadere trappola della fascinazione di questo spledido film.

Voto personale: 8 e 1/2

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