“A simple life”

Filmare  “le cose come sono” è stato un sogno a lungo inseguito da molti cineasti, da Flaherty a Rossellini. Il cinema, illusione dell’immagine in movimento, ha più volte cercato, ribaltando il suo statuto ontologico, di catturare l’essenza della realtà, spogliandola del suo involucro fenomenico e cogliendola nella sua fragilissima, denudata, verità. Lo splendido “A simple Life” della cinese Ann Hui, accolto con grande entusiasmo e commozione durante la scorsa Mostra del Cinema di Venezia e da oggi nelle sale italiane distribuito dalla Tucker Film, è riuscito in questo difficilissimo intento. Il film racconta la vicenda di Ah Tao (Deanie Ip, una meritatissima Coppa Volpi), anziana amah, domestica di una ricca famiglia borghese, e il suo profondo legame affettivo con Roger (Andy Lau), primogenito della famiglia che ha per tutta la vita assistito. Malata e sola, Ah Tao trova in Roger una presenza importante nel momento della sofferenza. E Roger riscopre nella sua anziana tata il più forte legame identitario con il suo passato e il  più saldo ed intimo vincolo affettivo della sua vita. A dispetto della apparente estrema semplicità della vicenda narrata, “A simple life” coglie nel segno e costruisce il suo valore proprio laddove sarebbe stato facilissimo scivolare: la vicenda umana tra i due protagonisti è tratteggiata con enorme grazia e delicatezza, poggiando il suo baricentro emotivo su una gamma di sentimenti che vanno dalla tenerezza all’ironia e che tuttavia non cedono mai alla tentazione della retorica ostentata e della lacrima facile. Tutto è misurato, rarefatto, soffuso, quasi accarezzato dalla felice mano della regista, esponente di spicco della New Wave del cinema di Hong Kong. Dal macro-contesto di una società come quella cinese ormai ampiamente secolarizzata e “occidentalizzata” Ann Hui sceglie di astrarre la storia semplice di due individui, di due sessi, di due classi sociali e di due generazioni che si interrogano sul senso del loro essere, oggi, parte della stessa Storia. La Cina contemporanea non è più un paese per vecchi. Il patrimonio culturale di una civiltà millenaria rischia di sfaldarsi tra le pieghe dello “sviluppo” selvaggio. Lo slancio per riallacciare il legame con il passato e proiettarsi verso il futuro non può prescindere, sembra suggerire Ann Hui, da un rinnovato patto tra generazioni. E da un legame che da individuale sappia tornare a farsi collettivo, comunitario, politico: alcune delle sequenze più belle del film sono ambientate in un ospedale/casa di cura, una comunità accogliente che riconosce e lenisce la sofferenza e che sopperisce alle carenze di troppi nuclei familiari distanti. E’ il concetto stesso di famiglia ad essere profondamente ridiscusso e ridefinito, in un’ottica che individua nel legame “del cuore” un vincolo più intenso e partecipato del legame di sangue. L’umanità delle vite semplici raccontata da Ann Hui è un microcosmo di destini e storie individuali che ridisegna anche le distinzioni tra classi e censi, e che prescinde da rigidi inquadramenti ideologici nel nome di un rinnovato umanesimo interclassista. Uno dei momenti più alti e indimenticabili dell’ultima Mostra del Cinema di Venezia è adesso, quasi miracolosamente, in sala in Italia. Una cristallina lezione di Cinema davvero da non perdere.

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Pubblicato anche su I-Filmsonline.com