“Stalker”

Ogni film è un’esperienza. Anche il più brutto, il più stupido, il più insulso rappresenta una incursione multisensoriale in un terreno nuovo, vivida e circoscritta nel tempo. Ogni film è pertanto un viaggio, una esplorazione, uno scandagliamento di chissà quali realtà. Come un’ascensore diretto verso il centro della terra, ogni film è in grado di trasportarci verso livelli assai diversificati di profondità. Ci si può fermare alla superficie, o via via, si può scendere fino al cuore pulsante delle cose, dove tutto è magma ribollente. C’è un film che, più di tutti gli altri, racchiude magnificamente in sè questo concetto. E’ un film grande e terribile come un abisso, viaggio ed esplorazione metafisica. Magnifico come solo sanno esserlo le grandi opere d’arte. Tarkovskij. "Stalker".

Siamo nel territorio, assai caro al cineasta russo, della fantascienza filosofica. Come in "Solaris" anche in "Stalker" la forma è quella di plumbeo racconto futuribile, con qualche esiguo elemento di pura sci-fi. Il contenuto, invece, travalica immediatamente i canoni di un genere per farsi apologo filosofico e riflessione teologica alta. Partiamo dal titolo, enigmatico e sublime. Lo Stalker, dall’anglosassone to stalk, è una sorta di accompagnatore, una guida, un iniziato pronto a condurre chiunque lo desideri fervidamente alla scoperta del suo segreto: la Zona. Lo Stalker, un semplice, un "puro di cuore", ha fatto della Zona la sua unica ragione di vita. La Zona è un territorio, una sorta di immaginifica dimensione altra, dove, a detta dello Stalker, si avvera qualsiasi desiderio di chi ne varca la soglia. La Zona, sinonimo di Dio. Chiaro come il sole. La Zona è pericolosa, può rappresentare il vero riscatto individuale delle persone, può affrancarle da qualsiasi sudditanza o forma di alienazione. Per questo la Zona è stata posta sotto sequestro armato e la sua esistenza viene sistematicamente smentita dalle autorità civili e militari. Tentare di avvicinarsi ad essa significa mettere a repentaglio la propria vita. Lo Stalker, testimone e martire, è ovviamente pronto a farlo, pur di convincere gli scettici: un poeta ed uno scienziato. E’ così che comincia il favoloso (nel senso di "simile alla favola") percorso dei tre protagonisti del film: lo Stalker, il poeta, lo scienziato. Al termine di un cammino faticoso e disseminato di trappole, i tre giungeranno alle soglie del Mistero ma non saranno in grado di compiere l’atto estremo di coraggio richiesto per varcarne l’ingresso: credere.

In "Stalker" c’è davvero tutto Tarkovskij. La sua arte e la sua poesia in questo film raggiungono una nuova vetta. E ancora una volta il cinesta russo, figlio degenere di un paese che lo ha sempre osteggiato, riesce nell’impresa di rappresentare il non rappresentabile, di rendere con il linguaggio dell’immanenza (il linguaggio del cinema) quello che brucia nel cuore dell’uomo contemporaneo: lo smarrimento e la ricerca di senso. Grande anche l’aspetto tecnico e visivo della realizzazione del film: il mondo all’esterno della Zona è dominato dalle ombre e da una tonalità grigio cinereo, la Zona invece vive e pulsa con tutte le sfumature del verde e dell’azzurro. Scelta davvero significativa. Ancora una volta: Tarkoskij, il nostro "Stalker", è pronto ad illuminarci con il suo sguardo. 

Voto personale: 9 e 1/2

“Andreij Rublev”

andej+rublevVita e tormenti interiori di Andrej Rubliov, grande pittore di icone russo vissuto intorno al 1400. Sullo sfondo la magnifica ricostruzione di un paese diviso e incapace di opporre resistenza all’invasore Mongolo. Splendido film, girato in modo sublime dal grande Tarkovskij. E’ un cinema intriso di meditazione, di misticismo, di riflessione sulle cose (nonchè sulle "cose ultime"), fatto di silenzi protratti e di meravigliosa lentezza, quello del russo. Un cinema (come quello di altri maestri del passato-presente-futuro, da Bresson a Bergman) in stridente contrasto con il ritmo vorticoso, ma fermo alla superficie delle cose, a cui ci ha abituato il concetto di cinema contemporaneo. Lentissimi piani-sequenza si muovono dentro un bianco e nero quasi incorporeo, splendide visioni (quasi trascendenti) compongono un affresco indimenticabile che cerca di affrontare temi controversi quali il rapporto tra artista e arte, tra artista e società, tra artista e Dio. Il colore, quasi miracolosamente, ritorna solo nell’epilogo, quando il regista si concentra sulle opere del pittore, quasi per cercare di comprendere l’essenza dell’uomo-artista attraverso lo sguardo approfondito rivolto alle sue Icone (ancora una volta una rivelazione divina). Quasi tre ore di cinema purissimo, in cui non è difficile riconoscere qualche accenno autobiografico: Tarkovskij fu, infatti, sempre in stridente contrasto con le istituzioni del suo paese (tanto da arrivare a chiedere asilo politico all’Italia) e visse in prima persona i laceranti dissidi etici e teologici che racchiudeva nei suoi film, fino a sperimentare una sorta di ascesi assoluta negli ultimi anni della sua vita. Decisamente più riuscito del troppo celebrato "Solaris", ancora più compiuto del pur straordinario "Stalker", "Andreij Rubliov" è a mio avviso un film capitale non soltanto nel personalissimo itinerario artisitico e religioso del regista, ma persino nell’intera storia del cinema. La distribuzione del film fu tremendamente osteggiata dalle autorità russe, che videro nel messaggio religioso del film e nei suoi accenti polemici contro l’esercito e il potere una neppure troppo velata opposizione al regime sovietico. Film-preghiera, da assaporare e da lasciare decantare piano. E’ richiesta soltanto una adeguata disposizione interiore. Ad ogni modo, se ne esce più ricchi.

 

Voto personale: 10